martedì 27 gennaio 2009

Recensione di Italians


Si apre con “Tarareando” dell’Orchestra di Piazza Vittorio l’ultimo di Veronesi, degli stranieri che fanno musica in Italia dischiudono così quelle folkloristiche danze che gli italiani che si trovano in terra straniera sembrano saper cadenzare come nessun altro popolo.
Due episodi raccontano un’italianità da esportazione, soprattutto cafona, ma anche misercordistica, godereccia prima, umanitaria poi. Quattro le facce da italiano che il regista plasma, trasforma, umanizza. Facce da Scamarcio, da Castellitto, da Verdone, da Bandiera, prodotti diversi di un cinema invece davvero poco esportabile, che si riferisce, Veronesi è garanzia in tal senso, ad un innalzamento esponenziale delle cariche emozionali di avvenimenti in realtà di poco conto. Una poetica alla quale il regista ci ha iniziato con i due manuali per innamorati scemi, e che sembra coltivare anche in questo “Italians”, arricchendola dell’interessante idea di metterci tutti un po’ in discussione, in una sorta di simil“Sorpasso” nel primo episodio, che scatena una riflessione on the road tutta all’italiana. Un cinema attaccato ad una filosofia becera, delle pisciate chiarificatrici nel deserto e del sex tourism che tanti connazionali sembrano apprezzare, che però perde aderenza quando si vuole mostrare romanzo di formazione, sfornando in un tripudio iperglicemico di buonismo due finali così così, uno pessimo per il vero. A quel punto meglio ancora sarebbe stato continuare la strada intrapresa, scandagliando più a fondo la nostra fissazione per le donne leggere e straniere, per il soldo facile che spesso cerchiamo all’estero, occultando la parte sin troppo umanizzata che distrae e confonde le idee, completando un ritratto a quel punto sì manierato e sin troppo vincolato alla drammaturgia del cinema spicciolo.


Il Verdone sempre impasticcato ed ipernevrotico dei film di Veronesi torna, dopo prove agrodolci, a far ridere di gusto; pur se ingabbiato in un personaggio scritto malino, l’attore romano si ispira alla commedia all’italiana, cosa che difficilmente in un passato fatto di macchiette e manierismo aveva provato a fare, riproponendosi in una veste che, lui assicura, sarà quella definitiva d’ora in poi. Dopo aver lasciato il proprio testamento artistico in “Grande, grosso e Verdone” si rimette in pista puntando sull’esperienza e la conoscenza che la maturità gli ha donato, ed è un godimento la scena che regala nel secondo episodio.
Di contro poco graffiante la prova di un immenso interprete quale Sergio Castellitto, che evidenzia, e conferma, scarsa propensione genetica per lo scorrimento comico di film del genere, risultando sempre forzato quando cerca il sorriso del pubblico, ed invece incredibilmente bravo e magnetico quando ne cerca la riflessione o la reazione emotiva. Di suo Scamarcio fa lo Scamarcio, forse ancor meno ispirato del solito, che sfoggia ahinoi un imbarazzante accento romano, e Bandiera conferma una potenzialità d’istrione ancora poco indagata e spremuta a dovere dall’industria dello showbiz nostrano.


Comunque va dato atto a Veronesi, e ad “Italians”, di metter in circolo un cinema a metà tra la boiata commerciale e la commedia impegnata, pendendo meritevolmente più per la seconda, almeno nelle intenzioni, restituendo solo parzialmente quella dignità che il genere ha conosciuto tempo fa. La strada da fare è tanta, ma pare che la buona volontà, sotto tanti aspetti, ci sia.

VOTO 55/100
Tommaso Ranchino

martedì 20 gennaio 2009

Recensione di Imago mortis


Bruno studia regia alla Murnau, una scuola internazionale di cinema del torinese, e la sua vita viene tormentata da una serie di visioni raccapriccianti e lugubri, in coincidenza col momento in cui riuscirà ad ottenere il lavoretto di custode dell’archivio cinematografico della scuola per pagarsi la retta. Tra l’incredulità e lo scetticismo di chi lo circonda riporterà a galla avvenimenti oscuri, ed oscurati, di anni prima, legati agli esperimenti del pazzoide Fumagalli. Scienziato del 1600 che era riuscito, attraverso il tanatoscopio, una sorta d’elmetto omicida alla “Saw”, a ricavare dai bulbi oculari l’utima immagine registrata dalla vittima dell’orpello infernale. Tutto questo anni prima dell’apparizione della fotografia.


