sabato 26 settembre 2009

Presentata la 4° edizione del Festival del Cinema di Roma



Apre i battenti anche quest’anno il Festival Internazionale del Cinema di Roma. Per la prima volta interamente curato e diretto da Rondi, dopo l’edizione last minute dell’anno scorso.

Tanta carne al fuoco, prodotti interessanti ed iniziative lodabili. Forse l’anno della consacrazione, forse semplicemente una crescita rispetto al 2008.

Cominciando a puntare l’occhio sul concorso giungono subito le note liete per i cinefili che affolleranno l’Auditorium dal 15 al 23 ottobre.

In concorso: "Alza la testa" di Alessandro Angelini, "L'uomo che verra"di Giorgio Diritti, "Viola di mare" di Donatella Maiorca, "Up in the air" di Jason Reitman con George Clooney, "Triage" di Danis Tanovic con Colin Parrel e Christopher Lee, "After" di Alberto Rodriguez, "Broterhood" di Nicolo Donato, "Chaque jour est une fete" di Dima El-Horr, "Dawson Isla 10" Miguel Littin, "The last station" di Micheal Hoffman con Helen Mirren, "Plan b" di Marco Berger, "Qingnian" di Geng Jun, "Les Regrets" di Cèdric Kahn, "Vision" di Margarethe Von Trotta.

Prodotti che, più delle altre edizioni, potranno dare luce ad un concorso che a Roma, per dirla tutta, ha sempre fatto storcere la bocca al pubblico, ma soprattutto alla critica, lasciando il meglio del materiale alla sezione Premiére.

Da tener sott’occhio quindi i tre italiani che concorreranno al Marco Aurelio d’Oro: Angelini e Castellitto fieri del loro “Alza la testa”, quell’apprezzato Giorgio Diritti già autore di “Il vento fa il suo giro”, e l’amore saffico narrato dalla Maiorca in “Viola di mare” messo in scena dall’interessante trio femminile Cucinotta-Ragonese-Solarino.

Prestigiose le firme del Premio Oscar Tanovic che aprirà la manifestazione col suo “Triage” con Colin Farrell, le opere della Von Trotta e di uno dei giovani maestri della commedia nera come Jason Reitman, vincitore dell’edizione 2007 col sorprendente “Juno”, che porterà nella capitale il suo “Up in the air” con un protagonista che farà discutere al Festival non solo per la sua interpretazione, George Clooney (confermato per il red carpet).

Fuori Concorso i protagonisti indiscussi sono, ovviamente, i Cohen che presenteranno “A serious man”. Nonostante la direttrice Detassis li avrebbe visti (e chi non lo avrebbe fatto?) perfetti per il concorso, i cineasti statunitensi, come era semplice prevedere, hanno declinato la proposta, regalando però al Festival la loro presenza sul tappeto scarlatto. Buone speranze anche per l’ultimo di James Ivory e per la commedia “Julia & Julia” che culminerà l’omaggio a Meryl Streep e che chiuderà la kermesse.

Per l’appunto gli omaggi di quest’anno saranno dedicati all’attrice statunitense, all’impegnato Richard Gere e allo scomparso Heath Ledger, del quale verranno proiettati l’ultimo film a cui ha partecipato come interprete “The Imaginarium of Doctor Parnassus” di Terry Gilliam e alcuni cortometraggi da lui scritti e diretti, mai visti prima. Verdone e Servillo lasceranno le poltrone della Sala Petrassi per l’incontro-scontro a Gabriele Muccino e Giuseppe Tornatore. Altri incontri con lo scrittore Paulo Cohelo, che presenterà un insolito film, e con la più casereccia Asia Argento.

Anche quest’anno, purtroppo, il popolo del Festival dovrà sopportare i deliri adolescenziali post-pubertà degli invasati fan della saga firmata dalla Meyer, 20 minuti di “New moon” verranno presentati, e la presenza dei divi-vampiri non è ancora stata confermata, né tantomeno, ovviamente, smentita.

Molto è affidato sulle spalle di Mario Sesti e della sua sezione L’Altro Cinema, che nelle scorse edizioni si è rivelata fiore all’occhiello della manifestazione, portando alla ribalta e spostando dal cono d’ombra, come lui stesso lo definisce, prodotti davvero sorprendenti, uno su tutti quel “Man on wire” Premio Oscar come Miglior Documentario l’anno passato.

Le premesse sono buone, da notare la maggior compattezza e coerenza della manifestazione, che, da calderone scoordinato ed affrettato che era l’anno passato, sembrerebbe aver assunto un’identità, se buona o meno ancora non è lecito saperlo, quantomeno delineata.

