venerdì 31 ottobre 2008
Gianluigi Rondi stila un bilancio del Festival Internazionale del Cinema di Roma
giovedì 30 ottobre 2008
Recensione film: A corte do Norte

Recensione film: Missing


Intervista al regista polacco Zanussi e all'attore ucraino Stupka, regista ed attore di With a warm heart
mercoledì 29 ottobre 2008
Recensione film: With a warm heart

With a warm heart è una piacevole commedia di taglio autoriale del regista polacco Krzysztof Zanussi. Konstanty è un ricco e dissoluto oligarca che ha problemi di cuore, ed ha bisogno di un trapianto. Stefan è un timido ragazzo che vuole farla finita. Il gioco è presto fatto.
Al Festival di Roma continua il viaggio nei generi e nella mescolanza di questi che gli organizzatori avevano annunciato nella conferenza d’apertura. Questo film, che è lontano dall’essere un capolavoro, sembra essere la versione buona del grossolano Le plaisir de chanter, simile per destinazione ed intenti, passato qualche giorno fa, una dimostrazione di come è giusto approcciare il genere e, in assoluto, l’arte cinematografica.
Le scelte registiche e la direzione del cast producono un risultato piacevolemente interessante. Il cinema austero ed impegnato di Zanussi fa spazio ad una commedia nera dall’umorismo tagliente, che punta tutto sull’incontro-scontro tra bene e male, giocata sul carisma di un ottimo Bohdan Stupka e sui continui tentativi, tutti grottescamente falliti, di suicidio da parte del giovane aiutato dallo scagnozzo.
I personaggi di Konstanty e Stefan sono le due facce, caricate e tipicizzate, di una società che ha vissuto una rapida ascesa come quella dell’Europa centrale. Ricco e malavitoso il più anziano, idealista e sognatore il ragazzo; vedranno le loro vite incontrarsi per caso e dare vita ad una scura favola che dimostrerà come tutti possono cambiare.
La metafora di un cuore nuovo che produce una redenzione inimmaginata, nonostante suoni banale, viene inscenata bene, in un finale trasognante forse un minimo affrettato. Certo il film si muove su crismi già abusati, il risultato che ne esce però sullo schermo ha un suo carisma e un aspetto, sia narrativo che stilistico, che riporta indietro ad un cinema di genere degli anni ’70 e ’80.
Davvero una buona vena quella che attraversa l’ultima fatica di Zanussi, che non sembra accantonare la destinazione del suo cinema, un linguaggio diverso dello stesso discorso, nichilismo e sfiducia nella natura umana restano la condicio sine qua non del regista per mettersi a edificare un progetto.
Sicuramente With a warm heart non è un capolavoro, ma trasuda nella sua realizzazione un forte rispetto per il cinema e per il genere della commedia da parte dell’autore che ben poco vi si è cimentato in carriera, regalando una storia che ben si esaurisce sullo schermo, non lasciando porte aperte a causa di sceneggiatura stilata con imperizia, come spesso successo quest’anno al Festival di Roma.
martedì 28 ottobre 2008
Recensione film: Iri

Recensione film: Le plaisir de chanter

domenica 26 ottobre 2008
III Festival di Roma - Recensione di Aide-toi et le ciel t'aidera

Un’opera piccola e indipendente che s’interroga su tematiche scottanti affidandosi ad un linguaggio e ad una costruzione tipica di generi meno impegnati. L’integrazione, la precarietà, la vecchiaia e la morte vengono addolciti da siparietti surreali ed esilaranti, una delicatezza che devitalizza il nichilismo di fondo comunque presente.
La fotografia della comunità nera appare vivida e plausibile grazie ad una tecnica che spesso si avvicina al taglio documentaristico, Francois Dupeyron, già regista di Monsieur Ibrahim, utilizza inquadrature dal basso e camera a mano per gran parte del film, quel che ne esce sono immagini significative che affascinano per la loro veemenza.

Il centro gravitazionale della storia è la protagonista Sonia, tutto si svolge in base ai rapporti interpersonali che lei intrattiene: con gli anziani per cui lavora, con i figli, con l’amica, con il nuovo amore. La carica scenica della Wouassi è perciò elemento imprescindibile della natura di un progetto del genere in cui molti degli attori si trovano per la primissima volta a relazionarsi con la cinepresa ed in cui il suo personaggio è al contempo struttura e dettaglio dell’impianto narrativo.
Il disagio sociale che viene presentato è attuale e mai pedagogico, e anche il ruolo dell’amore, narrato incantevolmente, assume colori contrastanti dal retrogusto agrodolce.
Il film non si carica l’onere di produrre giudizi di qualsivoglia tipo, l’integrazione della comunità nera viene semplicemente fotografata in maniera realistica, inserendo alcune scene di pura tradizione africana davvero trascinanti.

