giovedì 23 ottobre 2008

III Festival di Roma - Incontro con i registi di 8


8, formato da 8 cortometraggi che si occupano degli 8 obiettivi fissati dall’ONU per risollevare le sorti del pianeta nel 2000, è paradossalmente stato boicottato dalle Nazioni Unite, a causa dell’episodio dedicato alle pari opportunità girato dall’indiana Mira Nair (Kamasutra, Monsoon wedding), tacciato dall’autorità internazionale di essere offensivo nei confronti della religione islamica: “Inizialmente avevamo concordato con l’ONU che il loro logo sarebbe apparso sulla locandina del film – dice la produttrice - se loro ci avessero lasciato una completa libertà artistica da donare ai registi coinvolti. Quando poi hanno visto qualche episodio, quello di Mira Nair per la verità, hanno deciso di ritirarsi dal progetto. Addirittura hanno chiamato gli organizzatori di Cannes e di tanti altri Festival perché non proiettassero il film”.
Gli intenti del film sono nobili: “Smuovere l’opinione pubblica su di un tema del genere è fondamentale – dice sempre la produttrice – la nostra è la prima generazione che ha nelle sue corde i mezzi per eliminare la povertà, o perlomeno attenuarla significativamente”.
Tra i vari registi presenti, oltre aWim Wenders, una certa attenzione era rivolta al divo tascabile messicano Gael Garcia Bernàl, che ha esordito alla regia. Curiosa la location del suo corto, l’Islanda: “Mi hanno invitato a fare un episodio sull’istruzione, mi trovavo a lavorare in teatro in Islanda. Essendo io messicano ovviamente la prima cosa venutami in mente era il Centro America, o l’America Latina, ma alla fine ho deciso di girarlo in Islanda. È stata una grande sfida ed un onore partecipare ad un progetto insieme a registi di questo calibro”.
Nel marasma di banalità dilagante in conferenza, Mira Nair riscuote gli applausi della stampa quando, rispondendo ad una giornalista che addossava le colpe ad una filiazione irresponsabile da parte delle donne dell’area asiatico-africana, dice: “I figli di solito si fanno in due, quindi non solo le donne vanno educate. Poi la questione è ben più complessa di così. Da dove vengo io più figli hai più possibilità hai di poter lavorare la terra da coltivare, non esiste un numero di figli da fare universalmente giusto, penso che vari da cultura a cultura”.
Sempre pungente Wenders, che riguardo la sua prestigiosa collaborazione ha affermato: “Il mio obiettivo era molto astratto, forse hanno pensato che un tedesco con il suo pragmatismo sarebbe stato capace di riportarlo bene, essendo più organizzato”.
Gaspar Noé (Irrevérsible), che ha firmato uno degli episodi migliori e di maggior impatto, descrive la sua esperienza: “Sono stato fortunato ad avere un argomento decisamente meno ampio di altri: l’AIDS. Potevo affrontarlo sia dal punto di vista dell’accesso ai medicinali che attraverso racconti personali, ed ho optato per quest’ultima. Ho voluto mettere a disposizione di un mini documentario le armi tipiche del mio cinema”.
Il grande assente della manifestazione romana è Gus Van Sant, dopo aver latitato artisticamente sullo schermo, il suo episodio è il più banale, da forfait anche all’incontro con la stampa.

Tommaso Ranchino

III Festival di Roma - Recensione di 8


8 storie di miseria, sofferenza o semplice disagio inscenate nelle aree più distanti e incastonate del pianeta, 8 registi internazionali di talento (chi più chi meno), 8 obiettivi per risollevare la situazione dei paesi sottosviluppati della Terra.
Questo il pretesto e il modus che ha segnato la genesi di 8, pellicola ispirata dagli 8 obiettivi che, nell’ormai lontano settembre del 2000, l’ONU aveva stilato e si era prefissa di realizzare entro il 2015: istruzione, fame, aids, mortalità infantile, emancipazione, ambiente, collaborazione globale. Questo film arriva a 7 anni dalla scadenza del progetto, e sembra attestarsi, più che come una celebrazione di questo, come un monito rivolto all’immobilismo che ha paralizzato la comunità internazionale.
8 è uno specchio infranto in 8 pezzi, che, pur guardando verso la stessa direzione, mirano finalità lontane tra loro e assumono riflessi cromatici a dir poco contrastanti.
Dal punto di vista formale si presenta come una sequenza di 8 cortometraggi, caratterizzata da una disomogeneità sostanziale, sia nella cifra stilistica che nell’impianto narrativo. Episodi meglio strutturati e ben riusciti si alternano a fotogrammi meno significativi ed oltremodo didattici.
Gus Van Sant delude le attese, presentando una serie di sequenze di skaters che danno la sensazione di provenire dal materiale extra di “Paranoid Park” riciclato in quattro e quattr’otto (per l’appunto) per salire sul carro dei registi bravi e buoni di cui il film può far vanto. L’altro big, Wim Wenders, ha il compito di chiudere l’ottetto con uno spezzone riassuntivo e, per forza di cose, troppo didascalico, inneggiando all’onnipresente Bono degli U2. Le cose più interessanti le fanno vedere Gaspar Noe con “SIDA”, un vero e proprio pugno nello stomaco, che racconta tramite primissimi piani statici la storia vera di un malato in quel di Ouagadougou (Burkina Faso), Jane Campion con “Water diary”, che racconta in chiave onirica e neo hippie la singolare situazione della siccità in Australia e lo splendido “Panshin Beka Winoni” (The Story of Panshin Beka) di Jan Kounen, girato interamente in b/n, che documenta la morte durante il parto di una ragazza nel cuore della foresta amazzonica.
A conti fatti 8 è un prodotto ben confezionato, che alterna veri e propri momenti pregni di drammaticità, che ben si consegna allo spettatore, ad altri di stanca e di populismo, che banalizzano in fondo l’intero progetto.

