giovedì 15 ottobre 2009

I photoreporter boicottano Paz Vega e Christopher Lee


Le acque si sono subito agitate nella giornata d'apertura del Festival, e questa volta non sono state nè le star capricciose nè gli organizzatori in cerca di visibilità per la kermesse a smuoverle, bensì i fotografi accreditati alla manifestazione. Un po' mestieranti, un po' artisti hanno mandato a vuoto il primo photocall del Festival, quello di "Triage". La bella iberica Paz Vega, il mostro sacro Christopher Lee e il regista serbo già premio Oscar per "No man's land" Danis Tanovic sono rimasti a bocca asciutta, nessun flash e nessun richiamo casereccio del genere: "Paz facce un soriso" hanno deliziato la mattinata all'Auditorium delle primissime star sbarcate al Festival. Singolare la notizia soprattutto se si tiene conto che nel film in questione i protagonisti sono due fotografi di guerra inviati in Kurdistan, i quali, tenendoci alla larga, non fanno un fine idilliaca. Dalla sua la FPA (Fotoreporter Professionisti Associati) sostiene, e a ragione, che gli spazi dedicati ai fotografi sono inadatti al numero di questi, e perciò le condizioni in cui si lavora sono inaccetabili. Nel comunicato diffuso i fotoreporter sfatano il mito secondo il quale "sarebbe stato lo stesso Renzo Piano a proibire la costruzione per i photocall", registrando la smentita degli architetti del team di Piano.

La magia della musica marocchina pervade il primo giorno del Festival di Roma

Presentato al Festival del Cinema di Roma come proiezione speciale il documetario "Sound of Morocco" di Giuliana Gamba. Un mockumetary che delinea delicatamente il panorama musicale del Paese marocchino, raccontandone la magia e la magneticità ereditati dalla tradizione, attraverso la gita a Zri Zrat, culla del movimento musicale marocchino più antico, e motivandone la crescita e la consacrazione attraverso l'incontro con Omar Sayed, leader degli storici Nass El Ghiwane, definiti da Scorsese i 'Rollin' Stones d'Africa'. Il Cicerone di questo viaggio all'interno dei suoni di un Paese incredibile come il Marocco sarà Nour Eddine, che da vent'anni vive e suona in Italia, e che qui farà da tramite tra il nostro modo di pensare e quello di un Paese in fervida trasformazione. Questi pretesti hanno aiutato la regista a raccontare meglio il panorama odierno, attraversando le città di Tangeri, Ouazzan, Meknes, Casablanca e Essaouira (dove ogni anno si svolge il Festival di musica Gnawa). Un affresco complesso e coinvolgente, che lascia all'improvvisazione dei musicisti coinvolti, vedi il freestyle improvvisato dai rapper di Casablanca e gi urli delle donne ad una festa tradizionale, le redini del racconto di un popolo che vive un momento di grande orgoglio e rivendicazione, attingendo da ieri per costruirsi un domani accettabile.

mercoledì 14 ottobre 2009

Recensione: Nemico pubblico


John Dillinger era per gli Stati Uniti della Grande Depressione l’antieroe di un popolo intero, l’inafferrabile rapinatore di banche, romantico, metteva in ginocchio, colpo su colpo, proprio quegli istituti che in quegli anni affondavano l’economia di un Paese intero. L’uomo che da solo mise in crisi e in discussione l’efficienza e l’effettiva utilità della neonata FBI. Colui che sfidò l’intero sistema, mettendo a segno evasioni e rapine da costa a costa.

Dozzine di romanzi e produzioni se ne sono occupati prima, ma qui ci si trova di fronte a qualcosa di visceralmente diverso.

È questo il pretesto, non da poco, da cui Mann parte: un terreno di contenuti dove il regista si muove a dir poco a suo agio, quello della definizione, quasi epica, di vita, morte e miracoli di cattivi dal cuore d’oro. Assassini dal carisma incontenibile sullo schermo, come il Tom Cruise di Collateral, o i poliziotti corrotti di Miami Vice, che l’affermazione planetaria di Michael Mann permette di veder interpretati da star di prim’ordine.