Info utili: I biglietti sono acquistabili dal 28 settembre: all'Auditorium (luogo principale dove si svolge il festival), su internet, in altri punti vendita autorizzati. Per tutte le informazioni ed il programma c'è il sito www.romacinemafest.org.

domenica 19 aprile 2009

Recensione: Earth


La Disney Nature è pronta a prenderci per mano, ed immergerci nella natura incontaminata e mozzafiato che ricopre le zone (a noi) remote del pianeta. Un’esperienza rigenerante ed incredibile quella che la voce di Paolo Bonolis ci racconta, una visione che, però, ci scaraventa anche di fronte alle nostre responsabilità. La posizione di predominanza che la nostra specie ha naturalmente assunto ci ha portato, sempre naturalmente, a distruggere la Terra che ci ospita, nelle modalità più disparate possibili, riempiendoci la bocca, perlopiù nei momenti di relax, di parole e progetti “per l’ambiente” mai realizzati o fortemente perseguiti dalla comunità internazionale. Il documentario che la Disney e la Bbc confezionano si affida ad una potenza visiva che vale, da sé, la visione. Storie di animali in difficoltà per la sopravvivenza, una ‘famiglia’ di orsi polari, un elefante e due megattere saranno protagonisti di dure odisee, alla ricerca di quell’habitat che riscaldamento globale ed inquinamento hanno sottratto loro. Il Polo, il deserto e l’oceano allora diventeranno le vere star del docu-film, gli attori non accreditati di un urlo di dolore corale che arriva dal cuore della Terra. Tutto decodificato attraverso la percezione umana del concetto di famiglia e amore verso i figli, al quale “Earth” rimarrà forse un po’ troppo appeso per tutta la sua durata. Avremmo preferito un’emancipazione totale dalla voglia di umanizzare ogni espressione della natura, particolarmente disneyana, prediligendo il messaggio ambientalista che un tuffo nella natura nuda e cruda avrebbe saputo sopportare meglio. Resta la qualità tecnica della pellicola a renderne giustizia, gli amanti della natura rimarranno senza parole di fronte a cotante virtù del nostro pianeta, raramente immortalate così dall’occhio umano. Rimanere a guardare la divina perfezione di un ecosistema in crisi sarà il compito di chi guarda, cominciare ad attivarsi nel proprio piccolo, con tutto quello che un’assennata economia domestica può apportare, il compito di chi, oltre a guardare, sa anche rifletterci su. Un buon esperimento, sia dal punto di vista del puro entertainment, che da quello del messaggio globale, quello di “Earth”, che, se da un lato appare un po’ troppo demagogico e generalizzato, dall’altro ci mette di fronte ad una bellezza che ignoriamo, ad una maestosità al cospetto della quale dovremmo, intimoriti, chinare il capo (avvenimenti recenti ce lo insegnano), e non perseguire la falsa chimera di un benessere a breve gittata, senza saper guardare al (dopo)domani.

VOTO 71/100


martedì 7 aprile 2009

Recensione: Gli amici del Bar Margherita

Continua l’Odissea nostalgica di Pupi Avati all’interno del suo cinema, di quelle atmosfere che ha vissuto e raccontato anni orsono. “Gli amici del Bar Margherita” è proprio per questo un film che racconta un’Italia che il cineasta bolognese conosce bene, impreziosito da una carrellata di personaggi, perlopiù macchiette, raccontati con umorismo cinico e sardonico.
Il filtro surreale che Avati sceglie genera nello spettatore una sensazione duplice, da un lato lo isola rispetto alle storie che, vista l’insolita attitudine di chi le trama e le vive, si succedono piuttosto rapidamente e con leggerezza, dall’altro mitizza l’epoca in cui il tutto si svolge, obbligando lo spettatore a rimanerne assolutamente affascinato e devoto. Ecco il motivo della riuscita del film di Avati, usciti dalla sala ci si trova di fronte all’irresistibile magnetismo di un periodo in cui tutto era ancora ben delineato, dove quello che facevi era legato indissolubilmente con chi eri e la costruzione della propria immagine aveva una valenza ancora di riconoscimento sociale. Da qui gli inganni, i tradimenti, le truffe, la mistificazione della propria natura che si alternano con intermittenza incalzante, disegnando un’umanità piccola e falsa con rara ispirazione descrittiva dell’autore.
A dispetto di questo buono che “Gli amici del Bar Margherita” evidenzia la pellicola soffre di una disarmonia generale che, alla lunga, tende a sfilacciare l’intero impianto. Le troppe storie che s’incrociano sono evidentemente un limite, si racconta troppo, facendolo male. Per mettere tanta carne al fuoco si perde per strada l’integrità stilistica che il film avrebbe meritato.
A conti fatti Pupi Avati si coccola un film che gli cuce bene addosso, in una versione di sé stesso (per fortuna) meno austera del solito, con un risultato complessivamente godibile, ma che balbetta quando lo si guarda nel complesso, a mente fredda, troppo legato alla natura episodica delle storie che lo compongono.
VOTO 65/100

