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lunedì 2 novembre 2009

Intervista ai Fratelli Coen - A Roma per presentare A serious man


Nell'ultimo giorno di Festival a Roma arriva la coppia di fratelli registi più amata d'America. I Coen. Presentano il film Fuori Concorso "A serious man", ambientato nella comunità ebraica del Minnesota negli anni ‘60. Tutto questo riporta subito alla mente le origini dei Coen: "Abbiamo girato il film proprio nei posti in cui siamo cresciuti - dice Ethan - ma nonostante questo nella storia non c'è nulla di autobiografico. È tutta finzione".

E proprio sulle origini ebraiche dei Fratelli verterà tutta la conferenza, molto sottotono. I soliti ‘noti' partono all'attacco in maniera assurda chiedendo ai registi cosa pensassero sul Professore della Sapienza, Antonio Caracciolo, che porta avanti le proprie teorie negazioniste riguardo l'olocausto attraverso le sue lezioni ed il suo blog. Ethan, giustamente sorpreso, risponde così: "Mi sembra una cosa molto strana, soprattutto per accadere in un contesto accademico. Però a dire la verità non saprei proprio cosa rispondere, perché non c'entra davvero nulla col nostro film".

La conferenza continua a battere il ferro, ormai caldo, sulla questione ebraica: "La comunità ebraica - dice Joel - è stata molto importante per il film, ne ha segnato proprio la genesi, volevamo fare un film su di un'epoca ben precisa e in un contesto ben delineato. Per fare questo avevamo chiaro in mente la comunità dove siamo cresciuti negli anni '60 nel Midwest".
E proprio tale rappresentazione genera momenti esilaranti all'interno di "A serious man", situazioni forse realmente vissute dagli autori, Joel racconta: "Ci siamo sempre ispirati a qualcuno che abbiamo conosciuto, li abbiamo messi tutti insieme e abbiamo creato degli ibridi. A dir la verità non è questo l'unico film in cui l'abbiamo fatto, abbiamo tratto ispirazioni da persone conosciute tutta la nostra carriera".

Un tale ‘accanimento' cinematografico verso una comunità così potente e così caratterizzata come quella ebraica degli Stati Uniti potrebbe far storcere il naso a più di qualcuno: "Negli Stati Uniti - dice ancora Joel - la comunità ebraica è molto sensibile sul modo in cui viene descritta dai media. Però la maggior parte delle reazioni da parte loro è stata positiva. Comunque è impossibile, quando racconti una comunità, non creare qualche malcontento".
Ethan interviene: "E' anche vero che la comunità più radicale degli ebrei ortodossi non va al cinema e quindi non può esprimersi".

Nel film vi sono molti attori locali, è una caratteristica che ritorna nella filmografia dei fratelli Coen: "In questo film - ancora Joel - molti attori sono di Minneapolis, e quindi attori prettamente locali. Ad esempio però Michael Stuhlbarg è cresciuto in California e vive a New York. Quindi lo definirei un bel mix tra attori locali e non. Michael è stato molto bravo perché ha immediatamente capito le differenze che ci sono tra la cultura ebraica del Midwest e quella che caratterizza la comunità sulle coste degli Usa".

In conclusione i fratelli vengono interrogati sulla natura prima della loro opera, sulla categoria alla quale vorrebbe appartenere, Ethan non vuole differenziazioni tra ‘tragedy or comedy': "Non abbiamo mai pensato in questa maniera, qui si cerca semplicemente di essere veritieri e di raccontare la storia che volevamo raccontare. Sta poi allo spettatore e alla gente avere le reazioni che vuole".

MP News incontra Giorgio Diritti, Alba Rohrwacher e Maya Sansa per "L'uomo che verrà"


Giorgio Diritti ed il cast del suo film "L'uomo che verrà" hanno presentato al Festival Internazionale del Film di Roma un'opera intensa e realistica sulla strage di Marzabotto.

(al regista) Come mai la scelta di girare in dialetto? Non pensa che possa essere una difficoltà per la diffusione del film?

Giorgio Diritti: "La mia scelta di girare in bolognese antico rientra in una logica generale di creare un forte coinvolgimento e un realismo tale da riportare lo spettatore direttamente a quell'epoca. Infatti ci siamo ben presto accorti che il dialetto bolognese attuale richiamava troppo gli anni '70 e i camionisti e perciò aveva una valenza nettamente diversa dalla situazione sui monti nel 1943, e allora abbiamo giocato la carta del bolognese antico. Devo dire che tutti gli attori sono stati bravissimi, infatti li ho incontrati due settimane prima di iniziare a girare e mi hanno dato tutti il loro assenso. Trovo che l'uso del dialetto ci aiuti a fare un salto indietro nel tempo, si rida un sapore e un suono che gli italiani hanno perso".

Il film ha un forte impatto visivo. Come ci siete arrivati?

