martedì 24 giugno 2008

Recensione breve di E venne il giorno - Il maestro Shyamalan ci (ri)propone un’opera perfetta e discutibile



Nessun dubbio: M. Night Shyamalan è un cineasta unico. The happening (E venne il giorno) è puro cinema, è quando una macchina da presa sovrasta la storia, è soprattutto immagine pregna di significati. Chi lo ama lo sa, l’indiano è uno di quelli che hanno un talento unico, che va aldilà dell’azzeccare o meno un film, di lanciare tormentoni (vedo la gente morta), di stilare copioni alquanto sgangherati o talvolta insopportabili.
La sua costruzione narrativa poggia interamente sulle scelte di una messa in scena esemplare, di un senso del mezzo tecnico ‘cinema’ ispirato, totale, totalizzante. E venne il giorno ha una storia scialba e deboluccia, da disaster movie di dubbia qualità, da ciclo ‘alta tensione’ per intenderci, gli attori non sono delle star e gli effetti speciali inesistenti, perciò chi si avvicina al film, causa titolo mal tradotto e locandina catastrofica, con velleità alla Emmerich gira a vuoto.
La pellicola dell’indiano è a tutti i livelli un film d’autore, l’assoluta eclissi di lustrini scenografici ed interpretazioni del cast liberano il campo all’espressione totale del talento registico, le inquadrature danno spessore, intenzione ed intensità a personaggi deboli sia per performance attoriali che per attenzioni di sceneggiatura.
Palese che non manchino i difetti, però E venne il giorno è l’esempio, quasi il manifesto, di come il cinema di qualità non si annida esclusivamente negli ambienti bohemienne o in copioni ermetici ai limiti dell’incomprensibile o ingiustificabile, anzi può anche nascere in terreni aridi ed impervi come i disaster movie o gli horror. E Shyamalan né è l’ottimo capostipite.

Tommaso Ranchino

lunedì 16 giugno 2008

Recensione de L'incredibile Hulk - Il Coso Verde non fa dormire sonni tranquilli al team Marvel



A sei anni di distanza dal progetto Hulk targato Ang Lee, la Marvel torna in sala accompagnata dall’uomo verde. Il nuovo film non è, come forse era lecito aspettarsi, il sequel del primo, anzi, visto lo scarsissimo successo di pubblico e critica, unico vero buco nell’acqua dei cinefumetti marchiati Marvel, sembra proprio volerne prendere le distanze sotto tutti i punti di vista. E questo ci pare essere un errore imperdonabile.
Ang Lee, dal canto suo, aveva confezionato un prodotto oggettivamente dallo scarso appeal, ma di assoluta qualità. Ad oggi la sua regia di Hulk (2002) sembra essere la più ricercata e senza dubbio la migliore tra tutte quelle che hanno diretto le trasposizioni filmiche dei fumetti di maggior successo: gli split screen continui riportano lo spettatore davanti ad una pagina del mitico fumetto e gli stacchi e le dissolvenze non sono mai banali. Però indubbiamente il film paga un soggetto non all’altezza, che inesorabilmente porta ad uno snodarsi farraginoso del plot. Bana non è un supereroe e l’azione non è sfruttata come avrebbe potuto (e dovuto).
Tornando ad oggi, si cambia registro su tutta la linea. Leterrier non regge alcuna sorta di paragone con Lee, la sua è una regia quasi inesistente, si limita a prostrarsi a servizio degli effetti speciali e delle scene d’azione: il Coso Verde deve distruggere tutto, e lo fa. Però questo è anche il fiore all’occhiello del film: d’altronde chi si appresta alla visione aspettandosi da una pellicola del genere esercizi di stile registici, bussa alla porta sbagliata. E, alla fine della fiera, i cazzotti che Hulk rifila a tutto ciò che gli si mostri davanti, tranne Betty, risultano la parte migliore dell’intero film.
Di certo la presenza di Ed Norton, uno dei più grandi talenti, per la verità non ancora totalmente espresso, di Hollywood, è un altro punto a favore del film: il suo Bruce Banner ci piace eccome, è intenso, senza essere pesante (come invece era Bana), è spaccone, senza essere irriverente (come è qualche volta Downey Jr.).
Però il solo Norton non riesce a sopperire a carenze troppo evidenti: la sceneggiatura è inconsistente, i dialoghi da b-movie sono al limite del grottesco. Non bastano i camei omaggio a fumetto (il solito Stan Lee) e telefilm (Lou Ferrigno) a riportare il sereno. Liv Tyler, pienotta ed inespressiva, è assolutamente inadatta al mondo dei comics. Il casting stecca anche nella scelta del colonnello Thunderbolt, ricaduta su William Hurt, che sembra essere frutto di un sorteggio, più che di una vera e propria costruzione di un personaggio intorno ad un attore. Lo stesso Tim Roth, magnifico interprete, sembra vestire panni non suoi.
Insomma questo Hulk è, esclusivamente dal punto di vista dell’appeal commerciale, sicuramente un passo avanti rispetto al precedente, però sembra essere ancora una volta uno dei peggiori prodotti di casa Marvel. Forse Bruce Banner e il suo alter ego energumeno sono più adatti al piccolo schermo, e qualcuno alla Marvel dovrà rendersene conto, sperando che nel 2014 non ci regalino un terzo episodio che, ancora una volta, contraddica e prenda le distanze dai due precedenti.