domenica 29 marzo 2009

Recensione: Fast & Furious - Solo parti originali


A sette anni di distanza dal primo F&F, tornano in sala Dom Toretto e Brian O’Conner. Il cattivo, che sotto sotto è un bonaccione, e il bravo ragazzo dalla faccia pulita, che si sente sé stesso solo quando si trova a fare il delinquente come infiltrato.
Dopo gli esperimenti di “2Fast, 2Furious” e “Fast & Furious – Tokyo Drift” si torna all’antico, a quella chimica che consacrò Vin Diesel, e lanciò Paul Walker e Michelle Rodriguez, attraverso l’idolatrazione pagana e godereccia di macchine fiammanti iperpacchiane e ragazze seminude che si dimenano senza motivo allietando ogni momento della giornata del gangster/pappone/spacciatore modello. L’ultimo esperimento si culla sugli allori di questo mondo, che sembra vivere esclusivamente in una certa Hollywood del blockbuster d’azione e non trovare un proprio corrispondente nella vita reale, facendo anche meglio dell’originale. L’ottima fattura formale, ed una storia che assume toni meno epici, per incunearsi un po’ di più all’interno dei personaggi storici della serie, si rivelano sin da subito una sorpresa. Sarebbe stato lecito attendersi un sequel senz’anima, tra il remake e l’amarcord, ed invece “F&F” rinvigorisce un genere, quello dell’action movie ambientato nel mondo delle corse clandestine, che inventò nel 2001, attestandosi come capostipite indiscusso del filone dei 2000s. Un filone che ha partorito perlopiù fenomeni da baraccone, con le relative disfunzioni insostenibili, vedi “Torque”, andando a prendere infelicemente il posto di quell’azione-spazzatura che l’era post-Stallone/Schwarzenegger ha generato.
Bisogna digerire il fatto, soprattutto dalle parti degi Studios losangelini, che costruire un buon film d’azione, come è “F&F-Solo parti originali”, non è facile. Bisogna trovare le facce giuste, e Diesel e Walker ce l’hanno, il regista giusto, Justin Lin già nello scialbo “Tokyo Drift” evidenziava una buona conduzione delle scene ad alto dinamismo, trovare il giusto dosaggio tra macchine e ragazze, esibendone l’appeal senza stomacare chi guarda (più facile accada con le auto); e nel fare tutto questo non bisogna dimenticarsi di dare un’anima a chi guida le macchine.
Proprio qui il film spiazza gli scettici, la sceneggiatura di Chris Morgan distoglie l’attenzione dalle macchine, a dispetto di quello che fa, e bene, la regia, poco si cura delle storie d’amore, quella tra Toretto e Letty (Michelle Rodriguez), quella tra O’Conner e Mia Toretto, ma si immerge negli spettri dei personaggi principali. La rumorosa coscienza dell’agente O’Conner, che si deve confrontare col torbido in cui sguazza, dovendo amettere che ci si trova alla grande, come fosse nato per star lì. La riabilitazione del criminale, che Toretto imbocca come fosse una strada quasi necessaria al percorso di formazione del proprio personaggio, il quale domina la propria sete di sangue per non appiattire irrimediabilmente la pellicola.
Chi si farà un giro per il mondo sotterraneo delle corse e del narcotraffico messicano di “F&F” rimarrà sorpreso dalla completezza di un’opera che va ben oltre le aspettative che porta in dote.
VOTO 70/100

