venerdì 3 ottobre 2008

Conferenza di presentazione del III Festival del Cinema di Roma - Famiglie, Italia e poche star


Il luogo è la Sala Sinopoli dell’Auditorium di Roma, l’occasione quella di presentare a stampa e mondo intero il nuovo Festival del Cinema di Roma, che si terrà tra il 22 e il 31 ottobre.
Il primo intervento viene affidato al Presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo che assicura e tranquillizza tutti i presenti, pur ringraziando con una vena di nostalgia il Presidente uscente Goffredo Bettini, che la Regione continuerà ad affiancare il Comune nel sostenere il Festival e, addirittura, che se il Comune si dovesse tirare indietro nei prossimi anni, sarà proprio la Regione ad affibbiarsi il carico di sostenere l’organizzazione della manifestazione.
Quando ho detto che qualora altre istituzioni si fossero tirate indietro, la Regione avrebbe mandato avanti con le proprie forze la Festa è perché a Roma il cinema è centrale nella vita della città, per non parlare di Cinecittà e delle migliaia di lavoratori che alimentano i mestieri del cinema. La Festa del Cinema è patrimonio della città, e noi dobbiamo essere garanti della sopravvivenza di questa. E quando dalla Regione Veneto mi chiedono perché sostengo la Festa, rispondo: ‘Perché non dovrei?’ Sostengo i distretti industriali e allo stesso modo sostengo quello dell’audiovisivo”.
Lo segue sul palco un telegrafico Nicola Zingaretti, Presidente della Provincia di Roma, che chiede semplicemente agli organizzatori: “Fateci sognare!”.
E proprio sogno, immaginazione, divi e lustrini è quello che i presenti in sala si aspettano.
La chioccia Gianluigi Rondi, Presidente della Fondazione Cinema per Roma, segnala, pur non avendo visto i film ci assicura, il filo conduttore che attraversa la manifestazione riguardante le famiglie del cinema italiano: ci sarà il primo film del figlio (Brando) di Christian De Sica, in cui il padre sarà il protagonista e si parlerà del nonno Vittorio, poi ci sarà con un film la famiglia Rossellini, i Tognazzi con il film di Mariasole che aprirà il Festival, ci saranno i Manfredi ed ancora i Vanzina per ricordare Steno.
Ad un primo sguardo del programma, però, le differenze dalle precedenti edizioni ci sono eccome, e riguardano soprattutto la sezione Anteprima, di cui si occupa Piera Detassis, la quale assicura di aver voluto trasgredire ai luoghi comuni che si affibbiano ai Festival. Il primo: solitamente non si apre con un film italiano, quest’anno sarà invece il film di Mariasole Tognazzi, L’uomo che ama, a dare il via. Racconta la storia di un uomo che soffre per amore, questo rovesciamento tra uomo e donna sarà un filo conduttore dell’intera sezione. Ci sono ben 21 film italiani in tutte le sezioni, mai stati così numerosi. L’altro luogo comune da sfatare è quello che riguarda i generi: solitamente le commedie non vengono molto considerate, invece qui ce ne saranno ben 4, tra cui Easy Virtue di Stephan Elliott con Jessica Biel e Colin Firth (entrambi a Roma), che potrebbe essere la sorpresa su cui puntare.
Questo potrebbe essere un Festival sui generis e sui generi- gioca con le parole la Detassis- ci sono rappresentati tutti i generi”.
L’ultimo luogo comune è quello che riguarda il glamour e il red carpet. Troppo spesso le critiche fatte alle precedenti edizioni si sono scagliate sull’inflazione di star d’olteroceano, per di più strapagate per venire, che hanno calpestato il tappeto rosso dell’Auditorium, quest’anno allora spazio ai cast europei, attori della nuova generazione del cinema continentale avranno una grande rilevanza. La preminenza degli interpreti culminerà con l’omaggio a Viggo Mortenesen (al Festival con Good e Appaloosa), che festeggerà i suoi 50 anni a Roma, che mostrerà i molteplici talenti dell’interprete de La promessa dell’assassino di David Cronenberg. E proprio Cronenberg sarà protagonista di un incontro con pubblico e stampa, nel quale commenterà dal vivo alcune scene dei suoi capolavori.
Sicuramente avvincente il duello che contrapporrà Edward Norton a Colin Farrell, che sarà a Roma, nel film, in concorso, Pride and glory di Gavin O’Connor.
Altre novità saranno la presenza imprescindibile della musica, si esibiranno, tra gli altri, Carmen Consoli prima della proiezione de L’uomo che ama del quale ha curato la colonna sonora e la S.N.A.P. Band, una band composta da 15 attori italiani e capitanata da Silvio Orlando, che si esibirà prima di Parlami di me targato famiglia De Sica.
Gli occhi saranno puntati anche su 8, un film firmato da otto registi, tra cui Wim Wenders e Gus Van Sant, che si ispira agli otto obiettivi fissati nel settembre 2000 dall’Onu per migliorare la vita della popolazione mondiale. Il progetto ambizioso verrà presentato a Roma in anteprima mondiale e 6 registi su 8, non è ancora lecito sapere chi, hanno già confermato la presenza all’Auditorium.
Ed ancora The Duchess con Keira Knightley, Galantuomini di Edoardo Winspeare con Donatella Finocchiaro, Il passato è una terra straniera di Daniele Vicari con Elio Germano e Valentina Lodovini e Der Baader Meinhof Komplex di Uli Edel.
Chiude le formalità il Sindaco di Roma Gianni Alemanno che, con veemenza, afferma: “Ci sono state delle polemiche tra Roma e Venezia sulla possibilità o meno di istituire questo Festival, da un lato noi diciamo che agiamo con uno spirito di complementarità rispetto ad altri eventi nazionali, da un altro lato però rivendichiamo una centralità da questo punto di vista, perché se Roma non è il punto in cui si manifesta tutta quell’attenzione che il popolo italiano ha avuto verso il cinema nessun’altra città può farlo. Roma, per Cinecittà e per tutto quello che abbiamo dietro le spalle, è la città ideale per fare tutto questo. Complementarità quindi, ma anche consapevolezza della centralità della città di Roma rispetto questa realtà”.