Anche in Italia scocca l’ora della rivalutazione e rivisitazione del genere horror. L’effetto traino scatenato dalla florida rinascita iberica, capitanata da Amenàbar, Balaguerò, Del Toro e l’ultimo Bayona di “El orfanato”, trova il suo corrispondente nell’ultimo lavoro di Stefano Benussi. Si parte da dove si era terminato, si potrebbe dire così. Uno degli ultimi registi cimentatosi con successo nell’esercizio del genere è stato Pupi Avati, ritornato a metter paura anche col recente “Il nascondiglio”, e Benussi proprio di Avati è stato aiuto dal ’98 al 2001.
Accantonato il contesto ed il momento favorevole a livello europeo, “Imago mortis” non riesce di fatto a rilanciare un genere, qui, in disuso, anzi. Paralizzato da un’inspiegabile voglia di ‘internazionalità’, che porta a coinvolgere personaggi inquietanti, quali Geraldine, figlia di Charlotte, Chaplin e figlia, il film si appoggia su di un’idea interessante, quella di volersi addentrare nell’ossessione della razza umana di voler spasmodicamente fermare il tempo attraverso le immagini istantanee, assurgendo l’ultima immagine impressa sulla retina prima della morte ad esempio metaforicamente coinvolgente di vita, morte e tempo. Ma l’idea non trova respiro in quest’opera sconclusionata ed a tratti persino farraginosa.


La capacità di portare a termine un horror, o qualcosa che gli somigli assai, non la si acquisisce da un giorno all’altro, ed evidentemente in Italia non siamo ancora pronti, o almeno Benussi e compagnia ancora non lo sono. La regia si rivela ben presto invadente, facendo scelte visive radicali, quali l’epifania continua dello spettro sottolineata violentemente da un’invadente colonna sonora, eliminando luce in maniera del tutto arbitraria. Ogni stanza (impeccabilmente e per niente plausibilmente impolverata e stravecchia), antro o corridoio della scuola di cinema è illuminato al massimo da una lampadina, e chi guarda ha la sensazione di un ambiente davvero troppo forzatamente distorto. Forzatura che culmina, e dà il colpo di grazia a tutta la credibilità di “Imago mortis”, nella costruzione dei personaggi. Manierati ed insopportabilmente pilotati, anche nella recitazione, maschere quali quella della contessa proprietaria della scuola, inquietantemente spettrale, quella del direttore della fotografia che, impazzito, ha deciso saggiamente di vivere rinchiuso in una stanza della fatiscente struttura della Murnau, il preside-professore, regista attempato che vive l’immortalare immagini in modo ossessivo e compulsivo. Insomma una carrellata di macchiette improbabili, che trascinano pian piano il film verso la propria involontaria, tuttavia la migliore, natura grottesca.


“The orphanage” è qui lontano anni luce, la coerenza, in primis stilistica ed in secundis narrativa, viene disattesa, a favore della facile veemenza visionaria di una commistione continua di elementi paranormali e simbolismi pregni di futili metafore. Passato/presente. Sogno/realtà. Vita/morte. Tutti dualismi che vengono snocciolati a raffica, in uno svolgersi che ridurrà in maniera didascalica tutte le premesse ad una semplice ricerca del colpevole, dell’aguzzino, del carnefice invasato dall’arte e dall’ossessione per l’immagine eterna, cinematografica o fotografica che sia.
Resta comunque un bene aver cercato di riportare in voga il genere in Italia, speriamo che qualcuno, di meglio ispirato, colga il segnale e s’impegni a ricostruire una tradizione che da Argento, Bava (entrambi) e appunto Avati non ha più regalato un sano brivido all’italiana al pubblico, non solo connazionale.

VOTO 45/100
Tommaso Ranchino

domenica 18 gennaio 2009

Intervista al regista e al cast di Imago mortis


“Imago mortis” tenta di rinverdire la produzione di film di genere in Italia, soprattutto in relazione all’onda d’urto del fenomeno spagnolo, e a tal proposito il co-sceneggiatore della pellicola Luis Berdejo è proprio colui che scrisse, assieme a Balaguerò, lo script di “Rec”.


