sabato 25 ottobre 2008

III Festival di Roma - Intervista a Viggo Mortensen e Ed Harris per Appaloosa


Ultimamente sono usciti 3 film western dallo stile tradizionale con la firma di grandi attori: Kevin Costner, Tommy Lee Jones e lei. Come mai si rispolvera questo genere?

Ed Harris: “Nel mio caso è stata una scelta assolutamente intenzionale. Volevo fare un omaggio al filone western e il racconto di Robert B. Parker si prestava bene a questo tipo di narrazione, volevo fare riprese semplici. Volevo che il pubblico entrasse nel mondo di questo racconto ed ho deliberatamente scelto questo stile”.

A quali film western si è ispirato in particolare?

E.H. “Ho guardato moltissimi western, ma non ho un titolo come modello. Sono tanti quelli importanti, ad esempio C’era una volta il west, la cosa che mi affascinava di più è che sono tutti basati sulla forza dei personaggi”.

Viggo com’è stato lavorare con Ed?

Viggo Mortensen: “Era stato molto piacevole lavorare insieme in A history of violence. Andiamo molto d’accordo. Ho trovato da subito il racconto molto interessante, una storia di uomini e della loro infelicità. Ed poi è un regista attentissimo ai dettagli”.

Il suo è un film classico, ma con due elementi moderni: l’ironia e un’inconsueta immagine spregiudicata della donna. Ce ne parli.

E.H. “La sceneggiatura è basata sul romanzo, l’85% dei dialoghi presi dal libro, perciò l’umorismo asciutto è di Parker. Questi due convivono da 10 anni e comunicano attraverso semplici sguardi e mimica.
Allie era una donna a quei tempi rimasta sola, non volevo tirare in ballo una sorta di vedova nera calcolatrice, ma solo una doveva cavarsela e riuscire ad andare avanti”.

Si sente sotto pressione quando comincia a girare come regista?

H. “L’unica pressione è quella di dover lavorare bene e fare il miglior film possibile”.

Harris l’attraggono i ruoli ironici?

E.H. “Uno dei miei attori preferiti è Paul Newman (applausi in sala ndr). Amavo il suo senso dell’umorismo, qualunque ruolo interpretasse, vedi Butch Cassidy. Mi sarebbe piaciuto avere più ruoli, non stupidi, ma in cui usare un senso dell’umorismo intelligente. Penso di essere un tipo divertente”.

Viggo il tuo è un personaggio soprattutto di sguardi, come lo hai approcciato?

V.M. “Il romanzo contiene questi aspetti ed io ho voluto fare di tutto per poter esprimermi così. Con Ed abbiamo studiato com’erano i cadetti dell’accademia militare nell’800. Abbiamo anche pensato cosa potevamo integrare tra i nostri due personaggi. Quando lavori con un regista-attore l’attenzione che si usa è massima.
È incredibile come il film dia l’impressione di costare almeno il doppio di quanto è realmente costato”.