lunedì 23 marzo 2009

Recensione Film: Che - El argentino


Lo sgranato di un bel bianco e nero ci porta per mano nel cuore dello storico discorso che il Che fece alle Nazioni Unite nel 1964. Ed allora, con un’immagine cromaticamente azzerata, la voce del Che, che perentoria e coinvolgente dichiara al mondo intero “Patria o morte”, elettrizza ancor di più lo spirito rivoluzionario che cova in ognuno. E proprio la revoluciòn, l’ideale, il sacrificio, la dedizione, sono i combusitibili che hanno fatto ardere vita natural durante l’animo del protagonista che, da questa prima parte del biopic di Soderbergh, ne esce poco nitido e mal contornato, ma comunque carico di un fascino magnetico, innegabile nel personaggio.
Gli occhi stanchi che la sanno lunga di Benicio Del Toro vanno perciò oltre tutto quel che l’impacciato Soderbergh narratore ha intenzione di fare e dire. Il percorso macchinoso e troppo ascrivibile al mockumentary che il regista di Traffic percorre qui, rischia di distogliere l’attenzione, di portarla eccessivamente sui toni populistici e di rapida decodificazione della lotta continua del Che contro l’oppressore nordamericano, perdendosi per strada la quintessenza dell’uomo, descritta meglio nei Diari della motocicletta. Il film è assolutamente ridotto e follemente fissato con le boscaglie e l’addestramento delle truppe rivoluzionarie di Castro, quando sfidava Batista, scene sempre uguali, che hanno insito però il merito di non etichettare la biopic tra le solite spettacolarizzazioni hollywoodiane delle vite dei grandi della Terra.
Il salto continuo tra l’ascesa del battaglione 26 Luglio e le dichiarazioni all’ONU stilizzano l’immagine del Che tra le sue due nature, di guerrigliero concettuale prima, e di politico post-rivoluzionario poi. Una duplice pulsione che ne ha caratterizzato l’esistenza, Che Guevara rimane uno dei pochissimi casi in cui l’uomo dipende così strettamente e visceralmente da ciò che ha fatto nella propria vita, anche e soprattutto in quel che dice, che la scelta, azzardata e complessivamente discutibile, di Soderbergh pare da questo punto di vista l’unica percorribile per raccontare l’uomo Ernesto Guevara.
In pratica il film fa scelte impopolari, dal punto di vista del marketing cinematografico soprattutto, ma è eticamente più vicino a ciò che il Che era per sé stesso, sicuramente più dei Diari della motocicletta, che però al cinema sono di tutt’altro piglio ed appeal. Soderbergh sceglie la coerenza del personaggio, e la fa sua, portando alla ribalta un qualcosa di farraginoso, rabberciato e poco avvincente, che, quando scorrono i crediti, lascia però a chi l’ha visto una forte ombra di un personaggio straordinario e modello sempiterno del rivoluzionario innamorato della libertà e della giustizia, che può, e il più delle volte deve, essere percorsa attraverso il sangue e il sudore.
VOTO 61/100

lunedì 16 febbraio 2009

Recensione: Questo piccolo grande amore


È San Valentino, e la Medusa ha deciso di ricordarcelo a modo suo, scagliando in sala “QPGA”, acronimo di quei versi della canzone di Claudio Baglioni (Questo piccolo grande amore) che tempo addietro fecero sospirare giovani generazioni d’innamoratini da prima volta.
L’esordio di Riccardo Donna, fino ad oggi artigiano della fiction patinata per mamma Rai, ricostruisce l’Italia degli anni ’70. I capelli lunghi, i pantaloni a zampa, l’amore libero, la rivoluzione culturale.
Giulia e Carlo vengono da quartieri diversi, ed hanno vite diverse. Liceale perbene e perfettina lei, universitario libertino lui. Quando s’incontrano cambia tutto, e il concept album di Baglioni del ’72 scrive la loro storia, passando per Portaportese, Piazza del Popolo e la stazione Termini, laddove si consuma la parabola del loro menage.
Un’ennesima prova d’immaturità per il cinema italiano, un film che prende tutto quel che può da “Across the universe” di Julie Taymor, non sapendone cogliere, tralasciando l’impietoso accostamento musicale, il reale valore: il saper contestualizzare l’opera dei Beatles, reinterpretandola in lungo e in largo. Invece il Baglioni di QPGA è ancor più banale dell’originale, se possibile, le atmosfere sanno di primo bacio rubato a13 anni, sanno dell’amore impossibile e maledetto, che poi impossibile non sarebbe nella realtà, visto e rivisto.
Ogni tassello del puzzle è un passo nel baratro, l’ambientazione, la sceneggiatura, i personaggi, tutto è preconfezionato. Eppure il marchio è lo stesso del primo “Notte prima degli esami”, che, senza bisogno che ci si strappino i capelli per gli elogi, risulta incredibilmente meglio congegnato, e riporta in quegli anni ’80 con uno spirito sanamente nostalgico, giocando meglio con musiche e storia.
Anche le facce a cui Donna si affida, gli esordienti Mary Petruolo e Emanuele Bosi, risultano troppo standardizzate e pulitine, meglio sarebbe stato sporcare di più i personaggi, ed evitare quel sapore da spot che glassa la pellicola, e che, ahinoi, intraprende il suo crescendo nella primissima scena.
Un film affrettato, banale, privo di ironia, iperglicemico ed indigeribile. Forse i teen-ager più sensibili potranno ritrovare le loro idealizzazioni sullo schermo, e rivivere la fugace emozione della prima volta, della corsa in motorino con l’amata, della gelosia che ti chiude lo stomaco. Ma sorge qualche dubbio anche in merito vista l’epoca, d’altronde Baglioni non può più avere la stessa presa di un tempo.
VOTO 40/100