Il regista Stefano Bessoni ci racconta il suo rapporto con l’horror: “La mia scelta nasce dalla mia inesauribile passione per il genere, che fu proprio quella che mi spinse ad intraprendere la carriera nel cinema. Sin dall’inizio ho voluto affrontare questo genere, pur rendendomi conto delle difficoltà che ci sono in Italia nella produzione di opere gotiche ed horror. Fortunatamente dopo una collaborazione di due anni con la Pixstar siamo finalmente riusciti a fare il film che volevamo fare”.
La realizzazione del film, tra riferimenti e passaggi di testimone, ha nascosto più di un’insidia, soprattutto in fase di scrittura: “Aldilà del lavoro finale con la Pixstar- dice Bessoni - la gestazione di Imago mortis è stata lunghissima, durata parecchi anni, in cui si sono avvicendati innumerevoli sceneggiatori, ci sono state circa 30-35 riscritture. Quella definitiva, che arriva al cinema, è quella mia e di Luis Berdejo, per l’appunto. Il riferimento al cinema tedesco espressionista è stato un passaggio obbligato per me, così come lo è per tutti quelli che approcciano l’horror. Poi ovviamente la scena attuale spagnola, tra Balaguerò ed Amenabar, ed uno sguardo al cinema nazionale di genere di cui, pur non citando direttamente, mi porto qualcosa visceralmente dentro. Voglio creare un genere come accaduto in Spagna ed in Francia”.


Nel film sono presenti due donne, eredi di un nome a dir poco oneroso, Gerladine Chaplin, già vista proprio in “The orphanage”, e sua figlia Oona. La ragazza, che vive a Londra, racconta l’esperienza sul set con la madre: “E’ la seconda volta che lavoro con mia madre, mentre la prima fu una cosa voluta, che abbiamo scelto e portato avanti insieme, questa volta, credetemi, è stato tutto figlio di un puro caso. Stefano è arrivato a me attraverso un agente di Londra. Qualche giorno più tardi, parlando al telefono con mia madre le stavo raccontando che avrei dovuto girare un film a Torino, e abbiamo scoperto di essere entrambe nel cast dello stesso film. La cosa più assurda è che Stefano inizialmente non sapeva nemmeno che eravamo parenti, tantomeno madre e figlia”.


Il protagonista maschile è il giovane spagnolo Alberto Amarilla, che racconta il momento spagnolo così: “Trovo che Spagna e Italia siano cugini di primo grado, ci sono infinite affinità tra i nostri due paesi. Oggi la Spagna sta vivendo un vero e proprio risorgimento: dal cinema per l’appunto, per arrivare sino allo sport, stessa cosa che, soprattutto parlando di cinema, l’Italia ha passato anni fa. E spero davvero che in Italia possa accadere oggi lo stesso che accade da noi, soprattutto perché durante le riprese ho potuto confrontarmi con un cast tecnico dotato di un talento cinematografico davvero fuori dal comune”.

Tommaso Ranchino

lunedì 12 gennaio 2009

Recensione di Ti amerò sempre


Il romanziere francese Philippe Claudel, penna apprezzata soprattutto in patria, si cimenta per la prima volta dietro la macchina da presa e, per la verità, riesce finalmente a dare pieno sfogo ad una passione che coltiva dagli anni del liceo. Naturalmente scritto da lui, “Ti amerò per sempre” inquadra la propria attenzione sulla conformazione del rapporto tra due sorelle: Lèa, donna dall’incredibile fragilità che mal si concilia con la propria innata voglia di vivere, e Juliette, la maggiore, appena tornata in libertà dopo aver scontato 15 anni per l’omicidio del proprio figlio. L’incontro fra le due, allontanatesi dopo la condanna, e forse anche prima, riesumerà emozioni e percezioni, legate soprattutto al crimine di Juliette, che porgeranno momenti di instabile intensità, mai eccessivamente energica comunque, allo spettatore. L’amore, quello misterioso ed enigmatico fra sorelle, quello viscerale e in qualche caso anche distruttivo di una madre per il proprio figlio, sono, qui, gli elementi facili di una storia come tante. Storia che in ogni caso avrebbe potuto generare due ore di gran film, asciugando qui e lì, smontando le troppe barriere socio-culturali che “Ti amerò per sempre” propone, adoperando modelli di decodifica ben più scarni ma efficaci.
Gli spettatori invece si ritrovano sbatacchiati all’interno di un ambiente intellettualoide, con evidenti puzze varie sotto al naso, dove, tra figli vietnamiti adottati (l’adozione è un tema qui sviscerato con una superficialità pressoché sconcertante) e spossanti dibattiti pregni di citazioni autoreferenziali, l’antipatia già fenomenale dei francesi diventerà praticamente leggendaria, addirittura nel film un personaggio ammette di esser dovuto scappare da Parigi perché vi erano troppo parigini, e forse Nancy non è stata la scelta più oculata in quest’ottica.
Un contorno che, al contrario, meglio si sarebbe sposato con la struttura di un’opera narrativa. In poche parole un romanzo per lo schermo, le pagine si evolvono in fotogrammi, distorcendone la qualità prìncipe, dove i personaggi non possiedono alcun vantaggio rispetto ai ‘videolettori’, ed anche in questo Claudel palesa la propria spiccata sensibilità da autore di romanzi, scavandosi la propria fossa cinematografica. Tempistiche di un libro, perlopiù descritte aggrappandosi ai particolari, alle piccolezze, che ci portano immagini di un cinema lento e spoglio d’impeto patetico.
Complessivamente nulla qui è troppo male, pulite le interpretazioni, addirittura eccezionale Kristin Scott Thomas, che si porta a casa anche l’EFA come migliore attrice protagonista, una sceneggiatura senza particolari picchi o cadute, che oggi è già qualcosa, ma la totalità rimane comunque priva di un quid cinematografico che ce la possa rendere indelebile, o quantomeno lodabile. Tutto insieme non funziona.
Che non ci si potesse aspettare granché da un esordio lo si immaginava a priori, ma Claudel evidenzia anche una modesta padronanza del mezzo, esibendo una regia didascalica e piatta, che, di suo, non aggiunge nulla. Si vuole sobbarcare l’onere di scrivere un libro di celluloide, dimenticandosi della varietà dello strumento con cui si sta relazionando. Il cinema vive di innumerevoli aspetti che la composizione di uno scritto non prevedono. Claudel non se n’è accorto, o non è riuscito a seguire tutte le fasi (scrittura, prepoduzione, riprese, montaggio, postproduzione, rifinitura) come avrebbe dovuto. Tutto qui.
In sintesi un film senza sprint, senza un proprio stile ben definito, che s’inserisce con poco entusiasmo nel filone autoriale francese, in un marasma ormai davvero grigio, sbiadito, per riscattarsi esclusivamente in un finale che restituisce un minimo di senso filmico al lavoro.