Tommaso Ranchino

III Festival di Roma - Recensione di Appaloosa


Virgil Cole (Ed Harris) ed Everett Hitch (Viggo Mortensen) sono due uomini di legge. Sui generis questo sì, ma da quando lavorano insieme, troppo tempo ormai, sono sempre riusciti a riportare il sereno nelle cittadine in cui sono stati sceriffi, con metodi poco ortodossi. Appaloosa sembra essere l’ennesima tappa di un percorso di vita, in cui privato e lavoro non conoscono confini o insediamenti prolungati, ma non sarà così. La vicinanza di una donna (Renée Zellweger) sterzerà il tracciato delle loro esistenze incrociate e complementari.
Ed Harris, già notevole in Pollock, torna dietro la macchina da presa con un film sorprendentemente asciutto ed efficace. Muovendosi tra gli stilemi classici del genere western, inserisce qua e là elementi inconsueti, corroborati da un impianto strutturale senza sbavature alcune.
L’amicizia dei due è l’elemento portante e trascinante della pellicola, i siparietti di sguardi e taciti ammiccamenti di complicità illuminano sequenze splendide. Ridonano al piatto stile western una dimensione rinnovata, arricchita di un umorismo incantevolmente minimalista.
Per far tutto questo l’Harris regista si affida ad una sceneggiatura coerente e mai banale, e soprattutto alla sempre crescente carica interpretativa di Mortensen, che trascina ed influenza anche la prova di Harris stesso.
L’attore unanimemente apprezzato per La promessa dell’assassino continua ad esercitare quel magnetico fascino scenico, emancipandosi da Cronenberg, e sembra davvero la sua primavera artistica questa serie di interpretazioni che sta inanellando.
Appaloosa ha il suo pregio migliore nella sua modestia di fondo, non vuole strafare, le scelte registiche non eccedono mai e restano sempre a servizio di attori e sceneggiatura.
Interessante la versione dell’amicizia tra uomini, mai ispezionata con tale riguardo in un western, e la rappresentazione di una femminilità insolita. Allie è, nonostante una grigia prova della sempre più deludente Zellweger, una donna piena di contraddizioni, un personaggio promiscuo che, nemmeno a pellicola esaurita, rivela alla storia la propria identità. La vediamo irrompere sulle scene senza saper nulla di lei, e quando cala il sipario la sensazione che rimane è ancor più offuscata e indefinita.
Microcosmo perfetto, completo ed esauriente, Appaloosa rinnova un genere che molti hanno tentato di rispolverare senza successo, facendo leva sull’intuizione di poter produrre qualcosa di non banale, pur inserendosi in un genere che del banale e del palese ha sempre fatto un must ed un leit motiv.

VOTO 78/100
Tommaso Ranchino

venerdì 24 ottobre 2008

Recensione film: Schattenwelt


Il cinema minimalista ed asciutto di Connie Walther si presenta in punta di piedi al Festival Internazionale del Cinema di Roma. Schwattenwelt, letteralmente Ombre lunghe, è un film che racconta i giorni successivi all'uscita dal carcere di un terrorista della Renania, ne descrive gli squilibri e ne manifesta l'implosione del microcosmo formato dai conti in sospeso che l'ex militante della Raf aveva lasciato al di fuori della cella. La trama ha un dipanarsi lento e macchinoso, che però acquisisce efficacia dopo la prima ora di pellicola. È in quel momento che i fantasmi di un passato scomodo, mai digerito da nessuno dei protagonisti, si riaffacciano ancor più minacciosi di quanto erano mai stati. L'attentato di tanti anni prima finito in tragedia porterà alla luce gli scheletri nell'armadio dei personaggi, li porterà a confrontarsi, anche da troppo vicino, li costringerà ad andare avanti. Inquietudine, insoddisfazione, nichilismo. Questo il registro su cui la Walther si muove con perizia per tutta la durata. Certo la pellicola tedesca è ben lontana dal gusto tutto italiano di un cinema, anche nelle sue versioni più ricercate, sempre più immediato. Anzi giova proprio del suo lento incedere. Le ottime interpretazioni e una fotografia atona di buona qualità riconsegnano nelle mani del fruitore festivaliero, e non, un pacchetto senza fronzoli, per niente edulcorato o sovraccarico, dove le famiglie sono dilaniate, lontane, divise per forza o per volontà dei protagonisti, la realtà sociale è grigia, senza prospettive, gli ideali di un tempo sono andati a farsi benedire, insieme agli amori e alle amicizie di gioventù. La forza emotiva di Schattenwelt però cede spesso il passo ad una resa formale piatta e bidimensionale, che assopisce la sensorialità di palati grossolani o poco inclini; questo il limite, non di certo trascurabile, con cui la Walther deve fare i conti e rimanda l'autrice a tempi migliori, quando la sua capacità tecnica e la veemenza della storia potranno contare su di un buon ritmo e di una sceneggiatura meno lacunosa e più efficace.
VOTO 71/100