Sezioni del Festival:

- Anteprima: i film in concorso e fuori concorso, un’attenzione particolare viene rivolta agli interpreti, per questa che è forse la sezione più attesa e prestigiosa della manifestazione.
- L’Altro Cinema: documentari, lungometraggi ed approfondimenti su registi ed attori, la sezione curata da Mario Sesti porta alto il vessillo della qualità e dell’indipendenza più assoluta. Nelle precedenti edizioni si è attestata come la sezione dal profilo qualitativo più alto.
- Cinema 2008: fa parte anche questa della selezione ufficiale del Festival. Lo sguardo qui viene rivolto soprattutto agli autori, dai più affermati a quelli emergenti.
- Alice nella città: la sezione del cinema per ragazzi, colloca il Festival in una dimensione maggiormente aperta al pubblico e ai fruitori meno avvezzi.

Tommaso Ranchino

martedì 30 settembre 2008

Incontro con Frank Miller a Roma per presentare alcune scene di The Spirit


Uscirà il 25 dicembre 2008 il suo primo film da regista, ha lavorato come fumettista sia per la Dc che per la Marvel, ha scritto e disegnato la striscia di Batman – Il ritorno del Cavaliere Oscuro, ha 51 anni e, di persona, è un tipo alquanto enigmatico e, per la verità, sembra essersi disegnato da solo. Stiamo parlando, ma qualcuno già se ne sarà accorto, di Frank Miller.
Per molti è un idolo solo da poco. Ha co-diretto assieme a Robert Rodriguez la riuscitissima trasposizione cinematografica della sua graphic novel più famosa: Sin City. Ed ha regalato a Zack Snyder un’altra sua creatura fumettistica, 300, per portarla al cinema, ed anche qui il successo è stato planetario.
Per gli appassionati un idolo lo è dagli anni ’80. Dai tempi di Amazing Spider-Man, di Daredevil: Born again e dalle sue visioni decisamente noir di Batman, a cui Tim Burton prima e Christopher Nolan poi hanno fatto riferimento nei loro film.
Per la sua prima esperienza dietro la macchina da presa, The Spirit, ha ricreato quel clima noir che ispirò Sin City e si è affidato ad una graphic novel di uno dei suoi maestri, il leggendario Will Eisner.
Le scene che Miller ha mostrato ad un pubblico molto ristretto in quel del Cinema Moderno di Piazza Esedra per i più nostalgici, il Warner Village di Piazza della Repubblica per l’anagrafe attuale, lascia ben poco all’immaginazione. D’altronde la formula del Sin City cinematografico era funzionata e allora perché cambiare? Femmes fatale come se piovessero (Scarlett Johansonn e Eva Mendes vi dicono qualcosa?), personaggi (buoni o cattivi che siano) dal carisma scenico a dir poco straripante, l’uso del b/n spezzato da fiammate cromatiche quasi accecanti. Queste le fondamenta strutturali su cui poggiare un’opera che si presenta al solito irriverente, trascinante, cupamente ironica.
Questo sembra essere un periodo florido per le produzioni hollywoodiane ispirate da fumetti, e sembra che Miller stia monopolizzando, sempre ben piacendo all’inossidabile Stan Lee, il settore. In preparazione già i capitoli 2 e 3 di Sin City, in cantiere anche il nuovo episodio di Batman di Nolan (è di un paio di settimane fa la notizia che vorrebbe nel cast Philip Seymour Hoffmann nei panni di Penguin e di Johnny Depp in quelli dell’enigmista).
Insomma di carne al fuoco ce n’è , forse troppa. Intanto aspettiamo che il Bianco Natal ci porti questo nero, nerissimo Spirit, lì sapremo già giudicare se Miller avrà un futuro dietro la macchina da presa, perché, siam certi, che dietro la matita ha davvero pochi rivali (tra cui va sicuramente menzionato il grande Garth Ennis).