VOTO 51/100
Tommaso Ranchino

giovedì 1 gennaio 2009

Recensione film: Ultimatum alla terra


Una sfera mastodontica è atterrata a Manhattan, Central Park. Il mondo è atterrito, il Presidente Usa se l’è già data a gambe e Klatuu, ambasciatore alieno, è uscito allo scoperto per avvertire il genere umano che la Terra non gli appartiene, visto l’animo distruttivo della nostra specie.
Il remake di “Ultimatum alla Terra” arriva al cinema, a 57 primavere di distanza dall’originale firmato Robert Wise, cineasta sperimentatore che ha attraversato innumerevoli generi (“Elena di Troia”, “West Side Story”, “Tutti insieme appassionatamente”, “Star Trek”). La mano contemporanea dell’inesperto Scott Derrickson (“The exorcism of Emily Rose”, “Hellraiser V”) connota l’intenzione del film su di un altro strato, se nel ’51 il messaggio pacifista insigniva il valore dell’opera, oggi la vena scolasticamente ambientalista di questo ennesimo remake, isterica tendenza hollywoodiana che sta prendendo sempre più, ne tarpa le ali e le facoltà narrative. Nella realizzazione formale poi questa natura di mezzosangue trova il suo solare esibirsi: alla fotografia ed agli approcci cromatici dal gusto retrò che si lasciano intravedere qui e lì non viene dato il giusto spazio, ripiegando sulla scialuppa di salvataggio, nonostante effetti speciali ben gestiti, di una formalità meticcia, tra il b-movie falsamente ricreato e il distaster movie d’oggi.
In uno scorrere affrettato, a tratti televisivo, la pellicola molesta la visione con la assoluta decostruzione di personaggi manierati e scribacchiati. Il cast inabissa assieme alle proprie maschere, il solo Keanu Reeves sguazza in un ruolo che ben gli si cuce. La sua inespressività viscerale, che si porta dietro dagli esordi, trova un completo adempimento nella disgregazione emotiva di un personaggio alieno. Il completo firmato e la pelle grigiastra fanno il resto.
Il sorvolare sbrigativo del film poco riporta alla forza che avrebbe meritato la sensazione claustrofobica di un’isteria di massa, egregiamente vista in “E venne il giorno”, un contorno onnipresente che a giochi fatti risulta il fulcro delle intenzioni di sceneggiatura e girato. Tendenzialmente “Ultimatum alla Terra” decide di non sporcarsi le mani, di fare un passo indietro, di riportare un genere in recessione come la sci-fi ad una risoluzione semplicistica e scevra di complessità. Un buco nell’acqua per la cinematografia odierna, che con le ottime prove di Shyamalan e di Danny Boyle (“Sunshine”) ha nel suo arco le frecce giuste per ricominciare a centrare il bersaglio nel largo bacino di fan, disillusi, della fantascienza.
Il singolare nucleo famigliare composto da Jennifer Connelly e Jaden (figlio di Willie) Smith si specchia falso e distorto in una mendace riproposizione di un’integrazione condivisa, oppure è semplicemente un raggiro mediatico imposto dal babbo alla Fox in una clausolina di chissàquale faraonico contratto. Fatto sta che è un ulteriore elemento minante, manifesto di uno sconclusionato lavoro di preproduzione.
“Ultimatum alla Terra” non merita una visione, godendosi qualche buon risultato visivo non si giustifica una completa disattenzione nei confronti della storia, a tratti mortalmente tediosa, a tratti nauseatamente già vista. Peccato per un genere nobile, che meriterebbe un rispetto reverenziale capace di bloccare velleità produttive come questa.