Recensione film: Un barrage contre le Pacifique


Indonesia Francese, era coloniale. Una famiglia, formata da una vigorosa vedova, la sempre strepitosa Isabelle Hùppert, un figlio, il bello e spaccone Gaspar Ulliel, ed una figlia sedicenne interpretata dal magnetico viso di Astrid Berges-Frisbey, si trova a dover lottare col presidio territoriale francese per poter mantenere il lotto di terreno coltivabile in cui e di cui vive. Non sarà il governo francese l'unico nemico da affrontare, anche il mare che ha reso incoltivabili le risaie di famiglia dovrà essere arginato attraverso la faticosa costruzione di una diga sul Pacifico, un barrage contre le Pacifique per l'appunto. Il film del cambogiano Rithy Panh punta tutto su un paio d'ingredienti eccezionali: la Hùppert, che fa da collante per tutta la pellicola, tra fratello e sorella, tra popolo indonesiano e governo francese, tra lo spasimante di Suzanne e il nucleo familiare e, in secundis, l'ambientazione. A tal proposito in Un barrage contre le Pacifique ci vengono proposte scene di un valore estetico incredibilmente efficace, nelle quali uno squallido bar costruito su di una cabana ricrea magicamente le atmosfere dei cafè e dei bistrot parigini, diventando punto di ritrovo dei nostalgici coloni, alcuni dei quali non hanno mai visitato la capitale francese, arricchendole di una dimensione esotica che le unicizza; grammofoni che suonano soavi pezzi della chansòn alla francese, balli che si alternano tra i vari personaggi, talvolta danze amorose, talvolta mezzi di scalata sociale, bottiglie di champagne assaporate di primo pomeriggio, tutto decorato da un cast che sfoggia visi da copertina davvero invidiabili. Ad alternarsi a queste sensazioni si presentano, con molta meno efficacia però, i risvolti della madaglia: lo sfruttamento del latifondo, e di chi ci vive di conseguenza, da parte sia dei Francesi prima che dei Cinesi poi, la malattia che arriva quando meno te l'aspetti, la precarietà economica in cui i tre vivono e gli strani rapporti morbosi che si vengono a creare all'intero del menage familiare, resi ancor più visibili dalla comparsa sulla scena di un facoltoso cinese che nutre un amore subdolo per la 16enne Suzanne. Sono proprio questi rapporti intricati a paralizzare per buona parte l'opera, distogliendo l'attenzione, facendo mancare drammaticità ad alcune scene fondamentali, vedi un finale poco sentito e subito rimosso da chi lo ha visto. Le sovrastrutture narrative che si accavallano, pur non minando la comprensione complessiva, confondono ed a tratti annoiano. Dopo quasi due ore di proiezione la sensazione che si ha è quella di non trovarsi di certo davanti ad un capolavoro, lungi dallo sfiorarlo, ma di aver assistito ad un film in fondo sconclusionato, ma dotato, ed è un grandissimo merito nel cinema d'oggi, di una sua certa epicità trascinante, che aggancia ed ammalia, come fa d'altronde Suzanne con Mr. Jo per tutta la pellicola.
VOTO 67/100