Tommaso Ranchino

Recensione di Parigi - Un mosaico multicromatico della capitale francese e di chi ci vive in salsa autoriale


Parigi, oggi. Pierre, ballerino malato di cuore, è in attesa di trapianto. L’incombenza della morte riversa significato in ogni sua prospettiva o desiderio, sono suoi gli occhi che ci filtrano, malinconicamente, varie storie che s’incrociano adiacenti (struttura inflazionata negli ultimi anni) in una Parigi splendidamente fotografata da Klepisch. E’ proprio ad un intenso Romain Duris, con cui aveva già fruttuosamente collaborato ne L’appartamento spagnolo, che il cineasta affida il passepartout narrativo dell’intero plot.
Il raccordo sottile tra le vicende le incastra alla perfezione, con stile, con garbo, ma soprattutto con ottimo timing.
Alla figura marginalmente centrale di Pierre se ne affiancano di altrettanto essenziali e ancor più indagate. Su tutti una Binoche che assume egregiamente i panni della donna-madre-sorella-amante perfetta. La capacità interpretativa della francese abbozza una femminilità così coinvolgente da appagare e completare ogni figura maschile che giova della sua vicinanza: da un fratello (Pierre) che approccia più serenamente la malattia, ad un uomo, distrutto dalla dipartita improvvisa di un’ex moglie indimenticata, che ritrova un inaspettato slancio esistenziale grazie ad una relazione con lei.
Vicina all’inarrivabile la performance di Fabrice Luchini, che inscena un professore-storico alle prese con una crisi, detta gergalmente di mezz’età, professionale ed amorosa, accostabile, per modus ed intenti, al miglior Woody Allen che, ahinoi, ricordiamo.
Se da una parte i leit motiv sono crisi esistenziale e difficoltà relazionali, dall’altra, in filigrana, ci viene inculcata una splendida leggerezza e spensieratezza, assunta a manifesto in alcune scene cruciali della pellicola, quali la festa a casa di Pierre, nella quale una miscellanea di parigini d’ogni sorta ed etnia si scatena in balli coordinati che amalgamano sapori bohemiénne a sensazioni tribali.
Decisamente superfluo, ed anche un po’ populista, invece, il riferimento all’immigrazione clandestina, sviluppato nell’episodio di un camerunense che cerca fortuna nella capitale francese, messo con insistenza in un’inutile contrapposizione cromatica con la Parigi modaiola e consumista.
Una creazione, quella del regista, che soffre dei propri pregi, caricandoli troppo. Riferimenti continui alla psicanalisi e all’esistenzialismo (nell’accezione di estetismo decadente e nichilista) forzato nell’accostamento di personaggi, un minimo stereotipati nella categoria dell’europeo contemporaneo, tende ad ingolfare un meccanismo altresì ben oliato.
A somme tirate Parigi è un film gradevole ed a tratti coinvolgente, che vive, soprattutto, di grandiose prove attoriali e di un’atmosfera che solo la città in questione può consegnare allo spettatore, accasciandosi però in qualche scelta ormai inflazionata nel filone autoriale internazionale.