lunedì 2 febbraio 2009

Recensione: Operazione Valchiria


Verso la fine del conflitto mondiale il Colonnello dell’esercito nazista Claus von Stauffenberg, di servizio in Nord Africa, rimane ferito gravemente ed abbandona il fronte. Di ritorno a Berlino la sfida più importante della sua esistenza è lì ad aspettarlo: prenderà infatti parte, diventandone ben presto il perno, ad un attentato alla vita del cancelliere tedesco.
“Mi trovo circondato da uomini che non vogliono, o non sono capaci, di affrontare la realtà: Hitler non è solo il peggior nemico del mondo intero, ma il peggior nemico della Germania”.
Da sempre la massa dell’opinione pubblica internazionale si è chiesta come avesse fatto la popolazione tedesca a sopportare Hitler e la sua nefasta dittatura che ha fatto sì che la Germania si inimicasse il mondo intero. Come avesse fatto un popolo intero a permettere tutto questo. “Operazione Valchiria” è lì per dire che questo in realtà non successe mai, che in primis gli alti ranghi dell’esercito covavano malumori mai realmente soffocati.
La storia di uno dei tanti attentati che il Fuhrer subì è qui riportata con modesta solerzia storica, ma con una buona conduzione generale della pellicola. Il Bryan Singer che firmò, prima di crogiolarsi nelle rendite ultramilionarie come regista di cinefumetti Marvel con “X-Men”, quel “I soliti sospetti” che ha lasciato un ottimo ricordo in tutti quelli che, dal 1995 ad oggi, lo hanno visto, evidenzia oggi una regia salda e matura, sviscerando all’interno di un impianto classico la discesa-ascesa-discesa di un personaggio dal forte tasso di eroismo. Classicismo ed eroismo allora saranno i vessilli di un film che trova nel solito Tom Cruise, carismatico ma mai del tutto convincente, un personaggio in fin dei conti mal investigato, semplicemente messo lì a fare ciò che deve, senza troppe indagini introspettive a renderlo vicino allo spettatore o a rendere lo spettatore stesso partecipe della parabola narrativa che viene intrapresa. Il complotto, l’attentato, la fugace gloria, il baratro.
Il limite sta nell’eccessivo inscatolamento predefinito d’ogni personaggio, pedina di un thriller comunque dotato d’impatto, ma assolutamente anemico dal lato della verve stilistica e della ricerca cinematografica. Il classicismo formale e narrativo lo si sarebbe potuto, anzi dovuto, metter al servizio di un canovaccio meglio strutturato.
Le sequenze concitate dell’attentato godono di un gran piglio sul grande schermo, ma sembrano essere uno dei pochi picchi, soprattutto perché un pressoché impalpabile approfondimento delle motivazioni e del substrato culturale da cui prendeva linfa il movimento finisce per dare la sensazione di star davanti a un’azione cinematografica avventata e d’intrattenimento, perlopiù nei confronti di un Hitler qui quantomai tipicizzato e macchiettistico. Anche allora il semplificato ‘platonico’ duello personale tra von Stauffenberg e il Fuhrer perde di tutta quella veemenza drammaturgica che avrebbe meritato.
A conti fatti ci si trova davanti ad un’opera che porta con sé un esclusivo valore d’intrattenimento di stampo classico, distorcendo anche la storia che vorrebbe raccontare e portare alla massa, restando nel limbo dei film riusciti a metà su cui però ci si sarebbero potuti spendere sforzi, soprattutto nella sceneggiatura, meglio mirati. Una visione è consigliata,lo schermo attaccherà il pubblico alla poltrona, in attesa di conoscere il finale, ma di certo tutto cadrà ben presto nel dimenticatoio.
VOTO 61/100

martedì 27 gennaio 2009

Intervista al regista e al cast di Italians


Giovanni Veronesi torna al cinema, lascia i patemi d’amore e i viaggi chiarificatori post-maturità per puntare il suo obiettivo su tutti quegli italiani che, per motivi personali o per lavoro, vivono o si trovano temporaneamente all’estero. Proprio fuori dai confini diamo contemporaneamente il nostro meglio e il nostro peggio, croce e delizia dell’italianità. Il regista toscano ce li racconta così: “Nel film ci sono 4 tipologie completamente diverse di italiani all’estero, abbiamo scelto quelle che potevano risultare più divertenti pur essendo sostanzialmente persone normali. In realtà penso anche di esser stato troppo buono, in alcuni casi la condizione degli italiani all’estero è a dir poco stravagante, particolarmente di quelli che si trovano in Russia, che noi raccontiamo nel secondo episodio”.
C’è comunque stato un cambiamento nelle motivazioni che spingono gli italiani ad emigrare, soprattutto perché nel dopoguerra si cercava una situazione sostenibile dove lavorare e magari fare anche fortuna: “Gli italiani che adesso vanno all’estero – dice Veronesi – sono di ceto sociale decisamente più alto, e più che altro cercano buoni affari. Hanno però una caratteristica comune che ci accomuna da sempre: l’italiano all’estero da sempre si porta con sé un grado d’italianità molto più alto rispetto alle altre nazionalità. Nel film appare una frase pubblicata sul New York Times: ‘Gli italiani sono il popolo che suona di più al metal detector’, e penso che la nostra italianità è talmente forte e caratterizzante che suoneremmo sotto il metal detector anche nudi. Poi noi sappiamo adattarci meglio, e ci facciamo sempre riconoscere, questo è vero, ma non solo per l’essere caciaroni, anche perché abbiamo sempre un’umanità e una positività che viene sempre e comunque apprezzata”.