III Festival di Roma - Recensione di Un gioco da ragazze


È stato presentato al Festival di Roma, tra nasi storti e grasse risate (non cercate dagli sceneggiatori), Un gioco da ragazze, l’ultima pellicola generazionale che il Belpaese ci propone. Film accompagnato da mille polemiche scaturite dal bollino di V.M. 18 anni affrancato sul film di Matteo Rovere, un vero e proprio schiaffo in faccia per un progetto che cerca, e forse troverà dopo una piccola revisione di un paio di scene, la consacrazione nelle sale piene di ragazzine della fascia 13-18.
Il film attinge fortemente dal registro che aveva portato alla ribalta il mediocre Thirteen di Catherine Hardwicke: fotografare la vita di alcune ragazze, cresciute troppo presto, che tirano a campare tra un festino sex and drugs e situazioni familiari tutt’altro che serene, rendendole ancora più insopportabili delle parallele statunitensi a causa dell’agiatezza in cui immeritatamente sguazzano. Vite in cui “farsi una scopata” e “calarsi una bomba” sono le tappe di un percorso vuoto, superficiale, ripetitivo, ma essenziale per il riconoscimento all’interno della comunità sociale di riferimento, ossia la provincia benestante e ‘benpensante’. Il tutto e subito porta le protagoniste 17enni a trovarsi impantanate in crisi esistenziali ben più scabrose di quelle che l’età naturalmente suggerirebbe.
Il film di Matteo Rovere si presenta portando in dote un ridicolo elenco di tutti i clichè, snocciolati a raffica, e davvero non ne risparmia nessuno: il professore che cerca ed auspica un riscatto per la protagonista, che neanche lei va minimamente cercando, le ragazze che si comportano come le bullette di cui si sente nei TG commerciali, l’idolatrazione nauseante di dive pop quali Paris Hilton e Kate Moss, nemmeno nella scelta dei nomi un minimo di originalità, la solita stucchevole carrellata di droghe e di discoteche ‘tacchi e camicia’.
Se è vero che descrivere realtà superficiali e deprecabili sul grande schermo non vuol sempre dire esserlo a propria volta, ma spesso vuole essere una critica inconscia, in Un gioco da ragazze il tiro al bersaglio è sinceramente inevitabile. Quando s’intraprende un progetto lo si fa sempre in relazione ad un certo pubblico che si vuole andare ad interessare e verso il quale ci si rivolge, ma qui anche i moccio-mucciniani potrebbero, non per forza, sentirsi offesi da cotanta banalità ed inutile sottolineatura dello scabroso che infesta, a vedere questi film, le nuove generazioni . Un gioco da ragazze, insieme ad Albakiara, completa un viaggio cominciato con Tre metri sopra il cielo, attestandosi come punto più basso di un cammino iperbolico che è arrivato all’abbattimento di qualsiasi tabù o autolimitazione consapevole.
Provocazione o meno, la pellicola di Rovere, debole di una sceneggiatura grottesca, tocca nel finale il culmine di un disimpegno totale, non solo artistico, ma anche sociale ed etico.
Se ai tempi delle varie Bambi, Gin e Quattrociocche era una posizione supponente quella di chi si assurgeva a moralizzatore, questa volta il bisogno di un cambiamento e di un’inversione di tendenza è così forte da non sentire ragioni commerciali o generazionali che tengano.
Inutile sottolineare che la scelta di presentarlo al Festival di Roma ha qualcosa di inquietante ed oltremodo distorto nella sua macchinazione.
Restitueci la premiata Vaporidis-Capotondi! E ci siamo capiti…

VOTO 30/100
Tommaso Ranchino

III Festival di Roma - Intervista a Brando e Christian De Sica


È l’esordio assoluto dietro la macchina da presa per un figlio e nipote d’arte come Brando De Sica. Pare che il cinema di famiglia sia stato fondamentale nell’esistenza del 25enne in modalità molto diverse tra loro: “In realtà i film che amo di più e mi piace più fare sono gli horror. Io sono comunque cresciuto con i film di mio padre, così come tutta la mia generazione. Per me e mia sorella erano come il cartone animato del pomeriggio. La serie dei Vacanze di Natale è al suo 25° anno ed ha superato addirittura quella di James Bond.
Per ciò che riguarda mio nonno bisogna sapere che io non ho mai avuto un nonno che mi raccontasse favole a letto per addormentarmi, non avendolo nemmeno mai conosciuto, ma le mie favole erano I bambini ci guardano, Miracolo a milano ed Umberto d, il mio preferito. L’ho conosciuto così mio nonno, Orson Welles diceva: ‘Ogni film è meraviglioso perché racconta l’uomo che c’è dietro’”.
Brando si è da poco laureato in una scuola di regia americana, esperienza di cui parla con entusiasmo, all’inizio però non erano tutte rose e fiori. Racconta addirittura che a convicerlo a restare è stato David Lynch, che definisce suo maestro: “Ho dovuto lasciare la mia fidanzata, i miei cani e i miei genitori. Volevo assolutamente tornare, ormai ero deciso. Arrivo in classe e alle 8 del mattino mi trovo davanti il regista del dubbio, Lynch. Tutti potevo aspettarmi: Spielberg, Zemeckis, che venivano lì spesso, ma non lui. Lynch avendomi riconosciuto mi invitò ad accompagnarlo alla sua lezione di sceneggiatura sulla meditazione trascendentale. Da lì decisi di restare”.
Anche se gran parte dell’attenzione era rivolta a Brando, Christian illustra i suoi progetti per il futuro: “Girerò un film drammatico, L’eta dell’oro di Antonello Grimaldi, farò un film con mio cognato Carlo (Verdone ndr), in cantiere un prequel di Amici miei e il solito film di Natale. Tra l’altro mi ha fatto molto piacere essere chiamato anche da altri registi come Sorrentino e Pupi Avati”.
In chiusura il pargolo di casa De Sica rivela il suo prossimo lavoro: “Da due anni porto avanti un progetto: partendo dalle indagini di terzo livello sul Mostro di Firenze condotte da Michele Giuttari, che ho già conosciuto, raccontare questa storia, sull’esoterico, sui mandanti, sul potere oscuro dello Stato”.