VOTO 73/100
Tommaso Ranchino

lunedì 29 settembre 2008

Recensione di Sfida senza regole - Divi, naftalina e televisionismo odierno



Arriva in sala un film dall’eco risonante e difficilmente ignorabile. Sfida senza regole è un thriller, di medio-bassa fattura perlopiù, ma è soprattutto una vetrina imponente dove vengono messi in mostra due dei più grandi attori mai nati. Robert De Niro ed Al Pacino. Sissignore, quei due che non si erano mai incontrati ne Il Padrino – Parte seconda e che si erano solo incrociati in un paio di fugaci scene nel buon The Heat – La sfida di Michael Mann. Oggi recitano fianco a fianco, si stuzzicano continuamente e creano innumerevoli duetti.
Turk (Bob) e Rooster (Al) sono due detectives di New York sul viale del tramonto della loro carrirera, e s’imbattono in un assassino seriale che firma i propri delitti con dei sonetti di monito nei confronti delle vittime, che provengono tutte dal bacino di criminali su cui i due indagano. Le indagini portano dritte a Turk. E lo svolgersi scopre risvolti scontati e banalizzati.
Dato per acquisito che il film è ben poca cosa, l’attenzione si sposta sul ruolo all’interno della storia del cinema di un film del genere.
La resa dei personaggi nei confronti degli eventi ripercorre metaforicamente quella di un pezzo di storia di Hollywood che lascia il testimone nelle mani del nuovo che avanza. La convivenza sul grande schermo di Pacino e De Niro con un personaggio come 50 Cent è più che significativa. Il mestiere dell’attore vive un momento di crisi, o perlomeno di grande cambiamento, e qui ne abbiamo la prova tangibile. I superdivi girano a vuoto, De Niro con il suo recitato caratterizzato e sovraccarico, che lo ha reso celebre, e Pacino con il suo sguardo indagatore ed il suo carisma anticonvenzionale sembrano completamente in controtendenza con gli obiettivi principali del film e del cinema contemporaneo più in generale. Le inquadrature non rendono giustizia agli attori, e non vogliono nemmeno farlo. La religione dell’immagine, della dinamicità ha tolto il pane sotto i denti a professionisti del genere.
Addirittura la (onni)presenza della polizia scientifica nelle indagini è un ulteriore segnale di rinnovamento: la mania per la medicina e per la scientifica, che ha invaso i piccoli schermi di tutto il mondo, sta distogliendo l’attenzione dai personaggi, che ai tempi dei De Niro e Pacino erano il fulcro delle storie e degli intrecci narrativi. Nel filone gangsteristico che ha reso grande la New Hollywood l’attenzione verso le indagini e le lungaggini era assolutamente inesistente, ed immenso campo d’azione veniva lasciato alle personalissime interpretazioni di grandi attori come questi di cui parliamo.
La parte migliore del progetto, le interpretazioni e le personalità dei due, si trovano a fare il ruolo di aggiusta(non guasta)feste in un minestrone riscaldato ed assai sciapo. I riferimenti continui ad operuncole quali Saw ed affini catalogano tristemente le intenzioni del regista.
In pratica il film del mediocre Jon Avnet è salvabile per la sola presenza dei due mostri sacri e dei loro duetti impedibili, per il resto ha rilevanza esclusivamente come documento storico e tangibile testimonianza della fine di un’epoca e dell’inizio di un’altra, certamente meno gloriosa.
Dopo la proiezione la voglia che assale lo spettatore è quella di andare a rispolverare vecchi capolavori targati Scorsese, De Palma o Coppola, non certo quella di aspettare anelanti il prossimo film di Avnet.