VOTO 45/100
Tommaso Ranchino

giovedì 25 dicembre 2008

Recensione di The Spirit


Basato sulla graphic novel di Will Eisner che quando uscì, parliamo del lontano 1940, disse fortemente la sua su ciò che sarebbe venuto dopo, “The Spirit” è il primo film personalmente diretto da Frank Miller, reduce dalla stretta ed ottima collaborazione con Robert Rodriguez per “Sin City”. Ed è proprio da lì che si parte, dall’esperienza che Miller ha avuto sul set con Rodriguez, dove ha capito che avrebbe potuto disegnare i propri film, girare le scene sul green screen, e poi unire il materiale girato alle proprie illustrazioni.
In questi anni, proprio grazie a Miller, ci troviamo di fronte ad una commistione, cinema e fumetto, che verrà ricordata come una delle più fruttuose mai strette tra due arti visive. Prodotti che difficilmente possono essere definiti film, o semplice animazione, qualcosa che prende dal mondo del cinema la cinetica e la dinamicità che un foglio non potrà mai avere, ma che strappa dalle pagine di Miller, o meglio dalla versione milleriana del lavoro di Eisner, quella incredibile creatività cromatico-stilistica a cui un regista canonico non potrebbe mai aspirare. Qui il merito infinito del talento di Miller, un talento così prepotente da portarlo ad eccellere in campi così complessi e diversificati quali il disegno, la scrittura e una schizzata ossessione per i personaggi, tanto per dirne una la striscia di Batman “The Dark Knight” che ha fatto la fortuna del cinefumetto, definizione per la verità strettina in questo caso, meglio riuscito di tutti tempi porta la sua eccellente firma.
Certo la conduzione di un film è altra cosa, “The Spirit” sembra rubare troppo a “Sin City”, distorcendo la natura più pop, alla “Watchmen” diciamo, del lavoro di Eisner. Ed allora l’impatto visivo, che in assoluto è ottimo, poco e male si amalgama con la storia dell’ex poliziotto innamorato della sua città. E più in generale tutto risulta troppo frazionato, riducendosi ad un insieme di siparietti, singolarmente riusciti, ma che uno appresso all’altro lasciano tante perplessità.
Il fiore all’occhiello del primogenito di Frank Miller è l’ironia che lo attraversa in lungo e in largo, il cupo noir di “Sin City” è qui dolce e demenziale, il ‘villain’ Octopus (Samuel L. Jackson), alter ego maligno del protagonista inscenato dal poco carismatico Gabriel Macht, attira le benevolenze dei lettori/spettatori nella sua spasmodica delirante ricerca del superuomo, passando goduriosamente per i travestimenti nazisti che ricordano più il naziporno “La bestia in calore” che “Schindler’s list”. Un teatro dell’assurdo, quello di Samuel L. Jackson, sarcastico e parodico, dotato di una vivace cromaticità che avremmo voluto vedere lungo tutta la pellicola. Splendida anche la Send Saref di Eva Mendes, esplosa più che mai in tutto il suo intrigante fascino, donna che preferisce, e di gran lunga, i diamanti alla vita vera, gli amori d’interesse a quello vero. E proprio sugli amori e sui continui colpi di fulmine del protagonista la novel si riderà addosso più volte, facendoci rider di gusto anche a noi per la verità.
Un risultato agrodolce, che pende comunque verso una promozione con riserve, che risente in malomodo dell’onda lunga del riuscito “Sin City”, scimmiottandolo eccessivamente, invece di coglierne gli elementi che avrebbero potuto essere utili a rendere al meglio il messaggio di Will Eisner, dove la città è l’unico vero amore del protagonista, su cui tra l’altro ci si sarebbe potuti scervellare di più in fase di casting. Qui invece quella che dovrebbe essere un’immaginaria New York, altro grande amore, assieme alle donne, di Frank Miller, fa solo da sfondo e da musa dei deliranti monologhi narranti del suo ‘spirito’ di superomino, altra fotocopia di “Sin City”.