Tommaso Ranchino

III Festival di Roma - Incontro con il cast e la regista di Schattenwelt


Sono approdati a Roma per presentare al mondo Schattenwelt il cast e la regista Connie Walther, fieri di un progetto indie che ha piacevolmente impressionato la critica nella seconda giornata di Festival.
Il film ha avuto una genesi alquanto fortuita: “Per caso a Friburgo incontrai un ex terrorista e dopo averci lavorato nove anni porto qui un progetto piccolo, di minore entità, che affronta l’argomento in maniera diversa. Al centro questa volta la figura della vittima, non del terrorista. Questo ha anche suscitato qualche dibattito, ma io sono orgogliosa di quanto abbiamo prodotto”.
Nove anni sono tanti. Cambia il cinema, il costume, la società. Questi cambiamenti hanno giovato al progetto, a quanto dice la regista: “ Avevamo tempo, ben 9 anni, e a posteriori è stato un fattore molto positivo: quando abbiamo lanciato il progetto in Germania si diceva che non era un tema adatto ad un Paese come il nostro. Il mutamento del clima politico ha mutato anche l’opinione pubblica, addirittura la mia sensibilità è cambiata, si è acuita”.
Il rischio di idolizzare e rendere veri fenomeni mediatici i terroristi è un cancro che infesta anche il nostro Paese, assassini assurti a personaggi epici dall’integrità intaccabile, questo un cliché che Schattenwelt disintegra scena su scena.
Altre polemiche il film le ha scatenate riguardo la partecipazione nella composizione della sceneggiatura di un ex terrorista: “Un ex terrorista ha ricevuto – dice la Walther - un compenso, derivato da finanziamenti pubblici, per la collaborazione alla sceneggiatura, ci si è chiesto polemicamente se un ex terrorista avesse il diritto di ricevere compensi dallo Stato. Io penso che se uno ha scontato la propria pena abbia diritto di dare il proprio apporto, se la storia incontra un interesse dall’opinione pubblica. Ed ha anche diritto di essere retribuito per questo”.
Doveroso il confronto con il film, proiettato in mattinata, La banda Baader Meinhof: “L’altro film – dice la regista – ha un budget di 20 volte superiore al nostro, è stato distribuito in 500 copie in Germania. È agli antipodi del nostro progetto, mentre La Banda Baader Meinhof è indirizzato al grande pubblico, il nostro è un film d’autore”.
La nota migliore di Schattenwelt, dal punto di vista artistico, è senz’altro l’interpretazione della protagonista femminile Franziska Petri: “Mi sono talmente identificata con la vittima che ho voluto difendere il personaggio, in effetti mi sono sentita addosso tutta la responsabilità del render giustizia ad un personaggio del genere, volevo davvero darle una voce, in Germania questo non accade mai”.

giovedì 23 ottobre 2008

III Festival di Roma - Recensione di Schattenwelt


Il cinema minimalista ed asciutto di Connie Walther si presenta in punta di piedi al Festival Internazionale del Cinema di Roma.
Schwattenwelt, letteralmente Ombre lunghe, è un film che racconta i giorni successivi all’uscita dal carcere di un terrorista della Renania, ne descrive gli squilibri e ne manifesta l’implosione del microcosmo formato dai conti in sospeso che l’ex militante della Raf aveva lasciato al di fuori della cella.
La trama ha un dipanarsi lento e macchinoso, che però acquisisce efficacia dopo la prima ora di pellicola. È in quel momento che i fantasmi di un passato scomodo, mai digerito da nessuno dei protagonisti, si riaffacciano ancor più minacciosi di quanto erano mai stati. L’attentato di tanti anni prima finito in tragedia porterà alla luce gli scheletri nell’armadio dei personaggi, li porterà a confrontarsi, anche da troppo vicino, li costringerà ad andare avanti.
Inquietudine, insoddisfazione, nichilismo. Questo il registro su cui la Walther si muove con perizia per tutta la durata.
Certo la pellicola tedesca è ben lontana dal gusto tutto italiano di un cinema, anche nelle sue versioni più ricercate, sempre più immediato. Anzi giova proprio del suo lento incedere.
Le ottime interpretazioni e una fotografia atona di buona qualità riconsegnano nelle mani del fruitore festivaliero, e non, un pacchetto senza fronzoli, per niente edulcorato o sovraccarico, dove le famiglie sono dilaniate, lontane, divise per forza o per volontà dei protagonisti, la realtà sociale è grigia, senza prospettive, gli ideali di un tempo sono andati a farsi benedire, insieme agli amori e alle amicizie di gioventù.
La forza emotiva di Schattenwelt però cede spesso il passo ad una resa formale piatta e bidimensionale, che assopisce la sensorialità di palati grossolani o poco inclini; questo il limite, non di certo trascurabile, con cui la Walther deve fare i conti e rimanda l’autrice a tempi migliori, quando la sua capacità tecnica e la veemenza della storia potranno contare su di un buon ritmo e di una sceneggiatura meno lacunosa e più efficace.