VOTO 63/100
Tommaso Ranchino

Recensione di Shanghai Baby


Arriva nelle sale l’arrabattato lungometraggio del tedesco Berengar Pfahl: Shanghai Baby. Mai titolo fu più calzante. L’opera, girata completamente in digitale ed anche per questo patinata e formalmente scadente, è imbevuta di un manierismo chicchettone, di una filosofia neo-bohemiénne che si copre di ridicolo in un crescendo di clichè e forzature stralunate. La scelta del soprannome della protagonista (Coco, in onore della Chanel) è portatrice malsana di quella vena, quasi un’arteria, kitsch che lo attraversa con impeto.
Una ragazza cinese, ribelle e curiosamente artistica, vive due amori contemporaneamente, uno forzatamente casto e totalizzante (orientale), l’altro carnale e libertinamente adultero (occidentale). Fa da sfondo, sin troppo colorato e luccicante, una Shanghai che ci viene restituita spoglia della sua genuinità (a noi) esotica, ma standardizzata a forza nell’ottica che l’occidente vuole averne: una mera contraffazione di una metropoli statunitense, quasi un implicito inno alla superiorità occidentale, così come lo è l’infausto confronto tra l’impotente Tian Tian ed il prestante Mark.
E proprio qui sta il, maggiore e non unico, difetto del film: le situazioni amorose, la vita cittadina, le barriere culturali, la chimera dell’occidente ci vengono filtrati dall’occhio europeo ed eurpoeista del regista tedesco, depauperando l’insieme di quella carica emotiva ed immaginifica che una prospettiva ‘locale’ avrebbe donato all’opera. La forzatura nel banalizzare ogni singolo elemento (luci, sentimenti, paure, passioni) rendono le scene mal strutturate e slegate tra loro, risucchiate in una barocca esteticità poco metabolizzabile.
Il continuo ed insopportabile riferimento all’importanza del rapporto con la città per la protagonista non trova alcun feedback nelle scelte registiche. Coco ama la città, ma il regista non abbastanza, e la usa esclusivamente come mero strumento didattico per propinarci, come se un mese di Olimpiadi non ci abbia già saturato a sufficienza, l’emancipazione delle generazioni della New China.
Tra i miseri punti a favore di Shanghai Baby va certamente menzionata la carica, attoriale ed erotica, della brava Bai Ling. Caratterizza le scene ed attira l’attenzione così come la parte richiede, ha stile da vendere e non si tira indietro quando la storia latita giocandosi la carta di un recitato sopra le righe e sensorialmente sovraccarico. Le interpretazioni collaterali, scialbe e senza personalità, sono in completa simbiosi con l’animus dell’opera.
Un’opera davvero irraccomandabile, che spinge addirittura ad interrogarsi sul motivo di una distribuzione nelle nostre sale. Il fatto che sia stato terminato nel 2007 e che esca solo ora, per sfruttare l’onda lunga del fenomeno Pechino 2008 e tutto ciò che ha generato, è un indizio di cui nemmeno il più inetto dei detective avrebbe potuto ignorare l’entità.

VOTO 19/100

Tommaso Ranchino


giovedì 25 settembre 2008

Recensione documentario: Made in America (Lo Stato delle Cose)

Nel cuore della California democratica e benpensante, pulsa l’anima di una lotta fra gang afro-americane, un conflitto fratricida e spietato quello tra i Crips e i Bloods. Si calcola che si sia portato via, in meno di trent’anni, più di quindicimila vite. Il documentario, presentato al Festival di Torino, ripercorre e analizza, con risultati sconcertanti, la storia di questo conflitto, attraverso immagini d’archivio e interviste ad alcuni ‘sopravvissuti’ di ambo le fazioni.
Stacy Peralta, celebre intorno al pianeta per essere stato uno degli skater di Dogtown, intraprende una strada nuova dopo aver magistralmente diretto i documentari sportivi “Dogtown & Z-Boys”, sullo skate per l’appunto, e “Riding Giants”, sul surf estremo. Questa volta s’improvvisa reporter a caccia di una poco chiara (anche a lui) verità scomoda su di una realtà scabrosa come quella della lotta fra gang rivali. Ma, un po’ per le interviste superficiali e poco approfondite, che tratteggiano profili sbiaditi e macchiettistici dei personaggi delle vicende, un po’ per lo scarno archivio di video a disposizione, si vedono infatti troppe foto e tutte simili tra loro, il risultato è approssimativo e inefficace.
La chiarezza che vuole fare Peralta va ben presto a farsi benedire, la visione del documentario, tra l’altro per nulla coinvolgente o emozionante, lascia nell’immaginario dello spettatore una confusione ancora più radicata su di un argomento, già di suo, poco interessante.
La maggior capacità del documentarista statunitense era stata, nei precedenti lavori, quella di donare tinte forti ai protagonisti delle prodezze sportive che inscenava, gli skater e i surfisti erano portatori di valori che andavano ben oltre la divulgazione di uno sport e lo spettatore poteva subirne il carisma attraverso gli aneddoti enumerati, invece qui la narrazione frazionata e mal collegata contribuisce a lasciare la sensazione di trovarsi di fronte ad un collage scriteriato di racconti e foto, più che ad un flusso univoco di intenzioni ed intensità.
Una visione da non consigliare, perché priva di potenza immaginifica ed incapace di restituire qualcosa di citabile o godibile.
VOTO 35/100

martedì 15 luglio 2008

Recensione di Joshua - Occhio al bimbo prodigio!