VOTO 65/100

Tommaso Ranchino

martedì 14 ottobre 2008

I vincitori della terza edizione del Festival internazionale del Cinema di Roma

E' il 31ottobre, alle 18,30, in verità con il solito ritardo di rito, la terza edizione del Festival di Roma si esaurisce nella cerimonia di premiazione presso la Sala Sinopoli dell’Auditorim capitolino.
Dopo i convenevoli vari, tra Rondi che saluta e la presentazione dei presenti in sala, ecco che si parte con la raffica più attesa della manifestazione al tramonto, i riconoscimenti.

Alice nella città

Prima di tutto i ragazzi: la categoria Alice nella città conferisce due premi, consegnati del disegnatore Bruno Bozzetto, a cui, ma non solo a lui, è stato dedicato l’omaggio all’animazione italiana che ha attraversato la manifestazione. Il miglior lungometraggio della categoria under 12 va a “Magique!”, mentre quello della categoria over 12 va a Summer, splendido film scozzese che si è rivelato come una delle visioni migliori del Festival. Il regista Kenneth Gleenan lo accoglie così: “Ringrazio sentitamente la giuria, sono felice che il film sia stato in grado di viaggiare fin qui”.

Menzioni speciali della giuria

La giuria, prima di consegnare i premi ufficiali, dichiara le sue due menzioni speciali.
Una va al complesso e criptico melodramma “A corte do Norte” dell’autore portoghese Joao Botelho per ‘la profondità insondabile del tempo e dello spazio’. Il cineasta, persona arguta ed interessante, si esprime così: “Devo ancora ringraziare Rondi, che 26 anni fa portò il mio film al Festival di Sorrento. Io da parte mia spero di riuscire a portare avanti la mia idea di cinema. Voglio anche ringraziare la città di Roma, per la mostra sugli Etruschi, quella sul Bellini e per la gente della città: è stato bellissimo vedere un milione di studenti in piazza e in strada per manifestare”.
La seconda menzione va alla commedia francese “Aide-toi et le ciel t’aidera” ‘per la vitalità e la generosità, un affresco di una comunità nera che vive in Francia come se fosse in Africa’.
Ci si aspettava sicuramente qualcosa in più per il film di Dupeyron, che forse meritava il Premio della Critica, ed invece si accontenta della menzione insieme all’inappetibile opera di Botelho.

Marco Aurelio per i Migliori Interpreti

La carica di miglior attrice va ad una fantastica interprete in ascesa di casa nostra, Donatella Finocchiaro in “Galantuomini” per ‘la potenza della sua interpretazione dove vien fuori il doppio volto del suo personaggio’. L’attrice pugliese ringrazia soprattutto “la magica terra del Salento dove è stato girato il film”.
Il miglior interprete risulta, più che meritatamente, l’ucraino Bohdan Stupka, protagonista della commedia polacca “With a warm heart” per ‘la complessità del ruolo e la sottigliezza dell’interpretazione’. L’ucraino, che è stato Ministro della Cultura della Repubblica del suo Paese, incanta sullo schermo come fa dal vivo, strega la platea e fa da mattatore durante i ringraziamenti.
Le palme di migliori attori sono state consegnate giustamente a due interpreti, per motivi diversi, più che meritevoli.

Marco Aurelio per i Migliori film

Il miglior film per la critica è l’afgano “Opium war” di Siddiq Barmaq. Il regista che tanto successo aveva riscosso con “Osama” è tornato a parlare con forza e talento del suo Paese martoriato.
Invece il Miglior film per il pubblico è “Resolution 819” di Giacomo Battiato, che dice: “Nel cinema conta la coerenza della motivazione. La mia motivazione nasce dall’orrore di un massacro trucido che si è consumato a pochi km dal nostro Paese”.
A consegnare il Premio il sindaco di Roma Gianni Alemanno che, in continuità con quello che aveva affermato alla conferenza di apertura della manifestazione, afferma: “E’ un Festival che vede tutto sul più. Più pubblico, più incassi, più accreditati. Ormai la manifestazione è un patrimonio della città di Roma, noi siamo convinti che diventerà il più grande premio ed evento cinematografico del panorama italiano”.
Le decisioni dei Migliori film lasciano un po’ di amaro in bocca agli addetti ai lavori che hanno visionato l’intera selezione. Se il giudizio del pubblico è, ahinoi, insandacabile, lecito però chiedersi perché mai il vincitore di un Festival Internazionale debba essere decretato dagli spettatori e non da un computo ragionato di pubblico e critica, d’altra parte la decisione della critica lascia un po’ perplessi. Di titoli migliori di Opium war ce n’erano: Aide-toi et le ciel t’aidera, With a warm heart, Il passato è una terra straniera e Baksy per citarne alcuni.