VOTO 58/100
Tommaso Ranchino

lunedì 22 dicembre 2008

Recensione film: Lissy - Principessa alla riscossa


Era il 2007 quando l’acuto Michael Bully Herbig regalò al pubblico tedesco “Lissi und der wilde Kaiser”, un cartoon digitale che, partendo dai lavori Dreamworks e arrivando anche a prendersene gioco, si poggiava sulla forte caratterizzazione del suo creatore, che ha prestato volto e voce alla protagonista femminile. Una pellicola per adulti, pregna di una valenza locale nel suo humour che le ha consentito di comandare la bundesliga del box office a lungo.
Qui in Italia il discorso è diverso. Michael Herbig non è uno degli showman più seguiti ed amati, anzi è un perfetto sconosciuto. Una comicità che si prende gioco delle fissazioni e delle caratteristiche grottesche di alcuni tedeschi avrebbe trovato una naturale indifferenza nel nostro panorama culturale. Ed allora la Moviemax, che distribuisce il film, ha deciso di ritoccare profondamente la natura dell’opera, edulcorandone i toni, riscrivendo per intero battute e doppi sensi inadattabili. Quello che ci arriva è un cartoon in pieno stile Dreamworks, con la piacevole aggiunta di una comicità a sfondo sessuale che nei prodotti d’oltreoceano non si vede mai, viste le storture conservatrici che caratterizzano lo stomaco degli Stati Uniti.
Un prodotto che rubacchia alle opere che hanno segnato il genere: lo Yeti che, in una sorta di singolare par condicio, si colloca perfettamente a metà tra il Sully di “Monsters & co.” e Shrek, la vena parodica di prodotti quali lo stesso “Shrek”, “Cenerentola e gli 007 nani” e “Cappuccetto Rosso e gli Insoliti Sospetti”.
Il vizio della rivisitazione italiana è proprio quello di prendersi troppe libertà nei confronti dell’originale, ci si trova sovente di fronte ad un esito che sa di rimpastato e disarmonico. La voglia di accontentare tutti, bimbi e genitori, finisce per disilludere entrambi: né il pubblico più giovane potrà godere di una sintonia con i personaggi e con la storia, né gli adulti potranno ridere di gusto come avrebbero potuto. Si è voluta imboccare una strada cerchiobottista, forse per non perdere le potenzialità di un prodotto d’animazione dalle spiccate qualità tecniche, nulla a che invidiare ai lavori Pixar, che verrà lanciato appena dopo le feste, facendo leva sulle nostalgie delle incantevoli atmosfere natalizie appena nate e già finite.
“Lissy – Principessa alla riscossa” resta comunque qualcosa di nuovo, nella sua accezione originaria, e un prodotto che arriva invece in immenso ritardo rispetto ai modelli statunitensi, meritandosi comunque una visione per un paio di trovate particolarmente riuscite.
VOTO 50/100