Stavolta è il turno di un Depp nella sua interpretazione perfetta, che accantona, almeno fino al 2011, i panni di pirata fulminato, e si ritrova magnetico protagonista di un gangster movie girato, ovviamente, alla Mann.

Proprio la coppia Depp-Mann sarà il motore di “Public enemies”, inquadrature con telecamera a spalla al servizio di un’interpretazione vecchia scuola, dove non per forza bisogna trasformarsi, ingrassare, imbruttirsi, invecchiarsi o prendersi in giro per richiamare amori di pubblico, critica e Academy.

Il resto, seppur ben curato, è un contorno che qui diviene di poco conto: il Bale inespressivo relegato ad un ruolo volutamente secondario, la descrizione di un’epoca vista ormai troppe volte al cinema, il crogiolarsi su facili stereotipi che la vita da ladro gentiluomo e un’ottima spalla femminile quale ‘Edith Piaf’ Marillon Cotillard porgono facilmente.

Il salto di qualità rispetto ad un buon film lo fa fare la, riconosciuta, vena registica di Michael Mann, che mette su un classico gangster-movie girato all’interno di un registro cinematografico che lui, prima e meglio di altri, incarna perfettamente. L’esperienza di un’immagine realistica, con una fotografia naturale spinta quasi al limite, sensazioni che i nuovi media come internet (vedi youtube) hanno insegnato a digerire come pane quotidiano, ma che sul grande schermo stravolgono lo spettatore. Lo lanciano nell’azione a fianco del Depp di turno, attraverso un’immaginaria telecamera nascosta nei covi dei criminali degli anni ’20.

Ed allora giù il cappello per Mr. Mann che, nell’epoca del 3D a tutti i costi, zittisce tutti e si conferma assoluto padrone del cinema d’avanguardia tecnologica ad alto budget. “Public enemies” funziona su tutta la linea (cast, sceneggiatura, scenografie, costumi), è un gangster-movie di primo livello, dove però sembra che il girato sia quello del backstage di una webtv indipendente inviata sul posto a dar fastidio e non quello ufficiale della major di turno (Universal).

VOTO 80/100


sabato 26 settembre 2009

Presentata la 4° edizione del Festival del Cinema di Roma



Apre i battenti anche quest’anno il Festival Internazionale del Cinema di Roma. Per la prima volta interamente curato e diretto da Rondi, dopo l’edizione last minute dell’anno scorso.

Tanta carne al fuoco, prodotti interessanti ed iniziative lodabili. Forse l’anno della consacrazione, forse semplicemente una crescita rispetto al 2008.

Cominciando a puntare l’occhio sul concorso giungono subito le note liete per i cinefili che affolleranno l’Auditorium dal 15 al 23 ottobre.

In concorso: "Alza la testa" di Alessandro Angelini, "L'uomo che verra"di Giorgio Diritti, "Viola di mare" di Donatella Maiorca, "Up in the air" di Jason Reitman con George Clooney, "Triage" di Danis Tanovic con Colin Parrel e Christopher Lee, "After" di Alberto Rodriguez, "Broterhood" di Nicolo Donato, "Chaque jour est une fete" di Dima El-Horr, "Dawson Isla 10" Miguel Littin, "The last station" di Micheal Hoffman con Helen Mirren, "Plan b" di Marco Berger, "Qingnian" di Geng Jun, "Les Regrets" di Cèdric Kahn, "Vision" di Margarethe Von Trotta.

Prodotti che, più delle altre edizioni, potranno dare luce ad un concorso che a Roma, per dirla tutta, ha sempre fatto storcere la bocca al pubblico, ma soprattutto alla critica, lasciando il meglio del materiale alla sezione Premiére.

Da tener sott’occhio quindi i tre italiani che concorreranno al Marco Aurelio d’Oro: Angelini e Castellitto fieri del loro “Alza la testa”, quell’apprezzato Giorgio Diritti già autore di “Il vento fa il suo giro”, e l’amore saffico narrato dalla Maiorca in “Viola di mare” messo in scena dall’interessante trio femminile Cucinotta-Ragonese-Solarino.