Marco Aurelio d’Oro alla carriera

Quest’anno è Gina Lollobrigida a ritirare il riconoscimento alla lunga militanza nel campo del cinema. Prima della premiazione viene proiettato un documentario sulla poliedricità artistica della Lollo nazionale: attrice, fotografa, scultrice ed anche cantante. Tutto in una donna che quando riceve la standing ovation del pubblico della capitale e trattiene a stento le lacrime: “Nonostante abbia ricevuto tantissimi premi in giro per il mondo ed ogni volta è piacevole ricevere dei riconoscimenti per il proprio lavoro, riceverlo oggi qui, a Roma, a casa mia, è davvero emozionante. Non mi sono mai emozionata come stasera nella mia vita”.

Al Pacino apre e la Lollo chiude. E allora tutti a casa. Il tappeto rosso si riavvolge su sé stesso. Gli infiniti loghi “cinema” sparsi per l’Auditorium scompaiono come candele al vento. Cala il sipario sulla terza ripetizione di un evento giovane in continua metamorfosi, che, anche quest’anno, tra polemiche e cambi di poltrona, ha avvicinato la città all’arte più completa, misteriosa e carica di vita che esista.
Al prossimo anno allora, chiunque sarà il sindaco, il presidente, i selezionatori, noi ci saremo perché, siam certi, che il nostro migliore amico, il cinema, non mancherà mai l’appuntamento.

I premiati ufficiali:

- Menzioni Speciali della Giuria: “A Corte do Norte” di Joao Botelho, “Aide-toi et le ciel t’aidera” di Francois Dupeyron
- Marco Aurelio per la Migliore Interprete femminile: Donatella Finocchiaro per “Galantuomini” di Edoardo Winspeare
- Marco Aurelio per il Miglior Interprete maschile: Bohdan Stupka per “With a warm heart” di Krzistzof Zanussi
- Marco Aurelio della critica come Miglior Film: “Opium war” di Siddiq Barmaq
- Marco Aurelio d’Oro come Miglior Film del pubblico: “Resolution 819” di Giacomo Battiato
- Marco Aurelio alla carriera: Gina Lollobrigida

lunedì 13 ottobre 2008

Recensione ed interviste: No problem


Già in SMS – Sotto mentite spoglie Salemme aveva deciso, tramontata ormai la storica collaborazione con Carlo Buccirosso passato in scuderia Vanzina Bros., di farsi affiancare da un comico carismatico come Panariello, questa volta, oltre al toscanaccio, assolda il camaleontico Sergio Rubini, suo attore preferito riferisce, per formare un trio che promette lunghe file ai botteghini.
La vita di Arturo Cremisi, attoruncolo di fiction, si sovrappone tra personaggio e realtà. Un bambino, orfano di padre, riversa nel protagonista la carenza paterna, e lo spietato ed esilarante agente di Cremisi (Rubini) coglierà la palla al balzo per sfruttare la compassione del grande pubblico pubblicizzando l’accaduto ed intavolando un vero e proprio caso mediatico su misura del popolino mangia scandali del Belpaese.
Questa volta l’attore–regista napoletano abbandona la commedia degli equivoci amorosi per impelagarsi in una critica all’industria mediatica made in Italy, se la prende, in ordine sparso, con la voglia spasmodica di reality e realtà con una particolare predilezione per tutto lo scabroso che la caratterizza, con la scadente qualità delle fiction nostrane, con la caducità del successo effimero e sempre più ingiustificato e i seguenti compromessi a cui si è costretti a scendere. Non ha nessuna velleità analitica, e per fortuna diciamo noi, nei confronti della figura paterna promiscua che si viene a creare nel succedersi delle vicende.
La direzione artistica e il casting portano ad un risultato parateatrale tipico della cinematografia di Salemme, l’inserimento nel cast di Anna Proclemer, Oreste Lionello e dello stesso Rubini, tutti formatisi sui palcoscenici, investe No problem di un connotato manieristico che si staglia come valida alternativa ai progetti di Neri Parenti e Vanzina.
Il cinema di Salemme restituisce alla commedia all’italiana un certo distacco dalla realtà nella costruzione dei personaggi: lo splendido Enrico Pignataro, riferimento neanche troppo velato al press agent Pignatelli, di Rubini (la parte migliore del film), la mamma portata in scena con maestria dalla Proclemer, il folle dalla doppia personalità affidato a Panariello sono tutte macchiette d’ispirazione ricercabile nelle suggestioni del teatro di De Filippo e di Scarpetta. Avrebbe forse meritato più spazio Ronnie, l’indiano protagonista della scena più esilarante di SMS, che invece qui viene riproposto marginalmente per sfruttarne il richiamo ed il credito guadagnato nell’opera precedente.
A scapito di questi meriti No problem è un film, in assoluto e non rapportato quindi al desolato panorama della nostra commedia, davvero poco esaltante. Scontato e addirittura stanco in alcune sequenze se la prende in modo facilone con dei bersagli sin troppo facili. Manca in Italia il coraggio e la voglia di prendersi qualche rischio. Memento audere semper. Questo dovrebbe essere il motto di chi fa commedia, il cineasta napoletano avrebbe nelle corde gli strumenti per essere efficace ed aspro, ed invece continua a mandare avanti produzioni senza mordente alcuno.
Le poche risate intelligenti sono affidate, come già detto, ad un buon Rubini e ad un Panariello che si riferisce a sé stesso nel reinterpretare una parte adiacente a quella che vestì in Ti amo in tutte le lingue del mondo di Pieraccioni.
Da vedere comunque se si ama la commedia nostrana, ma non si sopportano gli stucchevoli siparietti di scuola Boldi-De Sica.