VOTO: 58/100
Tommaso Ranchino


mercoledì 11 giugno 2008

Corti and Cigarettes - La finale




La rivista di informazione ed approfondimento culturale

Meltin'Pot

www.meltinpotonweb.com

è lieta di presentare

la serata conclusiva del I Festival per Cortometraggi Meltin'Pot

“CORTI AND CIGARETTES”

Mercoledì 18 Giugno 2008, alle ore 21.30

a Roma presso il Caffé Fandango, Piazza di Pietra n. 32/33


Programma della serata:

- Proiezione dei 7 cortometraggi finalisti:

*Vietato Fermarsi (8’40) di Pierluigi Ferrandini
*Gion Braun (10’52) di Giuseppe Tumino
*Pattaya è il paradiso (4’00) di Paky Perna
*Full Circle (10’58) di Joseph LeFevre
*Condominio per uccelli (9’00) di Alberto Comandini
*Work (4’16) di Luigi Coppola
*Roma Calibro 7 (7’59) di Fabio Garreffa

- Proiezione del cortometraggio Fuori Concorso:

*Onde corte (11’43) di Simone Catania con Maria Grazia Cucinotta

- Interventi degli ospiti di spicco del panorama cinematografico italiano.

- La giuria proclamerà i vincitori.

Premi:

- Miglior Corto, il cui autore vincerà un'esperienza di due settimane su un set cinematografico
- Miglior Soggetto
- Miglior Interprete


Nella stessa serata verranno anche assegnati da una giuria speciale i seguenti premi:
- Premio Sandro Bevilacqua - Torri del Benaco. Al vincitore sarà offerto vitto e alloggio per ritirare durante la manifestazione dal 27 al 29 Giugno il premio sulla sponda veronese del lago di Garda.

- Premio Cinema Giovane. Al vincitore verrà offerta, entro il 2009, la produzione di un cortometraggio.

Crediti

Giuria Meltin'Pot:

Presidente di Giuria - Regia: Maurizio Ponzi, stimato regista cinematografico e televisivo che ha girato, tra gli altri, Io, Chiara e lo scuro, Il volpone, Volevo i pantaloni e Qualcosa di biondo con Sofia Loren, oltre che, per la televisione, Il bello delle donne.

Sceneggiatura: Luca Verdone, regista (Sette chili in sette giorni e La bocca) e sceneggiatore, si occupa anche di teatro, documentari e radio.

Recitazione: Giulietta Revel, ha recitato nelle fiction Rai Pompei, Orgoglio, Giovanni Paolo II e Incantesimo 7. Nel Giugno del 2008 presenterà Le Grolle d’Oro per lo Sport a Saint-Vincent.

Produzione: Giuseppe Francone, direttore di produzione de I cannibali di Liliana Cavani e Allónsanfan dei Fratelli Taviani e produttore de Il caso Raoul e I visionari di Maurizio Ponzi.

Edizione: Annamaria Liguori, nota script supervisor che ha lavorato in film memorabili come Bianco, rosso e Verdone, Borotalco, Una vita in gioco, Tre uomini e una gamba e nelle fiction di successo De Gasperi e Il capo dei capi. Recentemente ha finito di lavorare sul set di Albert Einstein di Liliana Cavani.

Musica: Maestro Giuliano Sorgini, compositore musicale cinematografico che ha lavorato in vari film negli anni ’70 e ’80, tra cui La bestia in calore e Diabolicamente…Letizia.

Giuria Speciale per i Premi Sandro Bevilacqua e Cinema Giovane:

Diego Biello, Presidente di Cinema Giovane e della sezione cinema del Premio Sandro Bevilacqua – Torri del Benaco e produttore.

Maria Russo, Vice Presidente di Cinema Giovane e sceneggiatrice.

Alessandro Zonin, direttore della fotografia (a.i.c.).

Giampiero Francesca, critico cinematografico della rivista culturale Close Up.

Matteo Ierimonte, giovane regista.

Ospiti che interverranno a seguito della proiezione dei cortometraggi:

Giancarlo Scarchilli, noto regista e sceneggiatore italiano di Scrivilo sui muri, I fobici e Mi fai un favore.

Carmine Amoroso, regista dell'acclamato Cover Boy – L’ultima rivoluzione. Nel 1992 ha scritto la sceneggiatura di Parenti serpenti di Mario Monicelli.