Prestigiose le firme del Premio Oscar Tanovic che aprirà la manifestazione col suo “Triage” con Colin Farrell, le opere della Von Trotta e di uno dei giovani maestri della commedia nera come Jason Reitman, vincitore dell’edizione 2007 col sorprendente “Juno”, che porterà nella capitale il suo “Up in the air” con un protagonista che farà discutere al Festival non solo per la sua interpretazione, George Clooney (confermato per il red carpet).

Fuori Concorso i protagonisti indiscussi sono, ovviamente, i Cohen che presenteranno “A serious man”. Nonostante la direttrice Detassis li avrebbe visti (e chi non lo avrebbe fatto?) perfetti per il concorso, i cineasti statunitensi, come era semplice prevedere, hanno declinato la proposta, regalando però al Festival la loro presenza sul tappeto scarlatto. Buone speranze anche per l’ultimo di James Ivory e per la commedia “Julia & Julia” che culminerà l’omaggio a Meryl Streep e che chiuderà la kermesse.

Per l’appunto gli omaggi di quest’anno saranno dedicati all’attrice statunitense, all’impegnato Richard Gere e allo scomparso Heath Ledger, del quale verranno proiettati l’ultimo film a cui ha partecipato come interprete “The Imaginarium of Doctor Parnassus” di Terry Gilliam e alcuni cortometraggi da lui scritti e diretti, mai visti prima. Verdone e Servillo lasceranno le poltrone della Sala Petrassi per l’incontro-scontro a Gabriele Muccino e Giuseppe Tornatore. Altri incontri con lo scrittore Paulo Cohelo, che presenterà un insolito film, e con la più casereccia Asia Argento.

Anche quest’anno, purtroppo, il popolo del Festival dovrà sopportare i deliri adolescenziali post-pubertà degli invasati fan della saga firmata dalla Meyer, 20 minuti di “New moon” verranno presentati, e la presenza dei divi-vampiri non è ancora stata confermata, né tantomeno, ovviamente, smentita.

Molto è affidato sulle spalle di Mario Sesti e della sua sezione L’Altro Cinema, che nelle scorse edizioni si è rivelata fiore all’occhiello della manifestazione, portando alla ribalta e spostando dal cono d’ombra, come lui stesso lo definisce, prodotti davvero sorprendenti, uno su tutti quel “Man on wire” Premio Oscar come Miglior Documentario l’anno passato.

Le premesse sono buone, da notare la maggior compattezza e coerenza della manifestazione, che, da calderone scoordinato ed affrettato che era l’anno passato, sembrerebbe aver assunto un’identità, se buona o meno ancora non è lecito saperlo, quantomeno delineata.

Info utili: I biglietti sono acquistabili dal 28 settembre: all'Auditorium (luogo principale dove si svolge il festival), su internet, in altri punti vendita autorizzati. Per tutte le informazioni ed il programma c'è il sito www.romacinemafest.org.