La pensa così anche Riccardo Scamarcio: “Credo davvero che in Italia ci sia una sorta di umanità che viene sempre fuori. Ad esempio basta andare in America e vedere quanta violenza c’è, se solo si pensa alla polizia statunitense la nostra polizia e i carabinieri ci fanno simpatia. L’umanità è la nostra migliore qualità, tutto il resto è un casino, qui nessuno rispetta le regole e il più delle volte fa come gli pare”.
Interprete del film anche Ksenia Rappoport, che fa uno strano confronto tra italiani e russi: “I nostri popoli trovo abbiano davvero molto in comune, soprattutto quando vanno all’estero. I russi quando sono fuori sono incredibilmente impacciati, non parlano una parola d’inglese e fanno casino. Da noi in Russia gli uomini italiani sono sinonimo di amore, passione e sole, li vediamo così”.


Sembra proprio che tutti abbiano una precisa e propria idea sugli italiani all’estero, anche Carlo Verdone ce la racconta: “Gli italiani che lavorano e vivono all’estero sono la parte migliore del nostro Paese. Io ho avuto molte occasioni per confrontarmi con questa gente, e mi sono accorto che qualsiasi lavoro facciano portano un carica e un bagaglio di genialità che altri non hanno. Genialità che possono ben confluire, cosa che non succede qui, anche grazie al rispetto e all’osservanza delle regole e ai mezzi di cui dispongono altre società straniere. Se questo accadesse anche in Italia, se ci fosse un minimo di rispetto per le regole in più tutto potrebbe girare per il verso giusto”.
Verdone, aderendo maggiormente ad “Italians”, racconta l’esperienza con Veronesi, unico regista, a parte naturalmente sé stesso, da cui da un po’ di anni si fa dirigere: “Giovanni è un mio amico anche nella vita privata, e dopo aver fatto i due manuali d’amore ho pensato che non ci potesse essere due senza tre. Ho quindi accettato il ruolo volentieri, anche perché ogni tanto mi fa bene fermarmi e far anche l’attore senza far l’autore. Veronesi poi ormai capisce e conosce i miei tempi, riesce a dare spazio ai miei tic e alle mie caratteristiche. Gli ho chiesto di mettere in imbarazzo il mio personaggio spesso, infatti quando sono in imbarazzo riesco a dare il mio meglio. Poi nel film da una prima parte in cui sono impacciato ed imbranato, passo ad una temperatura meno comica e più poetica, scoprendo nella casa-famiglia quei valori meno effimeri che forse cercavo veramente”.


Anche Sergio Castellitto fa parte felicemente del cast di “Italians”, misurandosi con la commedia, come poche volte gli era successo in carriera: “Io sono uno che frequenta poco la commedia. Già feci “Silenzio si nasce” con Giovanni in compagnia di Paolo Rossi, ed avevo un bel ricordo, poi sono stato battezzato al genere proprio da Carlo in “Stasera a casa di Alice” a fianco di Ornella Muti, perciò mi allettava l’idea di tornarci su. Essendo anche io regista quando lavoro per altri sono molto obbediente, un ospite gentile ed educato nel mondo dell’altro regista. Per Veronesi gli attori sono gli effetti speciali dei suoi film, e ovviamente contribuiscono di loro alla storia e alla sceneggiatura, ad esempio nel nostro episodio nel piccolo dialogo sul mutuo, che trovo di una forza incredibile, ho collaborato alla scrittura”.
L’attore romano confida di aspettare ansioso la reazione del pubblico meno navigato: “Sono davvero molto curioso di vedere la reazione dei ragazzi giovani. Questo è un film che cerca di portare un’analisi abbastanza approfondita sulla natura e l’essenza del nostro essere, inserendo questi elementi riflessivi all’interno di una commedia. D’altronde se guarderai alla commedia potrai sempre trovare un’analisi sociologica di fondo, invece guardando alla sociologia difficilmente ci troverai della commedia”.
All’interno di “Italians” c’è un elemento, per alcuni disturbante, per altri riuscito, che si emancipa completamente dalla produzione di genere: il personaggio di Dario Bandiera muore, Veronesi ce lo spiega: “Questa volta sono voluto andare un po’ oltre, inserendo la morte di Bandiera. Volevo vedere se il pubblico continuava a seguirmi, perché inserire un elemento del genere in un film di questo tipo non è assolutamente facile da digerire. Infatti la prima sensazione è quella di aspettarsi che il personaggio rispunti fuori da qualche parte, o che non sia lui l’assassinato. Lo spettatore poi se ne capacita, il film cambia completamente, e si è portati a ricercare un senso di quiete e pace, che parzialmente si ritrova nella parte finale del film e nella casa famiglia”.
Il presidente Filmauro Aurelio De Laurentiis, spiazzando anche lo stesso Veronesi che aveva appena detto: “Il prossimo che farò non sarà un film ad episodi, ma non voglio dirvi altro…”, ha annunciato che è di prossima produzione la nuova fatica del regista toscano: “genitori e Figli – Istruzioni per l’uso”.