venerdì 12 dicembre 2008

Recensione del Bambino con il pigiama a righe


Bruno si è trasferito nei pressi di un campo di concentramento, e la noia delle sue giornate lo spingerà ad avventurarsi aldilà del filo spinato, incontrando la propria maturazione e la consapevolezza di una condizione insostenibile.
L’amicizia infantile tra Bruno, figlio di un ufficiale nazista, e Shmuel, bimbo ebreo rinchiuso in un campo di concentramento, porterà ad un incontro di due realtà opposte, manifestazioni di uno stesso riferimento socialmente allargato, quello dell’umanità gretta e arrendevole.
È proprio il rapporto amicale tra i due che monderà la trasmissione di una situazione violentata dal cinema, come quella della Shoah, in un approccio che tanto richiama, pur se con velleità e stilemi del tutto ineguali, “La vita è bella” e “Le train de vie”. Metaforicamente il regista Mark Herman, affidandosi all’input dell’infanzia, s’interroga sull’inesplicabile realtà di quegli anni. Due bimbi che si specchiano uno nell’altro, risvolti estremi di una situazione hobbesiana e paradossale di homo homini lupus che ancora oggi trova un’acerba analisi o risoluzione almeno intenzionale.
L’assoluta immedesimazione sociale e gerarchica degli adulti, splendida l’interpretazione di Vera Farmiga, scatenerà un vortice di violenza che la singola coscienza di ognuno degli aguzzini difficilmente saprebbe anche immaginare o strutturare: un caso estremo della rappresentatività comunitaria che sfoga i propri tumori attraverso l’imbarbarimento più becero nei confronti della debolezza della minoranza etnica. Una disfunzione che ha generato uno sterminio di dimensioni epidemiche, le quali conseguenze aleggiano ancora nelle rappresentazioni immaginarie di un futuro di convivenze insostenibili.
“Il bambino con il pigiama a righe” sorprende per la capacità di emanciparsi dal clichè del buono e del cattivo, dell’ebreo e del nazista, del bimbo e dell’adulto, in un affresco che trasuda coscienza narrativa e un realismo rivisitato ad hoc per la situazione. Come se il regista fosse stato ignifugo nei confronti degli inebetiti esperimenti ed esercizi narrativi che tale tematica ha ispirato. Lo scuotimento sentimentale facilone e a portata di tutti qui non è minimamente indagato, il garbo nel rappresentare la violenza interna al campo evidenzia una sana dose di rispetto nei confronti di una memoria condivisa e gravosa.
In sostanza un film che tira dritto, non si ferma al primo assunto banale, abbatte le barriere, in primis quelle psicologiche, ricordandoci che il pigiama a righe è stato cucito da noi, su misura delle nostre paure sociali, senza possibilità di una redenzione che non passi per la consapevolezza di una colpa largamente condivisa a tutti i livelli.

VOTO 68/100
Tommaso Ranchino

giovedì 4 dicembre 2008

Recensione di Bolt


Dopo poco più di un mese dall’uscita dello splendido e, a modo suo, rivoluzionario Wall-E, il miglior prodotto in assoluto dell’animazione nell’era digitale, la Disney torna in sala con “Bolt – Un eroe a quattro zampe”. E lo fa senza la Pixar, questa è la notizia. Nonostante ci sia John Lasseter, storico uomo Pixar, nei panni di produttore esecutivo e, naturalmente, di guida per gli esordienti registi, il prodotto, tecnicamente impeccabile, che ne esce ha caratteristiche simili, ma non del tutto identiche alle collaborazioni Disney – Pixar.
Il film narra delle avventure di Bolt, cane protagonista di una serie tv di successo nella quale salva il mondo grazie ai suoi superpoteri. Il problema è che per Bolt esiste solo il mondo fittizio in cui è un supereroe, e quando esce dal teatro di posa hollywoodiano per andare in cerca della sua padroncina si scontrerà, e i traumi non saranno pochi, con il mondo vero e con la realtà di non essere dotato di alcun superpotere.
La Disney torna al classico, ci sono tutti gli ingredienti indispensabili che hanno caratterizzato i prodotti anni ’90: i buoni sentimenti, l’amore incondizionato e reciproco (tra il cane e la sua padroncina), l’ironia pulita, un protagonista integerrimo e lo stuolo dei personaggi spassosi, ben caratterizzati ed ancor meglio costruiti, e il necessario happy ending. Tutti elementi che rendono il prodotto meglio fruibile, soprattutto rispetto a Wall-E, ad un pubblico più giovane.
La solfa indubbiamente è rinnovata esclusivamente nella forma, ma ha il merito di sfornare e lanciare nel mercato natalizio l’ennesimo fenomeno mediatico, si è ormai perso il conto da Mickey Mouse in poi; il cagnolino Bolt farà ancora una volta breccia nei cuori del pubblico più verde e recettivo, non ci sono dubbi a riguardo.
Il protagonista si formerà fluttuando tra le varie dimensioni che si alterneranno (realtà-finzione, mondo umano-mondo animale), tra (dis)avventure e pause di riflessione, lungo un viaggio on the road che attraverserà lo stomaco degli Stati Uniti, da New York a Hollywood, in compagnia di due immancabili compagni di viaggio prima e di vita poi: un’ironica e sarcastica gatta abbandonata ed un criceto sovrappeso e tv-dipendente, che da sempre segue sul piccolo schermo le avventure del super-cane col quale si troverà ad unirsi in un metaforico percorso di formazione che gioverà a tutti i personaggi della storia. Ed allora Bolt imparerà a fare il cane ‘normale’ trovando la propria felicità, nel più classico immaginario dell’animazione di tradizione.
Il film è poi impreziosito da dettagli sempre impeccabili: dal doppiaggio alla cura nel delineare i personaggi anche secondari, o addirittura solo figuranti. Tutto è coordinato e questo si riconferma il punto di forza delle produzioni disneyane, nelle quali, anno dopo anno, successo su successo, la soglia d’attenzione dell’intero team, con o senza Pixar, resta alta.
Con Bolt si ride, ci si commuove, ci si diverte senza pensarci troppo su, un’occasione, per gli adulti, di staccare la spina e rilassarsi di fronte all’ultima frontiera dell’entertainment per famiglie.
Qualcosa di già visto, certo, ma di cui difficilmente il pubblico si stancherà o si priverà come lieto intervallo tra le abbuffate natalizie, soprattutto se casa Disney continuerà a dimostrarsi così affidabile ed infallibile.