domenica 19 aprile 2009

Recensione: Earth


La Disney Nature è pronta a prenderci per mano, ed immergerci nella natura incontaminata e mozzafiato che ricopre le zone (a noi) remote del pianeta. Un’esperienza rigenerante ed incredibile quella che la voce di Paolo Bonolis ci racconta, una visione che, però, ci scaraventa anche di fronte alle nostre responsabilità. La posizione di predominanza che la nostra specie ha naturalmente assunto ci ha portato, sempre naturalmente, a distruggere la Terra che ci ospita, nelle modalità più disparate possibili, riempiendoci la bocca, perlopiù nei momenti di relax, di parole e progetti “per l’ambiente” mai realizzati o fortemente perseguiti dalla comunità internazionale. Il documentario che la Disney e la Bbc confezionano si affida ad una potenza visiva che vale, da sé, la visione. Storie di animali in difficoltà per la sopravvivenza, una ‘famiglia’ di orsi polari, un elefante e due megattere saranno protagonisti di dure odisee, alla ricerca di quell’habitat che riscaldamento globale ed inquinamento hanno sottratto loro. Il Polo, il deserto e l’oceano allora diventeranno le vere star del docu-film, gli attori non accreditati di un urlo di dolore corale che arriva dal cuore della Terra. Tutto decodificato attraverso la percezione umana del concetto di famiglia e amore verso i figli, al quale “Earth” rimarrà forse un po’ troppo appeso per tutta la sua durata. Avremmo preferito un’emancipazione totale dalla voglia di umanizzare ogni espressione della natura, particolarmente disneyana, prediligendo il messaggio ambientalista che un tuffo nella natura nuda e cruda avrebbe saputo sopportare meglio. Resta la qualità tecnica della pellicola a renderne giustizia, gli amanti della natura rimarranno senza parole di fronte a cotante virtù del nostro pianeta, raramente immortalate così dall’occhio umano. Rimanere a guardare la divina perfezione di un ecosistema in crisi sarà il compito di chi guarda, cominciare ad attivarsi nel proprio piccolo, con tutto quello che un’assennata economia domestica può apportare, il compito di chi, oltre a guardare, sa anche rifletterci su. Un buon esperimento, sia dal punto di vista del puro entertainment, che da quello del messaggio globale, quello di “Earth”, che, se da un lato appare un po’ troppo demagogico e generalizzato, dall’altro ci mette di fronte ad una bellezza che ignoriamo, ad una maestosità al cospetto della quale dovremmo, intimoriti, chinare il capo (avvenimenti recenti ce lo insegnano), e non perseguire la falsa chimera di un benessere a breve gittata, senza saper guardare al (dopo)domani.

VOTO 71/100


martedì 7 aprile 2009

Recensione: Gli amici del Bar Margherita

Continua l’Odissea nostalgica di Pupi Avati all’interno del suo cinema, di quelle atmosfere che ha vissuto e raccontato anni orsono. “Gli amici del Bar Margherita” è proprio per questo un film che racconta un’Italia che il cineasta bolognese conosce bene, impreziosito da una carrellata di personaggi, perlopiù macchiette, raccontati con umorismo cinico e sardonico.
Il filtro surreale che Avati sceglie genera nello spettatore una sensazione duplice, da un lato lo isola rispetto alle storie che, vista l’insolita attitudine di chi le trama e le vive, si succedono piuttosto rapidamente e con leggerezza, dall’altro mitizza l’epoca in cui il tutto si svolge, obbligando lo spettatore a rimanerne assolutamente affascinato e devoto. Ecco il motivo della riuscita del film di Avati, usciti dalla sala ci si trova di fronte all’irresistibile magnetismo di un periodo in cui tutto era ancora ben delineato, dove quello che facevi era legato indissolubilmente con chi eri e la costruzione della propria immagine aveva una valenza ancora di riconoscimento sociale. Da qui gli inganni, i tradimenti, le truffe, la mistificazione della propria natura che si alternano con intermittenza incalzante, disegnando un’umanità piccola e falsa con rara ispirazione descrittiva dell’autore.
A dispetto di questo buono che “Gli amici del Bar Margherita” evidenzia la pellicola soffre di una disarmonia generale che, alla lunga, tende a sfilacciare l’intero impianto. Le troppe storie che s’incrociano sono evidentemente un limite, si racconta troppo, facendolo male. Per mettere tanta carne al fuoco si perde per strada l’integrità stilistica che il film avrebbe meritato.
A conti fatti Pupi Avati si coccola un film che gli cuce bene addosso, in una versione di sé stesso (per fortuna) meno austera del solito, con un risultato complessivamente godibile, ma che balbetta quando lo si guarda nel complesso, a mente fredda, troppo legato alla natura episodica delle storie che lo compongono.
VOTO 65/100