VOTO 71/100
Tommaso Ranchino

III Festival di Roma - Incontro con David Cronenberg


Il visionario filmaker canadese si presenta con un viso disteso e rilassato, emana enigmatica serenità dietro quegli occhi che ci hanno filtrato nel corso degli anni figure assurde, menomazioni, violenze raccapriccianti. È assolutamente diverso dai suoi film.
Una Sala Petrassi gremita lo accoglie, lo stuolo di fan non è indifferente e lui non delude. Tra gli spezzoni dei suoi film (La mosca, Inseparabili, Existenz, La promessa dell’assassino ed History of violence) regala aneddoti divertenti e pareri fuori dal coro sulla cinematografia statunitense. Afferma, con un malizioso sorriso, di aver declinato, ovviamente, l’offerta di regia per Top Gun : “Mi dispiace ma io non capisco questo tipo di patriottismo americano, d’altonde sono canadese”. Ha detto no anche a Star Wars: “Non mi piace lavorare con materiale altrui”. E come biasimarlo. Un’attitudine per un cinema visionario e ricercato come il suo non può in alcun modo conciliarsi con l’industria fracassona e facilona che Hollywood negli ultimi anni propina: “Penso che in Francia il cinema sia visto come un’arte, in America no. I primi a non dare un connotato ed un valore artistico ai film di Hollywood sono proprio gli americani”.
Nella sua filmografia ricorrono tematiche comuni, che non manca di sottolineare con acuta accortezza nell’incontro di Roma: la trasformazione fisica, l’attenzione morbosa per i corpi, la ricerca di realtà parallele. Questi sono argomenti che hanno portato Cronenberg ad essere un regista popolare e di nicchia al contempo: “Quando fai un film per forza di cose comunichi col pubblico, devi farlo, ed usi tutto ciò che può connetterti con questo. Io non penso assolutamente di aver fatto film di cassetta, ad oggi il mio film che è andato meglio al box office è ancora La mosca, che è di vent’anni fa. Mi è capitato di sentirmi chiedere da Oliver Stone se ero contento di avere un’audience così limitata, ma secondo me non è assolutamente limitata, ogni regista quando fa un film sceglie a chi parlare. Ovvio che i miei film non parlano allo stesso pubblico a cui parla un blockbuster di Hollywood”.
È fondamentale e sempre curato all’inverosimile nel cinema del canadese, chi lo ama lo sa, l’aspetto che riguarda la post-produzione (suono, montaggio, ecc..): “Secondo me, soprattutto oggi, la post-produzione fa a pieno titolo parte della produzione. Il suono aggiunge una 3° dimensione alla pellicola e per questo un lavoro fatto male e con poca sintonia in fase di montaggio sonoro può addirittura rovinare un film, oppure cambiarlo radicalmente. Per questo ho affermato, e lo ripeto, che Kubrick’s Eyes Wide Shut è per forza di cose un’opera incompleta”.
Nonostante venga spesso messo alle corde con domande assurde il regista ne esce sempre con stile e garbo, quasi a manifestare la superiorità di chi sa stare al mondo senza volersi far vedere, mantenendo un low profile nel privato e, cosa fondamentale, parlando al mondo intero con la sua opera, con la sua inconfondibile, anche se negli anni si è trasformata di continuo, cifra stilistica.
A dimostrare la poliedricità di Cronenberg Mario Sesti ha illustrato i suoi impegni artistici collaterali: ha da poco debuttato con uno spettacolo teatrale, il musical de La mosca, diretto da lui, insieme a Placido Domingo, il suo romanzo, che “per ora ha solo 60 pag. - confida- ma non sarà un horror”, ha già una rete distributiva importante in tutto il mondo (Bompiani in Italia) e, più importante, il secondo motivo per cui si trova a Roma, ossia la mostra di sue opere pittoriche che si terrà al Palazzo delle Esposizioni fino al 7 novembre.
Stasera il giovane Festival di Roma si coricherà sicuro di aver regalato alla sua città un’oretta e mezza di cultura cinematografica che, da sola, varrebbe l’organizzazione dell’intera kermesse. Ed allora ben vengano Festival così, se aiutano le persone, e non gli addetti ai lavori, ad avvicinarsi al grande cinema di qualità che il mercato internazionale offre.
"Non si può fare film senza essere creativi”, e se lo dice lui, crediamoci.