Luca Lionello, attore visto recentemente in Cover Boy e Nero Bifamiliare, che ha inoltre vestito i panni di Giuda in La passione di Cristo di Mel Gibson.

Giancarlo De Leonardis, hair designer di fama internazionale che ha lavorato in capolavori del calibro di C'era una volta in America, L’ultimo imperatore, L'uomo delle stelle, Non ci resta che piangere, Hannibal, Black Hawk Down e tantissimi altri..

Alfredo Covelli, sceneggiatore, vincitore del Premio Solinas nel 2005 per la Miglior Storia Drammatica con Pinoy. Ha sceneggiato ultimamente per la tv I liceali.

Antonello Emidi, direttore della fotografia di Last Minute Marocco.

Ada Pometti, attrice di cinema e teatro diplomata al Centro Sperimentale, che lavora presso il Teatro Stabile di Catania. Ha inoltre preso parte in svariati film diretti da Lina Wertmuller e Luigi Magni.

Enzo De Camillis, scenografo che ha lavorato con grandi registi italiani come Steno, Sergio Rubini, Giancarlo Giannini, Giuseppe Tornatore e Neri Parenti. E’ anche Vice Presidente della A.S.C. (Associazione Italiana Scenografi, Costumisti ed Arredatori).

Conduttore dell’evento: Nicola Liguori, direttore della rivista di informazione ed approfondimento culturale Meltin' Pot.

Organizzazione dell'evento:

Coordinator: Annamaria Liguori

Direttore Artistico: Tommaso Ranchino

Ufficio Stampa: Leonardo Rumori

Relazioni esterne: Beatrice Mosele, Eva Songini


Per tutte le informazioni: e-mail:cinemania.meltinpot@gmail.com telefono: 333/6619389

martedì 10 giugno 2008

Recensione di Corazones de mujer - Un delicato on the road movie italiano che ha stregato Berlino





Esistono uomini che hanno un’identità doppia, ma ben più raro è il caso in cui due soggetti confluiscono in un’unica identità: è il caso di Davide Sordella e Pablo Benedetti che hanno firmato il film Corazones de mujer con lo pseudonimo di Kiff Kosoof (eclissi in arabo). Il titolo è in spagnolo perchè, come affermano i due, avevano scritto il film per Pedro Almodòvar, poi però lo hanno girato loro, mantenendo il titolo che avevano pensato per il regista spagnolo. Effettivamente le tematiche trattate sono facilmente accostabili allo spagnolo: una donna marocchina che vive a Torino vuole farsi confezionare l’abito per il matrimonio da un suo connazionale travestito. C’è un problema: lei non è più vergine. A questo punto i due compieranno un viaggio da Torino al Marocco, via Spagna per l’appunto, per recuperare la verginità di lei attraverso un’operazione chirurgica a Casablanca.
Corazones de mujer è un’opera di largo respiro geografico, sociale e culturale, che tratta con delicatezza temi scabrosi e spesso impronunciabili nel mondo arabo: l’emancipazione e la sessualità della donna e l’omosessualità maschile. Come veicolo per fare tutto questo ci si serve anche del forte immaginario metaforico che il viaggio proietterà immediatamente nello spettatore. E’ infatti nel viaggio che i due si spoglieranno di ogni ipocrisia e paura che si portano addosso nelle rispettive quotidianità. La redenzione qui passa attraverso una sorta di bilancio delle proprie esistenze on the road.
Il film non si vuole porre come denuncia a questa o quella confessione, ma come un vero e proprio saggio universale sull’amore e sulla libertà, dove i confini vengono cancellati e i pregiudizi messi a tacere.
Gli attori non sono professionisti e i mezzi con cui è stato girato sono modesti, ma l’originalità del progetto è sembrata essere vincente: gran parte della critica a Berlino lo ha accolto a braccia aperte, e proprio questo successo potrebbe favorire l’interessamento da parte di qualche distributore che si prenda la briga di dare una buona visibilità al film.
Di certo una strada alternativa quella imboccata dai due registi e sceneggiatori, che può solo che completare e rendere più variopinto il panorama cinematografico nazionale, spesso troppo vincolato dal dualismo dei strapoteri produttivi e distributivi di Rai (01) e Mediaset (Medusa).
Ci auguriamo che tanti giovani e talentuosi cineasti italiani, vedendo film come questo, prendano spunto ed esempio, imbarcandosi in progetti rischiosi dal basso, bassissimo, budget, che abbiano una natura artisticamente ispirata e ispirante a loro volta. Corazones de mujer ne è un ottimo esempio, e a noi è piaciuto parecchio.