VOTO 56/100

venerdì 10 ottobre 2008

Incontro con Carmen Electra - A Roma per promuovere Disaster Movie


Carmen Electra è venuta a Roma per presentare l’ultimo film erede degli Scary Movie, Disaster Movie. Il suo cammeo è ormai un ingrediente immancabile in questi progetti ed anche questa volta non lesina di mostrarsi in una sexy sequenza di wrestling insieme alla Playmate Kim Kardashian.

Questo film prende in giro delle icone pop, vedi Jessica Simpson ed Amy Winehouse. Quanto è divertente far parte di un film che prende in giro la cultura popolare?

“E una presa in giro affettuosa, un modo per celebrare sia i personaggi della cultura pop che tutto ciò che la caratterizza, questo filone per quanto mi riguarda è iniziato con Scary Movie. Ritengo che il pubblico possa davvero divertirsi con questo tipo di prese in giro”.



Perché tanti cammei e mai una parte duratura nonostante la sua fama indubbia?

“Innanzittutto mi sento molto fortunata. All’inizio volevo semplicemente riuscire a ballare nei videoclip musical, tipo queli di Janet Jackson e fare quello per me sarebbe stato il sogno divenuto realtà. Il fatto di aver intrapreso una carriera tutta mia ad Hollywood mi fa sentire davvero fortunata, e in realtà mi piace apparire in questi cameos perché mi consente di fare moltissime altre cose, mi piacerebbe ricominciare a ballare, mi sono trovata benissimo nel tornare a farlo con le Dolls, ho prodotto un mio corso di aerobica che si chiama Aerobic Striptease, poi ho fatto molte comparse tra cinema e tv. Mi piace poter mantenere questa varietà d’impegni che ho attualmente”.


Ci racconti un po’ la scena di wrestling che la vede protagonista nel film.

“Mi sono molto divertita nell’episodio in questione. Mia madre è cintura nera di Jujitsu, ho cercato di memorizzare i suoi movimenti quando ero piccola, e in questa scena ho ripensato a lei. Mi sono davvero divertita a rotolarmi mezza nuda con Kim Kardashian sotto di me! Per di più siamo uscite dal ring tutte contuse e piene di lividi”.


La presenza dei media nella sua vita privata è onnipresente, come la vive?

“Proprio perché sono una persona pubblica mi sembra che la via della sincerità e della trasparenza sia l’unica percorribile, perchè mi da la possibilità di aver maggiore controllo di me stessa. Riconosco l’importanza del mestiere del gossip, ho messo la preparazione del mio matrimonio con Dave Navarro in un reality e lo rifarei”.



Vorrebbe interpretare mai un ruolo drammatico?

“Sicuramente vorrei confrontarmi col cinema drammatico, anche se quello che sto facendo mi piace molto. Mi piacerebbe lavorare con Anne Hathaway, abbiamo in comune la provenienza dalla danza e mi piace quello che fa”.