domenica 29 marzo 2009

Recensione: Fast & Furious - Solo parti originali


A sette anni di distanza dal primo F&F, tornano in sala Dom Toretto e Brian O’Conner. Il cattivo, che sotto sotto è un bonaccione, e il bravo ragazzo dalla faccia pulita, che si sente sé stesso solo quando si trova a fare il delinquente come infiltrato.
Dopo gli esperimenti di “2Fast, 2Furious” e “Fast & Furious – Tokyo Drift” si torna all’antico, a quella chimica che consacrò Vin Diesel, e lanciò Paul Walker e Michelle Rodriguez, attraverso l’idolatrazione pagana e godereccia di macchine fiammanti iperpacchiane e ragazze seminude che si dimenano senza motivo allietando ogni momento della giornata del gangster/pappone/spacciatore modello. L’ultimo esperimento si culla sugli allori di questo mondo, che sembra vivere esclusivamente in una certa Hollywood del blockbuster d’azione e non trovare un proprio corrispondente nella vita reale, facendo anche meglio dell’originale. L’ottima fattura formale, ed una storia che assume toni meno epici, per incunearsi un po’ di più all’interno dei personaggi storici della serie, si rivelano sin da subito una sorpresa. Sarebbe stato lecito attendersi un sequel senz’anima, tra il remake e l’amarcord, ed invece “F&F” rinvigorisce un genere, quello dell’action movie ambientato nel mondo delle corse clandestine, che inventò nel 2001, attestandosi come capostipite indiscusso del filone dei 2000s. Un filone che ha partorito perlopiù fenomeni da baraccone, con le relative disfunzioni insostenibili, vedi “Torque”, andando a prendere infelicemente il posto di quell’azione-spazzatura che l’era post-Stallone/Schwarzenegger ha generato.
Bisogna digerire il fatto, soprattutto dalle parti degi Studios losangelini, che costruire un buon film d’azione, come è “F&F-Solo parti originali”, non è facile. Bisogna trovare le facce giuste, e Diesel e Walker ce l’hanno, il regista giusto, Justin Lin già nello scialbo “Tokyo Drift” evidenziava una buona conduzione delle scene ad alto dinamismo, trovare il giusto dosaggio tra macchine e ragazze, esibendone l’appeal senza stomacare chi guarda (più facile accada con le auto); e nel fare tutto questo non bisogna dimenticarsi di dare un’anima a chi guida le macchine.
Proprio qui il film spiazza gli scettici, la sceneggiatura di Chris Morgan distoglie l’attenzione dalle macchine, a dispetto di quello che fa, e bene, la regia, poco si cura delle storie d’amore, quella tra Toretto e Letty (Michelle Rodriguez), quella tra O’Conner e Mia Toretto, ma si immerge negli spettri dei personaggi principali. La rumorosa coscienza dell’agente O’Conner, che si deve confrontare col torbido in cui sguazza, dovendo amettere che ci si trova alla grande, come fosse nato per star lì. La riabilitazione del criminale, che Toretto imbocca come fosse una strada quasi necessaria al percorso di formazione del proprio personaggio, il quale domina la propria sete di sangue per non appiattire irrimediabilmente la pellicola.
Chi si farà un giro per il mondo sotterraneo delle corse e del narcotraffico messicano di “F&F” rimarrà sorpreso dalla completezza di un’opera che va ben oltre le aspettative che porta in dote.
VOTO 70/100