Amanti del genere, riunitevi, ma senza eccessiva fretta.
Un titolo che merita la contenuta attenzione degli appassionati di horror, sezione ‘bambini posseduti’, è senz’altro Joshua. Il sentiero battuto da Omen – Il presagio viene qui ripercorso con uno stile ancor più inquietante, introspettivo, disturbato.
I Cain sono una famiglia come tante: newyorkesi, borghesi, stressati, depressi. Nella loro normalità spicca però la figura enigmatica del figlio, Joshua per l’appunto, un bambino precoce, arguto, un piccolo genio. Quando viene alla luce la secondogenita in casa Cain gli equilibri, già precari, si spezzano e si tramutano in squilibri, alimentando una spirale inquieta di eventi.
La pellicola, pur non giovando di picchi emozionali eccessivi, s’inserisce con dimestichezza all’interno del filone sopraccitato. Il progetto riscuote in fase di distribuzione la buona vena delle assennate scelte pre-produttive. In primis l’ambientazione, svoltasi maggiormente all’interno dell’impersonale appartamento dell’Upper East Side di Manhattan, ha donato al film quella ‘cappa’ narrativa, indispensabile per costruire un incalzante climax d’inquietudine ed angoscia. La chiusura dell’appartamento e la conseguente ermeticità sociale della famiglia contribuiscono all’enfasi emozionale, quasi stringendo il cerchio intorno ai già ristretti Cain. Kubrick’s Shining docet.
Un altro punto a favore è senz’altro la scelta del cast: un ottimo, come sempre, Sam Rockwell è un padre stranamente affettuoso, un’intensa Vera Farmiga, già vista nei panni di una femme fatale sui generis in The Departed di Scorsese, assume connotati bipolari davvero ben ritmati. Sorprendente poi l’interpretazione di Jacob Kogan, accompagnato dall’ormai insopportabile slogan affibbiato ad ogni debutto (con successo) infantile: “per la prima volta sul grande schermo”, il quale investe Joshua di una profondità e di una subdola irrequietezza che, in alcuni momenti, sembra addirittura travalicare le intenzioni narrative dello script dello stesso regista George Ratliff. Il quale (lo script) è croce e delizia dell’intera pellicola. Se, infatti, da una parte ci regala un drappello di personaggi davvero ben strutturati, dall’altra ci butta lì un finale davvero poco entusiasmante. Crea tutte le aspettative del caso, ma poi le disattende proprio nella fase di maggior carica emotiva della narrazione.
A conti fatti, in un panorama di desolazione, di qualità e quantità, distributiva, Joshua è senz’altro un prodotto interessante. Con tutti i limiti del caso, finirà per essere il miglior horror, psicologico più che fisico, della stagione estiva.
Curiosità in calce, non inserita a tempo debito per l’eccessivo rischio di distrazione riscontrato nei più accaniti fan: Jacob Kogan vestirà i (pesanti) panni dell’umano/vulcaniano Mr.Spock adolescente nell’attesissimo Star Trek firmato dal moderno guru del mistero, J.J. Abrams.