Tommaso Ranchino

Incontro con il cast di No Problem - Vincenzo Salemme, Sergio Rubini e Giorgio Panariello


A Roma per presentare il suo ultimo lavoro No Problem, Vincenzo Salemme incontra la stampa accompagnato da Giorgio Panariello, Sergio Rubini, Iaia Forte, Aylin Prandi e Cecilia Capriotti.
Per la prima volta ci viene proposta la coppia Salemme – Rubini, che ha una sintonia particolare pur essendo all’esordio (chissà se avrà un seguito?): “Avevo una gran voglia di lavorare con lui – dice Rubini - e gliel’ho dimostrato anche sul set, lasciandomi andare al suo mondo. Poi noi abbiamo la stessa formazione, veniamo entrambi dal teatro”.
Di nuovo vicino a Salemme c’è Panariello come in SMS, che interpreta un folle come aveva già fatto in un film di Pieraccioni, che dice: “Evidentemente mi vedono come un idiota…Tralasciando gli scherzi è sempre difficile mantenersi su quella sottile linea, per non scadere poi nella macchietta. Devo chiedere grazie ai registi che mi danno la possibilità di dimostrate che si può essere credibili anche al cinema pur essendo io un comico di derivazione televisiva, ed è questa la sfida che accetto ogni volta che vado sul grande schermo”.
Quando la discussione si sposta sul lavoro dell’attore Salemme afferma che “Un attore deve saper recitare in tutti i generi. Non esiste il personaggio comico o drammatico, esiste il personaggio, poi devi far ridere a seconda della situazione. Alberto Sordi non era un comico, era il più grande attore esistente, e rendeva buffa le situazioni”.
Rubini, al solito profondo ed ermetico, dice: “L’attore è spesso una persona con dei problemi d’identità, e allora spesso un’identità in prestito, come quella ad esempio di un personaggio che funziona sul grande schermo, può rimanerti vischiosamente addosso, come una maniglia a cui ci si può attaccare”.
In No Problem il regista partenopeo ha riportato alla ribalta icone del teatro italiano quali Anna Proclemer, Oreste Lionello e Gisella Sofio, come fosse un’indicazione per il cinema e la fiction italiana: “Penso che un attore bravo in teatro è bravo anche al cinema, io prenderei sempre attori che abbiano fatto anche teatro, penso che siano più credibili, non ti distrai quando li guardi. Di fiction se ne devono fare tante, se pescassero più dal teatro i registi farebbero un buon lavoro alla fiction in generale […] Penso siano sempre esistiti i prodotti fatti bene e quelli fatti male, essendosi ingrandito il mercato penso semplicemente che entri nel business più gente meno brava, però quelli bravi arrivano sempre. Non credo che le contaminazioni di scarso talento possano addirittura rovinare un ambiente”.
Salemme è al decimo anno della sua carriera da registae continua anno dopo anno : “Ovviamente a seguito dell’evoluzione del mestiere adesso uso il mezzo con maggior sapienza. Poi io se non lavoro vado in crisi e il cinema è un’ulteriore occasione di lavorare. Mi piace fare sia teatro che cinema, grazie al cinema il teatro si tiene vivo, purtroppo questo è un Paese in cui il teatro non ha facile diffusione ed allora il teatro porta idee al cinema e il cinema porta diffusione. Sono due linguaggi diversi dello stesso progetto nel mio caso”.
Alla fine della conferenza stampa Panariello annuncia che Salemme sarà il regista del prossimo film ad episodi formato dagli sketch del comico toscano: “Siccome io penso di non saper fare il regista ho chiesto a Vincenzo di fare la regia del mio prossimo film, siccome mi sono trovato benissimo con lui. Quando la mattina arrivi sul set e la troupe ti chiede: ‘’Ndo a mettemo a machina?’ (dialetto romano n.d.r.) lì io trovo dei problemi, in Al momento giusto c’era qualcosa dal punto di vista tecnico che non mi era garbato”.

Tommaso Ranchino

Recensione di No Problem


Già in SMS – Sotto mentite spoglie Salemme aveva deciso, tramontata ormai la storica collaborazione con Carlo Buccirosso passato in scuderia Vanzina Bros., di farsi affiancare da un comico carismatico come Panariello, questa volta, oltre al toscanaccio, assolda il camaleontico Sergio Rubini, suo attore preferito riferisce, per formare un trio che promette lunghe file ai botteghini.
La vita di Arturo Cremisi, attoruncolo di fiction, si sovrappone tra personaggio e realtà. Un bambino, orfano di padre, riversa nel protagonista la carenza paterna, e lo spietato ed esilarante agente di Cremisi (Rubini) coglierà la palla al balzo per sfruttare la compassione del grande pubblico pubblicizando l’accaduto ed intavolando un vero e proprio caso mediatico su misura del popolino mangia scandali del Belpaese.
Questa volte l’attore–regista napoletano abbandona la commedia degli equivoci amorosi per impelagarsi in una critica all’industria mediatica made in Italy, se la prende, in ordine sparso, con la voglia spasmodica di reality e realtà con una particolare predilezione per tutto lo scabroso che la caratterizza, con la scadente qualità delle fiction nostrane, con la caducità del successo effimero e sempre più ingiustificato e i seguenti compromessi a cui si è costretti a scendere. Non ha nessuna velleità analitica, e per fortuna diciamo noi, nei confronti della figura paterna promiscua che si viene a creare nel succedersi delle vicende.
La direzione artistica e il casting portano ad un risultato parateatrale tipico della cinematografia di Salemme, l’inserimento nel cast di Anna Proclemer, Oreste Lionello e dello stesso Rubini, tutti formatisi sui palcoscenici, investe No problem di un connotato manieristico che si staglia come valida alternativa ai progetti di Neri Parenti e Vanzina.
Il cinema di Salemme restituisce alla commedia all’italiana un certo distacco dalla realtà nella costruzione dei personaggi: lo splendido Enrico Pignataro, riferimento neanche troppo velato al press agent Pignatelli, di Rubini (la parte migliore del film), la mamma portata in scena con maestria dalla Proclemer, il folle dalla doppia personalità affidato a Panariello sono tutte macchiette d’ispirazione ricercabile nelle suggestioni del teatro di De Filippo e di Scarpetta. Avrebbe forse meritato più spazio Ronnie, l’indiano protagonista della scena più esilarante di SMS, che invece qui viene riproposto marginalmente per sfruttarne il richiamo ed il credito guadagnato nell’opera precedente.
A scapito di questi meriti No problem è un film, in assoluto e non rapportato quindi al desolato panorama della nostra commedia, davvero poco esaltante. Scontato e addirittura stanco in alcune sequenze se la prende in modo facilone con dei bersagli sin troppo facili. Manca in Italia il coraggio e la voglia di prendersi qualche rischio. Memento audere semper. Questo dovrebbe essere il motto di chi fa commedia, il cineasta napoletano avrebbe nelle corde gli strumenti per essere efficace ed aspro, ed invece continua a mandare avanti produzioni senza mordente alcuno.
Le poche risate intelligenti sono affidate, come già detto, ad un buon Rubini e ad un Panariello che si riferisce a sé stesso nel reinterpretare una parte adiacente a quella che vestì in Ti amo in tutte le lingue del mondo di Pieraccioni.
Da vedere comunque se si ama la commedia nostrana, ma non si sopportano gli stucchevoli siparietti di scuola Boldi-De Sica.