lunedì 23 marzo 2009

Recensione Film: Che - El argentino


Lo sgranato di un bel bianco e nero ci porta per mano nel cuore dello storico discorso che il Che fece alle Nazioni Unite nel 1964. Ed allora, con un’immagine cromaticamente azzerata, la voce del Che, che perentoria e coinvolgente dichiara al mondo intero “Patria o morte”, elettrizza ancor di più lo spirito rivoluzionario che cova in ognuno. E proprio la revoluciòn, l’ideale, il sacrificio, la dedizione, sono i combusitibili che hanno fatto ardere vita natural durante l’animo del protagonista che, da questa prima parte del biopic di Soderbergh, ne esce poco nitido e mal contornato, ma comunque carico di un fascino magnetico, innegabile nel personaggio.
Gli occhi stanchi che la sanno lunga di Benicio Del Toro vanno perciò oltre tutto quel che l’impacciato Soderbergh narratore ha intenzione di fare e dire. Il percorso macchinoso e troppo ascrivibile al mockumentary che il regista di Traffic percorre qui, rischia di distogliere l’attenzione, di portarla eccessivamente sui toni populistici e di rapida decodificazione della lotta continua del Che contro l’oppressore nordamericano, perdendosi per strada la quintessenza dell’uomo, descritta meglio nei Diari della motocicletta. Il film è assolutamente ridotto e follemente fissato con le boscaglie e l’addestramento delle truppe rivoluzionarie di Castro, quando sfidava Batista, scene sempre uguali, che hanno insito però il merito di non etichettare la biopic tra le solite spettacolarizzazioni hollywoodiane delle vite dei grandi della Terra.
Il salto continuo tra l’ascesa del battaglione 26 Luglio e le dichiarazioni all’ONU stilizzano l’immagine del Che tra le sue due nature, di guerrigliero concettuale prima, e di politico post-rivoluzionario poi. Una duplice pulsione che ne ha caratterizzato l’esistenza, Che Guevara rimane uno dei pochissimi casi in cui l’uomo dipende così strettamente e visceralmente da ciò che ha fatto nella propria vita, anche e soprattutto in quel che dice, che la scelta, azzardata e complessivamente discutibile, di Soderbergh pare da questo punto di vista l’unica percorribile per raccontare l’uomo Ernesto Guevara.
In pratica il film fa scelte impopolari, dal punto di vista del marketing cinematografico soprattutto, ma è eticamente più vicino a ciò che il Che era per sé stesso, sicuramente più dei Diari della motocicletta, che però al cinema sono di tutt’altro piglio ed appeal. Soderbergh sceglie la coerenza del personaggio, e la fa sua, portando alla ribalta un qualcosa di farraginoso, rabberciato e poco avvincente, che, quando scorrono i crediti, lascia però a chi l’ha visto una forte ombra di un personaggio straordinario e modello sempiterno del rivoluzionario innamorato della libertà e della giustizia, che può, e il più delle volte deve, essere percorsa attraverso il sangue e il sudore.
VOTO 61/100

lunedì 16 febbraio 2009

Recensione: Questo piccolo grande amore


È San Valentino, e la Medusa ha deciso di ricordarcelo a modo suo, scagliando in sala “QPGA”, acronimo di quei versi della canzone di Claudio Baglioni (Questo piccolo grande amore) che tempo addietro fecero sospirare giovani generazioni d’innamoratini da prima volta.
L’esordio di Riccardo Donna, fino ad oggi artigiano della fiction patinata per mamma Rai, ricostruisce l’Italia degli anni ’70. I capelli lunghi, i pantaloni a zampa, l’amore libero, la rivoluzione culturale.
Giulia e Carlo vengono da quartieri diversi, ed hanno vite diverse. Liceale perbene e perfettina lei, universitario libertino lui. Quando s’incontrano cambia tutto, e il concept album di Baglioni del ’72 scrive la loro storia, passando per Portaportese, Piazza del Popolo e la stazione Termini, laddove si consuma la parabola del loro menage.
Un’ennesima prova d’immaturità per il cinema italiano, un film che prende tutto quel che può da “Across the universe” di Julie Taymor, non sapendone cogliere, tralasciando l’impietoso accostamento musicale, il reale valore: il saper contestualizzare l’opera dei Beatles, reinterpretandola in lungo e in largo. Invece il Baglioni di QPGA è ancor più banale dell’originale, se possibile, le atmosfere sanno di primo bacio rubato a13 anni, sanno dell’amore impossibile e maledetto, che poi impossibile non sarebbe nella realtà, visto e rivisto.
Ogni tassello del puzzle è un passo nel baratro, l’ambientazione, la sceneggiatura, i personaggi, tutto è preconfezionato. Eppure il marchio è lo stesso del primo “Notte prima degli esami”, che, senza bisogno che ci si strappino i capelli per gli elogi, risulta incredibilmente meglio congegnato, e riporta in quegli anni ’80 con uno spirito sanamente nostalgico, giocando meglio con musiche e storia.
Anche le facce a cui Donna si affida, gli esordienti Mary Petruolo e Emanuele Bosi, risultano troppo standardizzate e pulitine, meglio sarebbe stato sporcare di più i personaggi, ed evitare quel sapore da spot che glassa la pellicola, e che, ahinoi, intraprende il suo crescendo nella primissima scena.
Un film affrettato, banale, privo di ironia, iperglicemico ed indigeribile. Forse i teen-ager più sensibili potranno ritrovare le loro idealizzazioni sullo schermo, e rivivere la fugace emozione della prima volta, della corsa in motorino con l’amata, della gelosia che ti chiude lo stomaco. Ma sorge qualche dubbio anche in merito vista l’epoca, d’altronde Baglioni non può più avere la stessa presa di un tempo.
VOTO 40/100