Tommaso Ranchino

III Festival di Roma - Incontro con i registi di 8


8, formato da 8 cortometraggi che si occupano degli 8 obiettivi fissati dall’ONU per risollevare le sorti del pianeta nel 2000, è paradossalmente stato boicottato dalle Nazioni Unite, a causa dell’episodio dedicato alle pari opportunità girato dall’indiana Mira Nair (Kamasutra, Monsoon wedding), tacciato dall’autorità internazionale di essere offensivo nei confronti della religione islamica: “Inizialmente avevamo concordato con l’ONU che il loro logo sarebbe apparso sulla locandina del film – dice la produttrice - se loro ci avessero lasciato una completa libertà artistica da donare ai registi coinvolti. Quando poi hanno visto qualche episodio, quello di Mira Nair per la verità, hanno deciso di ritirarsi dal progetto. Addirittura hanno chiamato gli organizzatori di Cannes e di tanti altri Festival perché non proiettassero il film”.
Gli intenti del film sono nobili: “Smuovere l’opinione pubblica su di un tema del genere è fondamentale – dice sempre la produttrice – la nostra è la prima generazione che ha nelle sue corde i mezzi per eliminare la povertà, o perlomeno attenuarla significativamente”.
Tra i vari registi presenti, oltre aWim Wenders, una certa attenzione era rivolta al divo tascabile messicano Gael Garcia Bernàl, che ha esordito alla regia. Curiosa la location del suo corto, l’Islanda: “Mi hanno invitato a fare un episodio sull’istruzione, mi trovavo a lavorare in teatro in Islanda. Essendo io messicano ovviamente la prima cosa venutami in mente era il Centro America, o l’America Latina, ma alla fine ho deciso di girarlo in Islanda. È stata una grande sfida ed un onore partecipare ad un progetto insieme a registi di questo calibro”.
Nel marasma di banalità dilagante in conferenza, Mira Nair riscuote gli applausi della stampa quando, rispondendo ad una giornalista che addossava le colpe ad una filiazione irresponsabile da parte delle donne dell’area asiatico-africana, dice: “I figli di solito si fanno in due, quindi non solo le donne vanno educate. Poi la questione è ben più complessa di così. Da dove vengo io più figli hai più possibilità hai di poter lavorare la terra da coltivare, non esiste un numero di figli da fare universalmente giusto, penso che vari da cultura a cultura”.
Sempre pungente Wenders, che riguardo la sua prestigiosa collaborazione ha affermato: “Il mio obiettivo era molto astratto, forse hanno pensato che un tedesco con il suo pragmatismo sarebbe stato capace di riportarlo bene, essendo più organizzato”.
Gaspar Noé (Irrevérsible), che ha firmato uno degli episodi migliori e di maggior impatto, descrive la sua esperienza: “Sono stato fortunato ad avere un argomento decisamente meno ampio di altri: l’AIDS. Potevo affrontarlo sia dal punto di vista dell’accesso ai medicinali che attraverso racconti personali, ed ho optato per quest’ultima. Ho voluto mettere a disposizione di un mini documentario le armi tipiche del mio cinema”.
Il grande assente della manifestazione romana è Gus Van Sant, dopo aver latitato artisticamente sullo schermo, il suo episodio è il più banale, da forfait anche all’incontro con la stampa.

Tommaso Ranchino