VOTO 54/100
Tommaso Ranchino

Recensione di Disaster Movie



Torna al cinema un progetto che, nonostante venga presentato con la dicitura ‘dai creatori di Scary Movie’, è semplicemente un naturale proseguimento degli ultimi flop Epic Movie e 3Ciento. Da quando i Wayans hanno abbandonato Scary Movie le risate sono tornate sporadiche solo con il comando del buon David Zucker (già regista de L’aereo più pazzo del mondo) negli episodi 3 e 4 della saga, ma la coppia Aaron Seltzer e Jason Friedbeerg sta scavando la fossa del progetto orginario.
Questa volta mettono nel mirino della parodia i film catastrofici, e non solo. Alla fine salgono sulla giostra tutti i titoli più importanti della stagione cinematografica e un occhio cinico non viene risparmiato a idoli della cultura pop venuti allo scoperto nell’ultimo anno solare, Amy Winehouse su tutti.
Ed allora la pellicola, che manca ancora una volta di un minimo filo logico, si snoda tra episodi e siparietti più o meno esilaranti, che a volte, nel caso della parodia di High School Musical ad esempio, diventano addirittura insostenibili e claustrofobicamente ripetitivi.
Calzante la presa in giro di Juno, la critica non si focalizza più di tanto sull’attrice Ellen Paige, ma sulla sceneggiatura del film canadese, che è valsa l’Oscar alla blogger Diablo Cody. Guardando Disaster Movie vien fuori quella sensazione inconscia che molti spettatori avevano provato di fronte alla spocchiosa e spesso irritante Juno.
E nel tritatutto finiscono anche il Chirurg di Non è un paese per vecchi, Hancock, il Cloverfield targato J.J. Abrams, Sex and the City, Indiana Jones e tanti altri ancora.
Ancora una volta però il progetto sembra aver perso ormai di mordente, ad esser sinceri già dal secondo Scary Movie il giocattolo sembrava essere sulla via del guasto irreversibile, ed invece sponsor e botteghini favorevoli hanno portato la saga a tirare avanti ben più del dovuto. È ormai chiaro che i progetti siano privi di spina dorsale, manca, in rapporto ai primissimi episodi, una fidelizzazione ai protagonisti delle vicende, un fil rouge nella trama, un raccordo interno al plot che possa perlomeno mantenere un interesse, seppur minimo, alle sorti dei protagonisti. L’involuzione del prodotto ha portato ad una situazione attuale alquanto desolante, quest’ultimo film è un semplice susseguirsi di sketch. Spesso stucchevole, talvolta persino tedioso, Disaster Movie è, tra quelli del dopo Scary Movie, senz’altro meglio di 3Ciento ed Epic Movie, ma peggio di Hot Movie.
I nostalgici de L’aereo più pazzo del mondo (capostipite del genere), Hot Shots e le varie pallottole spuntate rimarranno con l’amaro in bocca.

VOTO 42/100

Tommaso Ranchino


lunedì 6 ottobre 2008

Recensione di Babylon A.D. - Il Razzie non tarderà ad arrivare!