lunedì 2 febbraio 2009

Recensione: Operazione Valchiria


Verso la fine del conflitto mondiale il Colonnello dell’esercito nazista Claus von Stauffenberg, di servizio in Nord Africa, rimane ferito gravemente ed abbandona il fronte. Di ritorno a Berlino la sfida più importante della sua esistenza è lì ad aspettarlo: prenderà infatti parte, diventandone ben presto il perno, ad un attentato alla vita del cancelliere tedesco.
“Mi trovo circondato da uomini che non vogliono, o non sono capaci, di affrontare la realtà: Hitler non è solo il peggior nemico del mondo intero, ma il peggior nemico della Germania”.
Da sempre la massa dell’opinione pubblica internazionale si è chiesta come avesse fatto la popolazione tedesca a sopportare Hitler e la sua nefasta dittatura che ha fatto sì che la Germania si inimicasse il mondo intero. Come avesse fatto un popolo intero a permettere tutto questo. “Operazione Valchiria” è lì per dire che questo in realtà non successe mai, che in primis gli alti ranghi dell’esercito covavano malumori mai realmente soffocati.
La storia di uno dei tanti attentati che il Fuhrer subì è qui riportata con modesta solerzia storica, ma con una buona conduzione generale della pellicola. Il Bryan Singer che firmò, prima di crogiolarsi nelle rendite ultramilionarie come regista di cinefumetti Marvel con “X-Men”, quel “I soliti sospetti” che ha lasciato un ottimo ricordo in tutti quelli che, dal 1995 ad oggi, lo hanno visto, evidenzia oggi una regia salda e matura, sviscerando all’interno di un impianto classico la discesa-ascesa-discesa di un personaggio dal forte tasso di eroismo. Classicismo ed eroismo allora saranno i vessilli di un film che trova nel solito Tom Cruise, carismatico ma mai del tutto convincente, un personaggio in fin dei conti mal investigato, semplicemente messo lì a fare ciò che deve, senza troppe indagini introspettive a renderlo vicino allo spettatore o a rendere lo spettatore stesso partecipe della parabola narrativa che viene intrapresa. Il complotto, l’attentato, la fugace gloria, il baratro.
Il limite sta nell’eccessivo inscatolamento predefinito d’ogni personaggio, pedina di un thriller comunque dotato d’impatto, ma assolutamente anemico dal lato della verve stilistica e della ricerca cinematografica. Il classicismo formale e narrativo lo si sarebbe potuto, anzi dovuto, metter al servizio di un canovaccio meglio strutturato.
Le sequenze concitate dell’attentato godono di un gran piglio sul grande schermo, ma sembrano essere uno dei pochi picchi, soprattutto perché un pressoché impalpabile approfondimento delle motivazioni e del substrato culturale da cui prendeva linfa il movimento finisce per dare la sensazione di star davanti a un’azione cinematografica avventata e d’intrattenimento, perlopiù nei confronti di un Hitler qui quantomai tipicizzato e macchiettistico. Anche allora il semplificato ‘platonico’ duello personale tra von Stauffenberg e il Fuhrer perde di tutta quella veemenza drammaturgica che avrebbe meritato.
A conti fatti ci si trova davanti ad un’opera che porta con sé un esclusivo valore d’intrattenimento di stampo classico, distorcendo anche la storia che vorrebbe raccontare e portare alla massa, restando nel limbo dei film riusciti a metà su cui però ci si sarebbero potuti spendere sforzi, soprattutto nella sceneggiatura, meglio mirati. Una visione è consigliata,lo schermo attaccherà il pubblico alla poltrona, in attesa di conoscere il finale, ma di certo tutto cadrà ben presto nel dimenticatoio.
VOTO 61/100