VOTO 65/100
Tommaso Ranchino

martedì 8 luglio 2008

Recensione de Il divo - La spettacolare verità di Paolo Sorrentino



Sorrentino è grande, immenso, perché esprime nel suo cinema una duplice sensazione, doppiamente efficace: sa essere visionario ed immaginifico restando comunque vigorosamente aggrappato alla realtà sociale del nostro paese. E’ l’unico, insieme al pur diversissimo Virzì, che riesce a raccontare l’Italia attraverso un cinema dall’input e dal background autoriale, narrativamente e formalmente senza paragoni o riferimenti possibili.
La sua opera ultima, Il Divo, è l’ennesima conferma di un’attitudine migliorata, nonostante sia solo un classe ’70, col tempo e con l’esperienza. La pellicola narra, come tutti ben sanno, le vicende di una tranche della vita (spettacolare ci assicura Sorrentino) di Giulio Andreotti. La formazione degli adepti, perlopiù ceffi loschi e poco raccomandabili, della sua corrente all’interno della DC, la cupa questione Moro, poi Pecorelli, poi Calvi, le ombre di accuse perenni ed insostenibili (per il Paese, mai per Andreotti), il grottescamente singolare rapporto con una consorte santificabile. Questi i tasselli dell’eccezionale mosaico posto sfacciatamente e vigorosamente all’attenzione di un Paese intero. Il nocciolo della questione si cela proprio qui: l’attenzione di un Paese, di un popolo. È su questo che vuole (e ce la fa) far leva il regista, vuole destare le coscienze popolari, non tanto per demonizzare l’ormai universalmente riconosciuto Belzebù della storia politica italiana, ma per porlo a monito, a deterrente per il futuro. Gli italiani, dopo i trascorsi infelici e truffaldini, sembrano non aver poi imparato così bene la lezione, e l’intenzione della pellicola va, nella sua accezione universalistica, ricercata proprio in questa voglia di discontinuità.
La rilevanza contenutistica dello script si muove contestualmente con una forma cinematografica aggressiva e perfetta. La sceneggiatura è al solito poderosa e il personaggio di Andreotti, merito e menzione speciale ad un meraviglioso Servillo nella sua miglior interpretazione in assoluto, è inquietante ed incantevolmente paradossale. La voce pedante e soporifera di Andreotti-Servillo risuona indimenticabile in alcune sequenze che difficilmente usciranno dalla storia del nostro cinema. Merito dell’interprete napoletano sta anche nell’aver costruito un personaggio ben lontano dai (pericolosi) clichè di una banale imitazione, cucendosi addosso una magnetica aurea semicaricaturale che aggancia inesorabilmente lo spettatore anche negli inevitabili momenti di stanca della narrazione.
Come ne Il divo Andreotti si muove tra i corridoi dell’austera casa sollevato dal terreno, quasi spettro, così la classe politica spesso si è (auto)innalzata dalla missione terrena che l’elettorato le ha conferito, allontanandosi da quel ‘basso’ che la sostenta e la legittima, perdendo il necessario contatto con la realtà e, ahimé, con la lealtà.
Pellicole del genere addossano un bagaglio così pesantemente impagabile, sia nel valore intrinseco delle tematiche che nella potente cifra stilistica lasciata in eredità, da entrare a pieno diritto nell’Olimpo del cinema europeo contemporaneo.
Proprio da qui riparte il grande cinema italiano: dalle sceneggiature e dalla visionaria cinetica della macchina da presa del giovane Sorrentino, troppo, troppo, genio e un po’ di (sana) sregolatezza.
VOTO 83/100
Tommaso Ranchino

mercoledì 2 luglio 2008

Recensione di Doomsday - Visioni grottesche d'oltremanica




Roba da matti. E per fortuna, diciamo noi. Dalla Gran Bretagna, dopo un periodo di apatia e qualunquismo impreziosito dal solo Danny Boyle, arriva una pellicola schizzata. Ma schizzata seriamente.
Glasgow, giorni nostri. Un virus ribattezzato ‘Il Mietitore’ infesta la città che viene messa in quarantena col successivo ripristino ed ammodernamento del Vallo Adriano (!). A 20 anni di distanza l’epidemia sembra ripresentarsi in pieno centro lonidnese. Una squadra scelta viene inviata laddove sembrerebbe esserci qualche sopravvissuto al virus scozzese, per trovare una cura.
Fin qui tutto bene, trama scontata, leit motiv trito e ritrito. Isteria di massa e personaggi stereotipati sembrano, ahinoi, il massimo a cui aspirare.
Invece no. All’interno delle mura si nasconde un mondo surreale, tribù post-apocalittiche metropolitane, look da bikers e bombe molotov sempre in tasca, sono in guerra con una comunità medievale, retta dai valori della cavalleria che fu. Una sorta di metaforica dicotomia idealizzata della società moderna, divisa in modo intestino e schizofrenico tra eccessi edonistici e consumistici e valori bigotti ed iperconservatori.
Mentre nel suo incipit la pellicola sembra trovarsi a metà strada tra lo splatter e l’epico, quando i protagonisti varcano le Mura gli si para davanti una realtà così improponibile che di colpo anche l’animo dell’opera si svela in tutta la sua sana follia.
Tra scene di cannibalismo ed inseguimenti alla Ken il Guerriero, la protagonista, una modella di 50 kg che fa ben poca fatica a stendere giganti in armatura, si sposterà, in sequenza, con un carrarmato, con un treno a vapore, con un cavallo ed, infine, con una Bentley nuova di pacca.
Doomsday è assurdo, splatter, grottesco, anni ’80, trash, hard rock, fantasy, action. E’ tanto, forse troppo, in troppo poco.
Si inserisce in quel filone, quasi deserto ormai, di opere che non si propongono alla massa per sovraffollare botteghini ed annoiare palati più fini, anzi. Parla ad un popolo di (pochi, ma fedeli) appassionati, che non mancheranno di apprezzarlo, ma con riserva. Sì, perché Doomsday comunque manca di quella presenza, fondamentale in un progetto del genere, di personaggi cult. I ‘buoni’ e i ‘cattivi’ sono caricati, ma in modo banale, senza un’eccentricità che gli unicizzi. La nicchia di adepti non potrà non accorgersene.
Si assiste, in corso d’opera, ad una depauperazione del fine primo della spedizione per lasciarsi coinvolgere dalla vorticosa e crescente assurdità delle situazioni. Lo humour, sempre meno british, dà un accento cromatico a tutta la pellicola. Proprio quella cromaticità che una fotografia buia e una regia alquanto televisiva non sono stati in grado di dare. Certo Marshall non è Rodriguez né tantomeno Tarantino, la fotografia e il movimento registico di Grindhouse, punto di riferimento autoriale del genere, sono lontani anni luce. Ma, paradossalmente, questa amatorialità formale rende alcune sequenze ancora più ridicole, perciò meglio riuscite.
Doomsday ha poi dalla sua il merito di presentarci uno scenario apocalittico (finalmente) lontano dal fiume Hudson e dall’isola di Manhattan. Questa volta il centro metropolitano della visivamente sconosciuta ai più Glasgow e le suggestive Highlands sono lo scenario dei massacri.
Da segnalare la presenza dell’unico interprete degno di nota, Malcom McDowell, icona della cultura pop per aver incarnato la follia di Alex in A Clockwork Orange, in un ruolo dal minutaggio secondario, ma di fondamentale rilevanza dal punto di vista narrativo. Il cast è in linea con tutto il resto: trash, ridicolo, sgangherato, divertente.
Una chicca da non perdere per gli appassionati del genere, una brutta sorpresa da evitare con cura per i meno avvezzi.