Tommaso Ranchino

Recensione di Italians


Si apre con “Tarareando” dell’Orchestra di Piazza Vittorio l’ultimo di Veronesi, degli stranieri che fanno musica in Italia dischiudono così quelle folkloristiche danze che gli italiani che si trovano in terra straniera sembrano saper cadenzare come nessun altro popolo.
Due episodi raccontano un’italianità da esportazione, soprattutto cafona, ma anche misercordistica, godereccia prima, umanitaria poi. Quattro le facce da italiano che il regista plasma, trasforma, umanizza. Facce da Scamarcio, da Castellitto, da Verdone, da Bandiera, prodotti diversi di un cinema invece davvero poco esportabile, che si riferisce, Veronesi è garanzia in tal senso, ad un innalzamento esponenziale delle cariche emozionali di avvenimenti in realtà di poco conto. Una poetica alla quale il regista ci ha iniziato con i due manuali per innamorati scemi, e che sembra coltivare anche in questo “Italians”, arricchendola dell’interessante idea di metterci tutti un po’ in discussione, in una sorta di simil“Sorpasso” nel primo episodio, che scatena una riflessione on the road tutta all’italiana. Un cinema attaccato ad una filosofia becera, delle pisciate chiarificatrici nel deserto e del sex tourism che tanti connazionali sembrano apprezzare, che però perde aderenza quando si vuole mostrare romanzo di formazione, sfornando in un tripudio iperglicemico di buonismo due finali così così, uno pessimo per il vero. A quel punto meglio ancora sarebbe stato continuare la strada intrapresa, scandagliando più a fondo la nostra fissazione per le donne leggere e straniere, per il soldo facile che spesso cerchiamo all’estero, occultando la parte sin troppo umanizzata che distrae e confonde le idee, completando un ritratto a quel punto sì manierato e sin troppo vincolato alla drammaturgia del cinema spicciolo.


Il Verdone sempre impasticcato ed ipernevrotico dei film di Veronesi torna, dopo prove agrodolci, a far ridere di gusto; pur se ingabbiato in un personaggio scritto malino, l’attore romano si ispira alla commedia all’italiana, cosa che difficilmente in un passato fatto di macchiette e manierismo aveva provato a fare, riproponendosi in una veste che, lui assicura, sarà quella definitiva d’ora in poi. Dopo aver lasciato il proprio testamento artistico in “Grande, grosso e Verdone” si rimette in pista puntando sull’esperienza e la conoscenza che la maturità gli ha donato, ed è un godimento la scena che regala nel secondo episodio.
Di contro poco graffiante la prova di un immenso interprete quale Sergio Castellitto, che evidenzia, e conferma, scarsa propensione genetica per lo scorrimento comico di film del genere, risultando sempre forzato quando cerca il sorriso del pubblico, ed invece incredibilmente bravo e magnetico quando ne cerca la riflessione o la reazione emotiva. Di suo Scamarcio fa lo Scamarcio, forse ancor meno ispirato del solito, che sfoggia ahinoi un imbarazzante accento romano, e Bandiera conferma una potenzialità d’istrione ancora poco indagata e spremuta a dovere dall’industria dello showbiz nostrano.


Comunque va dato atto a Veronesi, e ad “Italians”, di metter in circolo un cinema a metà tra la boiata commerciale e la commedia impegnata, pendendo meritevolmente più per la seconda, almeno nelle intenzioni, restituendo solo parzialmente quella dignità che il genere ha conosciuto tempo fa. La strada da fare è tanta, ma pare che la buona volontà, sotto tanti aspetti, ci sia.