VOTO 58/100
Tommaso Ranchino

Recensione di Torno a vivere da solo


Giagià (Jerry Calà), dopo vent’anni di matrimonio, torna a vivere nel suo loft da scapolone impenitente nel centro di Milano. Equivoci, tradimenti, intrecci amorosi più o meno strampalati si alterneranno in un film che vuole, riuscendoci poco o niente per la verità, fotografare con disimpegno la situazione, modernistica più che moderna, della famiglia allargata, sia in senso numerico che in senso di genere o razza, manifestando nel finale un’affermazione goliardica dell’amore omo-transgender. La sostituzione di ‘Pace e bene’ in ‘Pacs e pene’ la dice lunga.


“Torno a vivere da solo” è il sequel, più ideale che reale, di uno dei film che ha reso Calà un protagonista della commedia all’italiana degli anni ‘80, “Vado a vivere da solo”. Nonostante questo punto di contatto la nuova creatura dell’istrione, che ormai 57enne torna in un ruolo principale, segna l’affermazione di un distacco da ciò che era stato, strizzando l’occhio a quel che sarà, o almeno questa è la speranza. Il gigioneggiare oltremodo manierato che lo ha reso celebre e vendibile nei suoi anni d’oro, quando girava 4 film l’anno, è riproposto in modo ragionatamente relativo attraverso la razionalizzazione iniziale, che poi diventerà un’eclissi totale in corso d’opera, dei suoi pezzi forti. Chi vedrà “Torno a vivere da solo” ritroverà nelle prime sequenze il Jerry che aveva riposto nella memoria, forse ancora più carico ed eccessivo, ma durante il disporsi della storia ad una rivisitazione nostalgica, spesso riprovevole e stucchevole in alcuni colleghi di Calà che lavorano a pieno ritmo ancora oggi, si sostituirà un flusso nuovo, quello di un interprete rinnovato, meno caratterista, ma con più corde a disposizione. Una scelta azzardata, forse.
Il prodotto che comunque viene liberato nel carnaio anticinefilo natalizio del 2008, uscirà in 200 copie il 5 dicembre, ha dalla sua un minor richiamo commerciale, senza dubbio, ma un’attenzione verso il cinema e verso la commedia lievemente maggiore e più rispettosa. Il cast, a tratti ridicolo, vedi un Don Johnson oltremodo fuor d’acqua, la Henger, la Ingerman, Max Parodi e qualche altro elemento minante rilasciato qui e lì, giova però anche di note liete, su tutti un ispirato Paolo Villaggio, trascinatore di un paio di monologhi strepitosi, un Enzo Iacchetti sorprendentemente morigerato nell’interpretare il migliore amico omosessuale che si innamora del protagonista, e poi delle vecchie glorie del teatro milanese quali Gisella Sofio e Piero Mazzarella.


L’influsso di qualche bravo attore si sente anche nella dinamicità della pellicola, i cinepanettoni più recenti hanno sempre sofferto la totale irrilevanza della storia, mortificata, con diabolica ripetitività, dalla vena caratterista dei comici che vi recitano, che qui invece non figurano. Dopo tanto tempo ci si ritroverà a seguire, senza trascendere per carità, la trama di una commedia non impegnata prodotta nel nostro Paese. Chiaro che qui non si aprirà un’era nuova, ma una ventata, anzi un alito, di una rivalutazione della risata facilona ricercata in un ritorno al passato è soffiato.
Chi si avvicina con supponenza ed esigenza si guardi bene, e giustamente, dalla visione della pellicola. Chi invece poco bada al mezzo cinema, all’espressione artistica e ai contenuti, ma che anzi non disdegna una capatina annuale da Boldi e De Sica, si goda questo film onesto e coerente con la propria natura, preferendolo ai già citati avversari, e non se ne pentirà.

VOTO 50/100
Tommaso Ranchino