VOTO: 70/100

Tommaso Ranchino


lunedì 9 giugno 2008

Recensione di Lower City - Un ménage a trois tra le favelas brasiliane

Machado ci racconta la storia di un triangolo amoroso, questa volta ambientata nei vicoli sudici e negli strip-bar poco raccomandabili di Salvador do Bahia, città natale del regista. I tre amanti sono un piccolo criminale squattrinato, un pugile fallito e una prostituta. Tra i due c’è un’amicizia viscerale che li lega dall’infanzia, ma la sintonia si spezza inevitabilmente quando entrambi s’innamorano di lei. Lei intanto tiene il piede in due staffe, e la sua indecisione, o meglio la sua voglia di non scegliere, crea situazioni promiscue ed ambigue.
La Parigi di Jules e Jim e The dreamers è ben lontana, e di conseguenza il triangolo qui assume connotati completamente diversi. Per i due amici, quasi fratelli, la donna contesa diventa un pretesto per lasciare lo squallore in cui sono cresciuti, non un motivo di trasgressione o di protesta indirizzata ad una società troppo bacchettona. Un motivo di rivalsa ed emancipazione nei confronti di un ambiente insostenibile, in quale il futuro dei due sembra convergere inesorabilmente verso un vicolo cieco.Machado pecca nel proporci un’immagine del Brasile troppo stereotipata, fannulloni e puttane non vengono scavati a fondo, ma disegnati con superficialità. La femme fatale si spoglia un po’ per guadagnarsi da vivere, un po’ per scelta, ma non si sveste mai del suo ruolo per diventare donna, nemmeno quando scopre di essere incinta. Così facendo la storia risulta decisamente prevedibile ed anche un po’ tediosa. Lo stallo deriva anche dall’asciuttezza eccessiva di una sceneggiatura per di più debole.Il cineasta lavora, e bene, soprattutto sull’immagine e sulla forma, la pellicola è ben girata, i lunghi silenzi a tratti affascinano e coinvolgono, e l’immaginifico tipico del ménage à trois viene reso alla grande, però la mancanza di una storia forte su cui appoggiarsi si sente ancora troppo. La strada imboccata è quella giusta, ma la base su cui costruire un film troppo inconsistente. Molti elementi vengono solo sfiorati, risultando così superflui e non dando alcun contributo all’opera.Le interpretazioni del cast stesso, forse anche per la debolezza dei personaggi, stentano a decollare per tutta la durata. Il promettente astro brasiliano Wagner Moura, di cui sentiremo parlare, fa un passo indietro confronto all’ottima interpretazione in Tropa de elite, Orso d’Oro a Berlino 2008; anche Alice Braga, splendida in City of God, risulta intensa sì, ma anche troppo, dando una forma bidimensionale al suo personaggio davvero piatto.
In conclusione consigliamo la visione di Ciudade Baixa esclusivamente per l’ambientazione ben ricostruita del suburbano del Sud del Brasile e per alcune sensazioni particolarmente coinvolgenti che il film trasmette attraverso l’accostamento di immagini, per il resto la pellicola si ferma ben poco oltre la sufficienza.

VOTO 65/100
Tommaso Ranchino


domenica 8 giugno 2008

Recensione di Tropa de elite - L’action movie brasiliano che ha trionfato a Berlino arriva in sala