Un mercenario in una società post-apocalittica deve scortare dalla Russia a Manhattan (plauso all’originalità!) una sorta di Vergine Maria post-moderna, che ospita nel ventre un Messia alieno.
Premessa obbligata: la fantascienza è un campo minato per chi lavora nel settore cinematografico, ancor più di quello letterario, il confine che divide capolavoro e flop è così sottile che spesso anche i maestri possono steccare. Kassovitz, regista transalpino in perenne crisi, ha preso un rischio, e gli è andata male.
C’era speranza nei confronti di Babylon A.D., non ci si aspettava un capolavoro, ma qualcosa, anzi tutto, in più sicuramente. La lunga lavorazione, la scelta di un testo di Maurice G. Dantec, visionario, discusso e discutibile romanziere di sci-fi francese, la firma di un Kassovitz in cerca perpetua di riscatto. Questi dettagli potevano far presagire un risultato sorprendente al pari di quello de I figli degli uomini, ed invece ci troviamo di fronte ad un’opera che rispetta i settaggi predefiniti del genere action: sceneggiatura di circostanza, mai efficace, ambientazioni scopiazzate e personaggi disegnati più che costruiti o modellati.
La trama, che ben faceva presagire anch’essa, viene violentata da un plot che presenta lacune mostruose e davvero fantascientifiche, la regia non si prende nessuna libertà stilistica , Kassovitz mette il pilota automatico e si culla, erroneamente, su quel richiamo prettamente anni ’80 del ‘futuro non troppo lontano’, in cui la società ha perso il barlume del raziocinio e della solidarietà reciproca. Poco importa che ci sia qualche scena d’azione abbastanza riuscita.
Vin Diesel, dal canto suo, fa il solito, d’altra parte è lui l’erede della trinità action (Schwarzy-Sly-Willis) che Hollywood per ora propina. Mathieu Kassovitz dopo l’esordio con botto e Palma d’Oro nel 1995 con L’odio, corona la sua picchiata verso il basso col suo prodotto peggio riuscito, adesso deve risalire per forza, d’altronde si dice che dopo aver toccato, raschiato in questo caso, il fondo la rinascita è a portata di cinepresa.
La cattiva stella che ispira il film trova il suo riscontro manifesto in un finale imbarazzante, sbrigativo, scollegato. Come se il proiezionista avesse deliberatamente decurtato una buona mezz’ora di pellicola, una sensazione alquanto disturbante a corollario di un’esperienza filmica dannatamente surreale.
Insomma Babylon A.D. manca principalmente di una personalità propria, è un collage, per non dire accozzaglia, di intuizioni ed elementi che hanno caratterizzato film riusciti ed epocali quali Blade Runner ed affini. Un esperimento che in un genere come questo ha sempre portato progetti economicamente ambiziosi a naufragare malamente, mentre in generi meno esigenti quali il comedy è sempre risultato un buono scoglio su cui appoggiarsi.
C’è ben poco altro da dire su questo titolo.
Il Razzie è nel mirino della coppia, che probabilmente non rivedremo più insieme, Vinnie-Mathieu.

VOTO 40/100
Tommaso Ranchino

venerdì 3 ottobre 2008

Conferenza di presentazione del III Festival del Cinema di Roma - Famiglie, Italia e poche star