VOTO 70/100
Tommaso Ranchino

martedì 1 luglio 2008

Recensione de Il mio sogno più grande - Autogol a raffica


Quando Gracie perde l’adorato fratello in un incedente, il dramma che la divora si trasforma ben presto in voglia di riscatto, di rivalsa. Allora decide di sostituire il fratello nella squadra di calcio del liceo. Il cammino che la porterà a realizzare il suo sogno è ciò che il film racconta in maniera formalmente sbiadita. Inoltre la trama paga una manifesta banalità dilagante, che lascia perplessi fin dalle sequenze iniziali.
La pellicola made in USA, nata dalla voglia e dalla determinazione dell’attrice e produttrice Elisabeth Shue di raccontare una storia a lei realmente accaduta, si presenta come un college movie estivo, scontato e lievemente tedioso nella sua prevedibilità.
Le interpretazioni del cast sono l’unico appiglio su cui puntare, ed infatti risultano più che riuscite (intensa la protagonista Carly Schroeder, addirittura eccellente ‘papà’ Delmont Mulroney). La sceneggiatura è, al contrario, il tallone d’Achille: dialoghi melensi, personaggi opachi, relazioni ed introspezione inesistenti.
La direzione di Guggenheim, marito della Shue, è televisiva e scontata. Inquadrature standardizzate rendono tutto tristemente patinato. La fotografia pubblicitaria poi non aiuta assolutamente.
I (mai nobili) cugini di genere, vedi la saga targata Adidas Goal, hanno (almeno) dalla loro una serie di sequenze di gioco ben realizzate, che portano i fruitori nel cuore del campo e degli spogliatoi dei tempi di mezz’Europa (come se non bastassero gli interminabili Mercoledì di Champions). Invece qui le rare scene di gioco sono ben sotto le aspettative, non che da Gracie ci si aspettasse chissaché per carità.
Andandosi ad accostare invece a Bend it like Beckham, opera del 2002 lontana dall’essere un capolavoro, il paragone diventa, vista la vicinanza negli intenti, ancora più impietoso. Nel film di Gurinder Chadhala rivalsa sociale ed integrazione razziale erano, tralasciato il pretesto, il fulcro della struttura narrativa. Addirittura il lato sportivo era meglio affrontato.
Dispiace il fatto che il genere del football, qui soccer, movie non riesca ancora a realizzare qualcosa che possa restare ai posteri o di perlomeno consigliabile. Le uniche volte in cui ci si è riusciti è quando lo si è affrontato immedesimandoci nel tifoso (Febbre a 90°, Hooligans), raccontando quindi non le gesta sportive, ma descrivendo il ruolo, fondamentale, che spesso il calcio ha nella vita delle persone.
Alla fine de Il mio sogno più grande ci resta in mano la grinta della protagonista, un paio di buone prove attoriali e un’oretta e mezza di scialbo intrattenimento.

VOTO 40/100
Tommaso Ranchino