Obbligatorio fare una premessa: Tropa de elite è la più grande produzione che il cinema brasiliano abbia mai sostenuto, e segnerà (speriamo) l’inizio, o quasi ,vedi il sorprendente City of God di Meirelles (2001), di una stagione elettrizzante e stimolante per tutta l’industria della settima arte carioca. Da notare come i fratelli Bob e Harvey Weinstein, squali della produzione statunitense, abbiano co-prodotto e distribuito sia Tropa de Elite che City of God, che quell’anno, grazie soprattutto al loro lavoro, fu nominato a 4 statuette. Il battage pubblicitario non ha precedenti, vedi la diffusione illegale sul web (creata ad hoc?) che ha fatto sì che la pellicola fosse vista da 11 milioni di brasiliani ancor prima di approdare in sala. Si racconta addirittura, e noi facciamo finta di crederci, che il regista ne abbia trovato una copia pirata nel salotto del Ministro della Cultura brasiliano, Gilberto Gil. A coronare questo successo mediatico e di pubblico, sorprendente anche al botteghino, è arrivato poi L’Orso d’Oro alla Berlinale 2008, che ha sdoganato il film da semplice fenomeno comunicativo ad opera di qualità e rilevanza cinematografica.
In effetti Tropa de elite è un pugno nello stomaco. José Padilha, dopo aver girato con successo un documentario sulla polizia di Rio (Onibus 174), cambia registro e per il suo primo fiction movie sceglie un linguaggio aggressivo. Il film, ambientato nella Rio di una decina d’anni fa, narra le vicende di vari individui di tutte le classi sociali le quali, per motivi opposti, sono indissolubilmente legate al traffico della droga. Con una tecnica narrativa che, non solo per tematica, ricorda Traffic di Soderbergh, Padilha ci regala, attraverso gli occhi innocenti di due novellini della polizia e la cinica coscienza del Capitano Nascimento, unica interpretazione da segnalare per un intensissimo Wagner Moura, una brulicante Rio dove la Polizia si comporta come una cosca mafiosa, inquinata da ogni sorta di corruzione a tutti i suoi livelli gerarchici, che addirittura alimenta la criminalità delle favelas. All’interno di questo sconfortante scenario c’è ancora un reparto speciale, il BOPE, la Truppa d’elite per l’appunto, che continua, con metodi forse poco ortodossi ma più che efficaci, la lotta contro il crimine e in particolare contro i narcotrafficanti che tengono in pugno le sorti delle favelas.
Dal punto di vista stilistico la regia, per la verità ancora un po’ acerba, è frenetica e inquinata da uno stile parahollywoodiano che fa il verso ad un mostro sacro quale Michael Mann. La fotografia che attenua i colori caldi ad ogni livello si attesta come l’elemento tecnico meglio riuscito, caratterizzando fortemente la pellicola.
Il film ha dalla sua una trama abbastanza intricata, ma raccontata con una linearità invidiabile, che rende il tutto godibile e coinvolgente, nonostante la lunga durata. Tropa de elite è un film che non ha velleità documentaristiche, anzi spesso la realtà viene sostituita con la caratterizzazione quasi grottesca di molti personaggi, ma risulta comunque efficace dal punto di vista sociale, lanciando un messaggio chiaro e ben indirizzato, lancia un appello interclassista ad una città corrotta, dipendente dalla droga, regolata dalle leggi non scritte del ‘sistema’ e abbandonata al proprio destino dalle istituzioni locali e centrali. Per di più la sceneggiatura non è avara nel regalare siparietti quasi comici, che, in un contesto del genere, risultano quanto mai esilaranti e ben collocati.
Stringendo il cerchio questa discussa pellicola ha innumerevoli frecce al suo arco, è un ottimo action movie, è un’opera di denuncia sociale, ha un’efficacia cinematografica e soprattutto regala spunti di riflessione su ogni tipo di società civile, non ultima quella italiana.

VOTO: 78/100
Tommaso Ranchino

giovedì 29 maggio 2008

Il Divo, la spettacolare verità di Paolo Sorrentino

Sorrentino è grande, immenso, perché esprime nel suo cinema una duplice sensazione, doppiamente efficace: sa essere visionario ed immaginifico restando comunque vigorosamente aggrappato alla realtà sociale del nostro paese. E’ l’unico, insieme al pur diversissimo Virzì, che riesce a raccontare l’Italia attraverso un cinema dall’input e dal background autoriale, narrativamente e formalmente senza paragoni o riferimenti possibili.
La sua opera ultima, Il Divo, è l’ennesima conferma di un’attitudine migliorata, nonostante sia solo un classe ’70, col tempo e con l’esperienza. La pellicola narra, come tutti ben sanno, le vicende di una tranche della vita (spettacolare ci assicura Sorrentino) di Giulio Andreotti.
La formazione degli adepti, perlopiù ceffi loschi e poco raccomandabili, della sua corrente all’interno della DC, la cupa questione Moro, poi Pecorelli, poi Calvi, le ombre di accuse perenni ed insostenibili (per il Paese, mai per Andreotti), il grottescamente singolare rapporto con una consorte santificabile. Questi i tasselli dell’eccezionale mosaico posto sfacciatamente e vigorosamente all’attenzione di un Paese intero. Il nocciolo della questione si cela proprio qui: l’attenzione di un Paese, di un popolo. È su questo che vuole (e ce la fa) far leva il regista, vuole destare le coscienze popolari, non tanto per demonizzare l’ormai universalmente riconosciuto Belzebù della storia politica italiana, ma per porlo a monito, a deterrente per il futuro. Gli italiani, dopo i trascorsi infelici e truffaldini, sembrano non aver poi imparato così bene la lezione, e l’intenzione della pellicola va, nella sua accezione universalistica, ricercata proprio in questa voglia di discontinuità.

La rilevanza contenutistica dello script si muove contestualmente con una forma cinematografica aggressiva e perfetta. La sceneggiatura è al solito poderosa e il personaggio di Andreotti, merito e menzione speciale ad un meraviglioso Servillo nella sua miglior interpretazione in assoluto, è inquietante ed incantevolmente paradossale. La voce pedante e soporifera di Andreotti-Servillo risuona indimenticabile in alcune sequenze che difficilmente usciranno dalla storia del nostro cinema. Merito dell’interprete napoletano sta anche nell’aver costruito un personaggio ben lontano dai (pericolosi) clichè di una banale imitazione, cucendosi addosso una magnetica aurea semicaricaturale che aggancia inesorabilmente lo spettatore anche negli inevitabili momenti di stanca della narrazione.
Come ne Il divo Andreotti si muove tra i corridoi dell’austera casa sollevato dal terreno, quasi spettro, così la classe politica spesso si è (auto)innalzata dalla missione terrena che l’elettorato le ha conferito, allontanandosi da quel ‘basso’ che la sostenta e la legittima, perdendo il necessario contatto con la realtà e, ahimé, con la lealtà.