Il luogo è la Sala Sinopoli dell’Auditorium di Roma, l’occasione quella di presentare a stampa e mondo intero il nuovo Festival del Cinema di Roma, che si terrà tra il 22 e il 31 ottobre.
Il primo intervento viene affidato al Presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo che assicura e tranquillizza tutti i presenti, pur ringraziando con una vena di nostalgia il Presidente uscente Goffredo Bettini, che la Regione continuerà ad affiancare il Comune nel sostenere il Festival e, addirittura, che se il Comune si dovesse tirare indietro nei prossimi anni, sarà proprio la Regione ad affibbiarsi il carico di sostenere l’organizzazione della manifestazione.
Quando ho detto che qualora altre istituzioni si fossero tirate indietro, la Regione avrebbe mandato avanti con le proprie forze la Festa è perché a Roma il cinema è centrale nella vita della città, per non parlare di Cinecittà e delle migliaia di lavoratori che alimentano i mestieri del cinema. La Festa del Cinema è patrimonio della città, e noi dobbiamo essere garanti della sopravvivenza di questa. E quando dalla Regione Veneto mi chiedono perché sostengo la Festa, rispondo: ‘Perché non dovrei?’ Sostengo i distretti industriali e allo stesso modo sostengo quello dell’audiovisivo”.
Lo segue sul palco un telegrafico Nicola Zingaretti, Presidente della Provincia di Roma, che chiede semplicemente agli organizzatori: “Fateci sognare!”.
E proprio sogno, immaginazione, divi e lustrini è quello che i presenti in sala si aspettano.
La chioccia Gianluigi Rondi, Presidente della Fondazione Cinema per Roma, segnala, pur non avendo visto i film ci assicura, il filo conduttore che attraversa la manifestazione riguardante le famiglie del cinema italiano: ci sarà il primo film del figlio (Brando) di Christian De Sica, in cui il padre sarà il protagonista e si parlerà del nonno Vittorio, poi ci sarà con un film la famiglia Rossellini, i Tognazzi con il film di Mariasole che aprirà il Festival, ci saranno i Manfredi ed ancora i Vanzina per ricordare Steno.
Ad un primo sguardo del programma, però, le differenze dalle precedenti edizioni ci sono eccome, e riguardano soprattutto la sezione Anteprima, di cui si occupa Piera Detassis, la quale assicura di aver voluto trasgredire ai luoghi comuni che si affibbiano ai Festival. Il primo: solitamente non si apre con un film italiano, quest’anno sarà invece il film di Mariasole Tognazzi, L’uomo che ama, a dare il via. Racconta la storia di un uomo che soffre per amore, questo rovesciamento tra uomo e donna sarà un filo conduttore dell’intera sezione. Ci sono ben 21 film italiani in tutte le sezioni, mai stati così numerosi. L’altro luogo comune da sfatare è quello che riguarda i generi: solitamente le commedie non vengono molto considerate, invece qui ce ne saranno ben 4, tra cui Easy Virtue di Stephan Elliott con Jessica Biel e Colin Firth (entrambi a Roma), che potrebbe essere la sorpresa su cui puntare.
Questo potrebbe essere un Festival sui generis e sui generi- gioca con le parole la Detassis- ci sono rappresentati tutti i generi”.
L’ultimo luogo comune è quello che riguarda il glamour e il red carpet. Troppo spesso le critiche fatte alle precedenti edizioni si sono scagliate sull’inflazione di star d’olteroceano, per di più strapagate per venire, che hanno calpestato il tappeto rosso dell’Auditorium, quest’anno allora spazio ai cast europei, attori della nuova generazione del cinema continentale avranno una grande rilevanza. La preminenza degli interpreti culminerà con l’omaggio a Viggo Mortenesen (al Festival con Good e Appaloosa), che festeggerà i suoi 50 anni a Roma, che mostrerà i molteplici talenti dell’interprete de La promessa dell’assassino di David Cronenberg. E proprio Cronenberg sarà protagonista di un incontro con pubblico e stampa, nel quale commenterà dal vivo alcune scene dei suoi capolavori.
Sicuramente avvincente il duello che contrapporrà Edward Norton a Colin Farrell, che sarà a Roma, nel film, in concorso, Pride and glory di Gavin O’Connor.
Altre novità saranno la presenza imprescindibile della musica, si esibiranno, tra gli altri, Carmen Consoli prima della proiezione de L’uomo che ama del quale ha curato la colonna sonora e la S.N.A.P. Band, una band composta da 15 attori italiani e capitanata da Silvio Orlando, che si esibirà prima di Parlami di me targato famiglia De Sica.
Gli occhi saranno puntati anche su 8, un film firmato da otto registi, tra cui Wim Wenders e Gus Van Sant, che si ispira agli otto obiettivi fissati nel settembre 2000 dall’Onu per migliorare la vita della popolazione mondiale. Il progetto ambizioso verrà presentato a Roma in anteprima mondiale e 6 registi su 8, non è ancora lecito sapere chi, hanno già confermato la presenza all’Auditorium.
Ed ancora The Duchess con Keira Knightley, Galantuomini di Edoardo Winspeare con Donatella Finocchiaro, Il passato è una terra straniera di Daniele Vicari con Elio Germano e Valentina Lodovini e Der Baader Meinhof Komplex di Uli Edel.
Chiude le formalità il Sindaco di Roma Gianni Alemanno che, con veemenza, afferma: “Ci sono state delle polemiche tra Roma e Venezia sulla possibilità o meno di istituire questo Festival, da un lato noi diciamo che agiamo con uno spirito di complementarità rispetto ad altri eventi nazionali, da un altro lato però rivendichiamo una centralità da questo punto di vista, perché se Roma non è il punto in cui si manifesta tutta quell’attenzione che il popolo italiano ha avuto verso il cinema nessun’altra città può farlo. Roma, per Cinecittà e per tutto quello che abbiamo dietro le spalle, è la città ideale per fare tutto questo. Complementarità quindi, ma anche consapevolezza della centralità della città di Roma rispetto questa realtà”.




Sezioni del Festival:

- Anteprima: i film in concorso e fuori concorso, un’attenzione particolare viene rivolta agli interpreti, per questa che è forse la sezione più attesa e prestigiosa della manifestazione.
- L’Altro Cinema: documentari, lungometraggi ed approfondimenti su registi ed attori, la sezione curata da Mario Sesti porta alto il vessillo della qualità e dell’indipendenza più assoluta. Nelle precedenti edizioni si è attestata come la sezione dal profilo qualitativo più alto.
- Cinema 2008: fa parte anche questa della selezione ufficiale del Festival. Lo sguardo qui viene rivolto soprattutto agli autori, dai più affermati a quelli emergenti.
- Alice nella città: la sezione del cinema per ragazzi, colloca il Festival in una dimensione maggiormente aperta al pubblico e ai fruitori meno avvezzi.

Tommaso Ranchino