VOTO 55/100
Tommaso Ranchino

martedì 20 gennaio 2009

Recensione di Imago mortis


Bruno studia regia alla Murnau, una scuola internazionale di cinema del torinese, e la sua vita viene tormentata da una serie di visioni raccapriccianti e lugubri, in coincidenza col momento in cui riuscirà ad ottenere il lavoretto di custode dell’archivio cinematografico della scuola per pagarsi la retta. Tra l’incredulità e lo scetticismo di chi lo circonda riporterà a galla avvenimenti oscuri, ed oscurati, di anni prima, legati agli esperimenti del pazzoide Fumagalli. Scienziato del 1600 che era riuscito, attraverso il tanatoscopio, una sorta d’elmetto omicida alla “Saw”, a ricavare dai bulbi oculari l’utima immagine registrata dalla vittima dell’orpello infernale. Tutto questo anni prima dell’apparizione della fotografia.


Anche in Italia scocca l’ora della rivalutazione e rivisitazione del genere horror. L’effetto traino scatenato dalla florida rinascita iberica, capitanata da Amenàbar, Balaguerò, Del Toro e l’ultimo Bayona di “El orfanato”, trova il suo corrispondente nell’ultimo lavoro di Stefano Benussi. Si parte da dove si era terminato, si potrebbe dire così. Uno degli ultimi registi cimentatosi con successo nell’esercizio del genere è stato Pupi Avati, ritornato a metter paura anche col recente “Il nascondiglio”, e Benussi proprio di Avati è stato aiuto dal ’98 al 2001.
Accantonato il contesto ed il momento favorevole a livello europeo, “Imago mortis” non riesce di fatto a rilanciare un genere, qui, in disuso, anzi. Paralizzato da un’inspiegabile voglia di ‘internazionalità’, che porta a coinvolgere personaggi inquietanti, quali Geraldine, figlia di Charlotte, Chaplin e figlia, il film si appoggia su di un’idea interessante, quella di volersi addentrare nell’ossessione della razza umana di voler spasmodicamente fermare il tempo attraverso le immagini istantanee, assurgendo l’ultima immagine impressa sulla retina prima della morte ad esempio metaforicamente coinvolgente di vita, morte e tempo. Ma l’idea non trova respiro in quest’opera sconclusionata ed a tratti persino farraginosa.


La capacità di portare a termine un horror, o qualcosa che gli somigli assai, non la si acquisisce da un giorno all’altro, ed evidentemente in Italia non siamo ancora pronti, o almeno Benussi e compagnia ancora non lo sono. La regia si rivela ben presto invadente, facendo scelte visive radicali, quali l’epifania continua dello spettro sottolineata violentemente da un’invadente colonna sonora, eliminando luce in maniera del tutto arbitraria. Ogni stanza (impeccabilmente e per niente plausibilmente impolverata e stravecchia), antro o corridoio della scuola di cinema è illuminato al massimo da una lampadina, e chi guarda ha la sensazione di un ambiente davvero troppo forzatamente distorto. Forzatura che culmina, e dà il colpo di grazia a tutta la credibilità di “Imago mortis”, nella costruzione dei personaggi. Manierati ed insopportabilmente pilotati, anche nella recitazione, maschere quali quella della contessa proprietaria della scuola, inquietantemente spettrale, quella del direttore della fotografia che, impazzito, ha deciso saggiamente di vivere rinchiuso in una stanza della fatiscente struttura della Murnau, il preside-professore, regista attempato che vive l’immortalare immagini in modo ossessivo e compulsivo. Insomma una carrellata di macchiette improbabili, che trascinano pian piano il film verso la propria involontaria, tuttavia la migliore, natura grottesca.


“The orphanage” è qui lontano anni luce, la coerenza, in primis stilistica ed in secundis narrativa, viene disattesa, a favore della facile veemenza visionaria di una commistione continua di elementi paranormali e simbolismi pregni di futili metafore. Passato/presente. Sogno/realtà. Vita/morte. Tutti dualismi che vengono snocciolati a raffica, in uno svolgersi che ridurrà in maniera didascalica tutte le premesse ad una semplice ricerca del colpevole, dell’aguzzino, del carnefice invasato dall’arte e dall’ossessione per l’immagine eterna, cinematografica o fotografica che sia.
Resta comunque un bene aver cercato di riportare in voga il genere in Italia, speriamo che qualcuno, di meglio ispirato, colga il segnale e s’impegni a ricostruire una tradizione che da Argento, Bava (entrambi) e appunto Avati non ha più regalato un sano brivido all’italiana al pubblico, non solo connazionale.

VOTO 45/100
Tommaso Ranchino