Pellicole del genere addossano un bagaglio così pesantemente impagabile, sia nel valore intrinseco delle tematiche che nella potente cifra stilistica lasciata in eredità, da entrare a pieno diritto nell’Olimpo del cinema europeo contemporaneo.
Proprio da qui riparte il grande cinema italiano: dalle sceneggiature e dalla visionaria cinetica della macchina da presa del giovane Sorrentino, troppo, troppo, genio e un po’ di (sana) sregolatezza.

VOTO 83/100

Recensione di XXY - Il maschio e la femmina, il frocio e il macho, l’odio e l’amore, il normale e il diverso


L’argentina Lucia Pienzo ha scelto, per la sua opera prima, una tematica decisamente inconsueta, raccontandola come forse mai nessuno prima aveva fatto sul grande schermo. Alex è un’ermafrodita, ha 15 anni e si trova di fronte, per volontà altrui, ad una sorta di bivio esistenziale, dovendo fare i conti con le pulsioni sessuali che gli arrivano da entrambe le peculiarità della sua natura.
La cineasta argentina ha avuto un gran coraggio, ed ha affrontato la delicata questione con una sensibilità artistica ed un realismo sociale davvero fuori dal comune, evitando il più che ha potuto ogni semplicistica discesa verso lo scabroso o il melodrammatico.
Tralasciando le (in questo caso) futili esplicazioni sinottiche, bisogna focalizzare l’attenzione sulla semplicità e la linearità del registro narrativo qui utilizzato. L’intento principale dell’opera, aldilà di quello didattico comunque ben riuscito, è quello di raccontare una storia di diversità, mostrandone la conseguente inquietudine derivata questa volta da un’insofferenza collettiva della comunità sociale non ancora pronta, piuttosto che da una vera e propria questione esistenziale interna al ‘diverso’. Il protagonista del film vede la sua natura d’intersessuale attraverso il filtro dell’opinione altrui, di genitori e coetanei, filtro che gliela distorce, rendendolo imbavagliato in un’emarginazione obbligata. Freddezza, raccapriccio e paure comuni non sono comunque gli unici elementi rivelatori dell’animus dell’opera.Il personaggio di Alex manifesta nella sua quotidianità e nella sua idealizzazione interpretativa un amore disinteressato e totalizzante nei confronti della vita, una spensieratezza inaspettata persino in qualunque altro suo coetaneo alle prese con l’adolescenza.
La questione dell’ermafroditismo fa poi da sponda ad una serie di tematiche adiacenti che diventano anch’esse vertebre di una stessa armoniosa spina dorsale. Tematiche quali la promiscuità adolescenziale, l’omosessualità latente, la conflittualità generazionale vengono tutte affrontate in modo collaterale o indiretto, mai superficialmente.
La cifra stilistica asciutta e mai ridondante dona crudezza ed intensità alle sensazioni contrastanti che si susseguono. La fotografia fredda e l’onnipresenza del brusio del mare collocano le vicende in uno scenario poco definito e dalle dimensioni spazio-temporali continuamente dilatate. Il lavoro della regista con la macchina da presa è sempre ragionato e non distoglie mai l’attenzione dalla problematica principale del film.
XXY mostra però il fianco quando la direzione del film strumentalizza, ai limiti del banale e dello schematizzante, alcune sequenze poco digeribili per raccontare con maggior impatto un disagio già ben delineato dalla sceneggiatura stessa, rischiando di cadere in trappole che la natura propria del film sembra voler esorcizzare sin dall’inizio.
In conclusione questo piccolo low cost movie argentino, che ha vinto nel 2007 la Semaine di Cannes, ha nelle sue corde una forza devastante, non totalmente espressa per la verità, che avrebbe potuto avere un impatto sempre silenzioso ma ben più distruttivo sul pubblico di tutto il mondo. XXY non risulta catalogabile sotto una qualche voce degli archivi della cinematografia che meglio conosciamo: è a modo suo un’opera singolare e plurale, drammatica, ma piena di vita, un po’ come d’altronde lo è Alex, un po’ maschio, un po’ femmina, un po’ vivo, un po’ morto, anzi ucciso.

VOTO: 76/100

Tommaso Ranchino

giovedì 15 maggio 2008

Intervista al Maestro Giuliano Sorgini, compositore musicale cinematografico




Una vita dedicata anima e corpo al musicare immagini, oscurata dal nepotismo e dalla convivenza con mostri sacri del calibro di Morricone


Giuliano Sorgini è un compositore musicale che ha composto le colonne sonore, oltre che di innumerevoli programmi e documentari Rai, di alcuni film tra gli anni ’70 e ’80, allora definiti b-movies, oggi rispolverati anche grazie alla ventata tarantiniana successiva al progetto Grindhouse.
Ripercorriamo insieme a lui il suo percorso artistico associato al cinema, evidenziando luci ed ombre di una carriera sul grande schermo bruscamente interrotta nel 1996 nella convinzione di poter lasciare qualcosa componendo opere personali, dedicandosi completamente all’arte nell’accezione più nobile e meno inquinata del termine.