Anche la descrizione della caldissima estate parigina del 2003, nella quale tantissimi anziani persero la vita, è un semplice sfondo messo lì a ricordare quel che successe.
In sintesi Aide-toi et le ciel t’aidera è un affresco dalle tinte forti, una pellicola lussureggiante che anche grazie alla presenza della musica hip-hop francese nel finale porta con sé tematiche sociali intrinseche al genere della commedia impegnata, qui dotata di rara vitalità.
VOTO 74/100
III Festival di Roma - Intervista al cast de Il passato è una terra straniera e a Daniele Vicari

Daniele Vicari perché ha scelto questa storia?
Daniele Vicari: “Il romanzo di Carofiglio mi ha colpito profondamente, l’ho trovato estremamente moderno. Questo è un modo di fare letteratura che sta per fortuna prendendo piede in Italia, racconta i chiaroscuri della società moderna e nel frattempo mi ha ricordato i protagonisti di alcuni romanzi di fine ‘800, che avevano problemi d’identità. Proprio la questione dell’identita è il motivo fondamentale che mi ha spinto a fare il film. E poi ovviamente perché ho pensato che da una storia così si poteva fare un film in cui il cinema potesse avere delle ampie possibilità di esprimersi”.
Elio Germano il tuo personaggio intraprende un percorso che tu hai deifnito liberatorio, nell’intepretarlo hai provato a fare la stessa cosa?
E.G.: “Qui ho voluto decostruire, più che costruire per lasciare al personaggio la possibilità di rimanere stupito davanti agli eventi. Scavare piuttosto che edificare. Così che il personaggio potesse meglio considerare questa apertura verso un mondo nuovo, come fosse una liberazione. Una cosa che mi fa molto piacere è che nel film racconta più quello che non vediamo di quello che si dice”.
Michele Riondino la tua interpretazione e quella di Elio Germano sono state molto coinvolgenti, come ti sei preaprato?
Michele Riondino: “È stata un’espserienza molto diversa da altre esperienze cinematografiche che ho avuto. Ho affrontato una preparazione rigida, come teatrale, del personaggio. In un secondo momento è avvenuto l’incontro con Elio: abbiamo trattato molto sulla sceneggiatura, abbiamo ridotto ed eliminato alcune parole ed abbiamo fatto una sorta di lavoro di simbiosi con i personaggi”.
Il suo è un film di genere?
D.V.: “Il tema dei generi cinematografici è superato, ormai i generi si mescolano tra loro in maniera inestricabile. Il problema che mi pongo sempre è se il racconto nel suo sviluppo produce senso, molti film di genere invece non producono senso alcuno. Il racconto narrato nel romanzo mi è sembrato subito capace di produrre senso”.

Valentina Lodovini come ti sei preparata alle scene di violenza così forti?
V.L.: “Il clima di lavoro era molto sereno ed accogliente, ho vissuto comunque il qui e ora che si cerca così tanto al cinema. La scena è stata così forte che dopo averla girata ho cominciato a proteggermi anche nella vita, cosa che prima non facevo”.
A tal riguardo il regista ci tiene a dire: “ Amo i film in cui c’è anche l’azione e non ci sono persone che parlano intorno al tavolo. Girando il film ho imparato che le scene violente o sono studiate come si studia una danza o non funzionano”.
Per finire Vicari, riguardo le polemiche che si sono scatenate dopo la censura ricevuta dal suo film (v.m. 14 anni), lancia una forte stoccata: “L’istituto della censura è una sopravvivenza del medioevo ipocrita e fallace, i film più belli della storia del cinema in Italia sono stati vietati, se dobbiamo proteggere i cittadini in questo modo c’è qualcosa che non va nella nostra società. Bisogna discutere di questo per crescere come comunità”.
III Festival di Roma - Incontro con Giampaolo Pansa ed il cast e il regista de Il sangue dei vinti

Il film, liberamente ispirato al romanzo di Giampaolo Pansa, vuole rendere giustizia alla memoria delle vittime, sia dei partigiani che dei repubblichini di Salò, della guerra civile italiana precedente alla vittoria degli alleati.
Proprio ieri Fini ha detto che si poteva parlare, riferendosi a Napolitano, di El Alamein con la memoria pacificata di oggi. Ed a questo riguardo il regista Michele Soavi dice: “L’intento del film è proprio questo, una sorta di pacificazione per rendere umana una guerra, dove vengano seppelliti tutti i morti”.
Protagonista del film Michele Placido, storicamente uomo di sinistra, che rivela di aver fatto parte della Giovine Italia quando era adolescente: “Fino a 16 anni ero iscritto alla Giovine Italia e anche nelle Università c’era una preponderanza MSI. Venendo a Roma e facendo il poliziotto, ho conosciuto dei compagni e sono diventato di sinistra. Ho capito che il fascismo è stato un orrore. Non c’entra nulla, ma oggi mi trovo vicino agli studenti questi giorni”.

Presente all’incontro con la stampa Giampaolo Pansa, che si leva subito un sassolino: “Mi sarei aspettato che il film fosse stato in concorso, presentarlo come proiezione speciale non mi è piaciuto, ma l’ho accettato come accetto tante cose italiane che non mi piacciono”.
Per quel che riguarda la trasposizione cinematografica del suo libro la vede così: “Il sangue dei vinti è un libro intraducibile in un film. Una specie di lungo elenco di nomi ed orrori. Qui è stata inventata una storia con un personaggio immaginario, che Placido interpreta come nessuno poteva fare. Il film mi basta, e anzi conoscendo i miei polli (del pollaio Italia), mi basta e mi avanza”.
Anche per Michele Soavi non dev’essere stato semplice confrontarsi con una tematica del genere, che, volenti o nolenti, ha distrutto le vite di persone che ancora oggi non hanno un riconoscimento diffuso: “Mi sono avvicinato al progetto con estrema cautela, ho esperienze familiari in merito. Mio padre, che è uno scrittore, viveva al Nord, ed è diventato repubblichino per cultura. Mia madre viene da una famiglia di ebrei. In generale si è scelto di seguire il Pansa-pensiero. Lo stesso scrittore mi ha suggerito di fare il film come se fossi un lappone, quindi isolandomi dalla situazione del nostro Paese. Questo mi ha aiutato a raccontare la verità”.