Maestro, ci vuole una premessa. Descrivi la tua esperienza nel cinema per presentarti.

“Ho avuto la sfortuna, tra virgolette, di essere nato nello stesso periodo di musicisti molto famosi, vedi Bacalov e Morricone. Ad esempio il film di cui ho composto la colonna sonora Non profanare il sonno dei morti è uscito contemporaneamente all’Esorcista II – L’eretico, musicato da Ennio Morricone.
Non mi sono mai voluto paragonare ad altri, però ho notato di non aver mai incontrato un canale fortunato di autorità che ti proponesse film con soggetti importanti, attori importanti e, soprattutto, pubblicità importanti, grazie al quale tu sei legato ad un carro, dei vincitori, che ti porta avanti. Ad esempio il bravissimo Piovani ha avuto la fortuna di fare La vita è bella, film che ha fatto esplodere Benigni; e Piovani a quel carro resta legato e viene portato avanti. Io non ho mai avuto questa fortuna.
Ho sempre fatto cose in economia, avevo una sala di registrazione e facevo tutto io. Ho sempre avuto film troppo importanti come avversari.
Purtroppo c’era, e c’è ancora, il nepotismo anche nell’arte. Magari arriverò a portare il mio contributo artistico quando avrò chiuso gli occhi, non mi interessano successo e limousine!”

Quando nasce la tua passione di musicare immagini?

“Da sempre. Prima di lavorare nel cinema, musicavo documentari per la Rai, poi quando sono uscito dalla Rai per delle dinamiche partitiche a cui non volevo aderire, i registi si sono ricordati di me ed ho cominciato a comporre anche per il cinema.
L’immagine è sempre stata parte della mia ispirazione musicale, ce l’ho innata. Anche l’opera che ho composto (L’asino d’oro), quando tu la ascolti, la vedi nella tua mente”

Tra i film che hai musicato ricordo Non profanare il sonno dei morti, Diabolicamente…Letizia, Un urlo nelle tenebre, La bestia in calore e Porno erotico western. Film che spesso sono considerati di serie b, ma che ultimamente hanno trovato, anche in giro per la rete, un loro seguito. Che ne pensi di quel genere di film?

“Erano film d’avanguardia. Io li ho fatti per amore del lavoro, non certo per guadagnare o per specularci sopra. È stato comunque un discorso fine a sé stesso, adesso però mi fa piacere questa voglia di riapprezzare questo tipo di lavoro”

Descrivici il rapporto che si viene ad instaurare tra compositore e regista. Sicuramente i due devono far confluire i propri intenti artistici verso un obiettivo comune, i creatori sono due, eppure il prodotto finale è unico e deve godere di un corpus fortemente armonico, come si fa?

“I registi con i quali ho lavorato, vedi Riccardo Fellini, Angelo Pannacciò, Jorge Grau, sono sempre venuti da me con un copione, poi ci siamo incontrati e mi hanno ampliato la lettura che avevo fatto attraverso l’esplicazione dello spirito, dell’intenzione, del colore, dell’atmosfera. Dopo il tutto viene rimandato a dopo che il film è stato girato, a volte ci sono eccezioni nelle quali dovevo andare a suonare il pianoforte al posto dell’attore che non sapeva farlo, e quindi si vedono nei film le mie mani mentre suono.
Dopo quando ritorni in moviola vedendo la recitazione degli attori capisci già l’intenzione musicale del regista, la musica deve quindi accompagnare, non riempire, tranne in alcuni momenti nei quali serve un supporto. Ad esempio in tutti i film drammatici o horror per precludere un l’arrivo del negativo c’è sempre una tensione musicale che preannuncia”

Il distacco dal cinema quando? E perché?

“Nel ’96 mi sono completamente dissociato, ho chiuso la sala di registrazione, sono andato a vivere in campagna, isolandomi e perdendo tutti i contatti. L’ho fatto volutamente per trovare quella giusta concentrazione per portare a termine la mia opera, L’asino d’oro”

Ora che ne sei fuori, come vedi il cinema italiano?

“Lo vedo sempre come se non avesse i mezzi. Si imperniano le produzioni sul valore di una storia e sul valore di attori teatrali, anche bravi, che al cinema rendono molto bene. Però sono tutti film fatti in economia, non sono film di cassetta, non hanno alle spalle l’immenso business che c’è in America. Resta un cinema sempre un po’ da amatori, da intenditori”

Quando facevi cinema era diverso da oggi?

“Oggi si fanno pochi film, all’epoca mia se ne facevano tantissimi. C’era proprio un culto del cinema. Giravano i soldi, oggi si cercano sempre le poche sovvenzioni statali che ci sono. Non esiste più la figura del magnate produttore”

Chi è il più grande compositore cinematografico vivente?

“Sicuramente Morricone. Bisogna però dire che può disporre di mezzi eccezionali. Se non gli danno l’orchestra che chiede, lui non lavora. E la realizzazione di una vera orchestra paragonata ad un sintetizzatore ha una resa assolutamente migliore. Questa disposizione da parte dei produttori dei suoi film lo aiuta molto. Lui è stato sempre fortunato a trovare queste disponibilità.
Ad esempio quando io registravo la colonna sonora di Non profanare il sonno dei morti il produttore Amati stava dietro di me e mi spronava a fare presto, perché più il tempo passava e più doveva pagare, con Ennio Morricone questa cosa non è mai successa”

Nel tuo futuro ci sarà ancora il cinema, oppure è una pagina definitivamente voltata?

“Io personalmente tornerei anche a lavorare, però ho preferito puntare sulle opere culturali che ho composto, per poter così lasciare un segno. Credo fermamente che la cultura debba essere divulgata per arricchire l’anima e la sensibilità della gente.
Poi i pochi film che si fanno in Italia sono già assegnati ai vari Piovani, c’è comunque un fermento di ricambio dopo Morricone, io però sono rimasto fuori per troppo. Certamente non mi tirerei indietro se qualcuno che apprezza il mio lavoro mi chiamasse”

In conclusione, a conti fatti come definisci la tua esperienza nel cinema?

“E’ stata una cosa positiva col piccolo rammarico di quella scarogna di cui parlavo all’inizio, cioè della mia convivenza con grandi nomi che hanno offuscato tutti i miei lavori. D’altronde anche nell'arte, la pubblicità è l'anima del commercio. L'arte non la vai a cercare, nasce spontanea e a volte può anche essere proposta.
Ad esempio El Greco è un grande pittore che non ha avuto il successo planetario di Michelangelo, perché non era sponsorizzato dalla Chiesa. Oppure nella musica classica Johann Sebastian Bach, il più grande musicista mai esistito sulla terra a parer mio, è morto poverissimo ed è uscito fuori artisticamente 300 anni dopo la sua morte, così Mozart.
Purtroppo il costume non è cambiato: la massa deve avere più nobiltà di spirito e non deve stare esclusivamente a vedere e a fruire della banalità e della demenzialità, oggi, purtroppo, c'è solo questo! E mi pare molto negativo".


Tommaso Ranchino

martedì 6 maggio 2008

Recensione film: Sotto le bombe




Libano 2006. Una giovane madre assolda un tassista, l’unico che accetta, che la accompagnerà nel suo viaggio verso Sud, alla ricerca del figlio. Il loro itinerario sarà seguito come un’ombra dai bombardamenti continui che seminano morte e terrore, ciònonostante tra i due nascerà un sentimento sincero e genuino.
Il film vive nella sua interezza su un paradigma visivo che trova riscontro anche nella trama: all’amenità geografica e paesaggistica del Libano fa da contraltare un panorama di distruzione causata dagli incessanti bombardamenti, così come all’amore intrapreso tra i due protagonisti si contrappone una realtà raccapricciante, testimonianza di morte e disperazione.
L’opera di Aractingi è un perfetto mix tra una raccolta di immagini paradocumentaristiche, non a caso il cineasta libanese è stato autore di una cinquantina di reportage sul mondo arabo e non solo, e una zona di intimità che viene a formarsi spontanea tra i due, sbocciata come una rosa nel deserto. Proprio questo dualismo è allo stesso tempo merito e limite della pellicola, che sembra mettere in gioco sentimenti opposti con tecniche narrative e registiche differenti, risultando però complessivamente debole e mal collegato. Il voler mettere il piede in due staffe, nonostante risulti causa principale di una disarmonia evidente, conferisce al tutto un sapore agrodolce comunque toccante, trovando il suo punto più alto nella meravigliosa performance della protagonista femminile, Nada Farhat, Mereux d’oro come miglior attrice libanese.
Il dualismo realtà – finzione si accompagna ad un altro dualismo dai riferimenti e le evocazioni innumerevoli, Eros e Tanathos. La morte e l’amore sono d’altronde le due forze motrici che da sempre danno vita ai sogni e alle paure di ognuno, a maggior ragione in un paese martoriato dalla guerra.
In conclusione Sotto le bombe è un docu-film che sa emozionare e testimoniare contemporaneamente, dando alla questione libanese uno spicchio di quella visibilità che merita, certo rimane il dubbio di un’uscita italiana così ritardata rispetto alla realizzazione.

VOTO 66/100

Trailer