Giorgio Diritti: "Il lavoro visivo che abbiamo fatto ha diverse fonti. È nato in primis dalle fotografie in b/n di quell'epoca. Poi ci siamo riferiti anche ad una serie di foto a colori fatte dai soldati americani. Infine c'è stata un'osservazione della produzione artistica relativa alla campagna nell'800-900. Tutti questi elementi infine si sono fusi ed ho usato il mio istinto per le inquadrature". Che ricerca storica è stata fatta? Giorgio Diritti: "Abbiamo fatto una ricerca soprattutto sulla realtà dei fatti. Mi hanno descritto quei ragazzi nazisti, ed erano tutti molto giovani, ciò testimonia che erano persone nate e cresciute sotto il regime nazista. Formate quindi in un certo modo, erano per educazione portati a considerare i diversi, gli italiani in questo caso, come una sottospecie, come fossero subumani. Per loro non faceva differenza uccidere una mucca, una donna o un topo. Il film ha delle basi storiche molto attente. Poi ho cercato di non cadere negli stereotipi, le cose che raccontiamo sono tutte più o meno accadute, quel che m'interessava maggiormente era raccontare la drammaticità di uomini che ne uccidono altri con quella estrema naturalezza".

Nel film i partigiani vengono chiamati ribelli, perché questa scelta?

Giorgio Diritti: "Ribelli era il normale modo di definire chi era contro i fascisti e contro i tedeschi. Di chi quindi non ci stava e si ribellava al regime. Sostanzialmente era un termine gergale senza un peso politico importante".

Che distribuzione avrà il film?

Giorgio Diritti: "Sarà distribuito da Mikado (uscirà il 29 gennaio n.d.r.) e ovviamente c'è un progetto specifico legato alle proiezioni per le scuole. I sopravvissuti invece ancora non hanno visto il film, ci saranno delle proiezioni sul territorio, lì certamente ci sarà una cura particolare. Poi Intramovies è il nostro venditore per l'estero ed ha già riscontrato degli interessi".

(alle attrici) Raccontateci la vostra trasformazione in contadine di quegli anni.

Alba Rohrwacher: "La prima cosa che mi ha spinto è stata la fiducia che Giorgio ha avuto in noi. Aveva visto in noi una capacità di fusione con le facce che aveva scelto. Poi ovviamente nello specifico c'è stato un grande lavoro con i costumi, il trucco e con i capelli, che aiuta un attore a diventare altro da sé. Io e Maya ci siamo mischiate bene con le persone con cui abbiamo lavorato, volevamo soprattutto unirci a loro per raccontare una storia che sentivamo la necessità fosse raccontata".

Maya Sansa: "Oltre a quello che ha detto Alba c'è stato un grande lavoro dei costumisti, dei truccatori e della parrucchiera, sono stati molto attenti a riprodurre quell'aspetto, riportando anche quella sporcizia, che non era un'assenza di igiene, ma una vera e propria mancanza di condizioni. Poi anche i vestiti erano fuori misura e un po' arrangiati, perché ai tempi ce li si passava da madre in figlia. Inoltre il luogo dove abitavamo durante la lavorazione, che era un agriturismo, è stato molto importante per creare gruppo e poi lì c'era questa donna che ci ha insegnato a fare il pane, lei lavorava tutto il giorno tra i campi e la cucina. Ci ha trasmesso una grande energia di donna lavoratrice".

mercoledì 28 ottobre 2009

Clooney presenta a Roma il suo ultimo film e la stampa italiana continua il suo becero duello col divo

Clooney non ha un buon rapporto con i giornalisti italiani, questo è ormai evidente. La sua conferenza per presentare l'applauditissimo "Up in the air" è stata scialba e senza mordente, un susseguirisi di domande che poco hanno a che fare con l'ottimo film che l'attore americano ha presentato a Roma e che offre un ampio raggio d'argomenti a disposizione di una stampa che, qui immatura, non lo sa sfruttare.

Immancabile ancora una volta la domanda, anzi l'esortazione a fare outing, riguardo la presunta omosessualità di Mr. Clooney, il quale risponde all'intervistatore: "Lei è una persona davvero simpatica".

Una conferenza insomma che scorre tra l'annuncio di Clooney dei due progetti registici che bollono nel suo pentolone, un film su Guantanamo e una commedia, e le dichiarazioni di circostanza riguardo Violante Placido, con la quale sta lavorando attualmente sul set del prossimo "The American": "Violante è un'attrice fantastica e una donna meravigliosa".

A proposito del film che si gira a Sulmona immancabili, e le definiremmo imperdibili, due parole sull'Aquila: "La città deve ricominciare la propria esistenza, dobbiamo tenerla ancora sotto la luce dei riflettori, per evitare che un tragedia di tali dimensioni cada nel dimenticatoio. E' l'unica cosa che possiamo e dobbiamo fare".

Nella fiera del nonsense ecco il domandone sulla politica, una prode giornalista chiede al bel George le prime cose che farebbe se diventasse per un giorno Presidente del Consiglio dei Ministri: "Ma qui non funziona per caso come in America, dove non puoi diventare Presidente se non sei nato sul suolo dello Stato? Allora il problema non si pone nemmeno". E giustamente non risponde.

Insomma Clooney ce l'ha con la stampa, si è paventato addirittura un ritiro dalle conferenze stampa per la presentazione dei film, altro non sarebbe una semplice conseguenza della scelta già fatta a suo tempo di non rilasciare più interivste tv quando esce un suo nuovo film: "Quando presento un film non rilascio più interviste perchè alla fine non si parla mai del film stesso ma quando ci sono io di mezzo finisce sempre sul gossip".

E' sinceramente deprimente assistere a spettacoli del genere, soprattutto perchè davanti c'è uno come Clooney, uno che di cinema ne sa, uno che anche dietro la macchina dice la sua, uno che si sta ritagliando un suo spazio davvero interessante con ruoli in film (para)indipendenti e che è andato da tempo ben oltre alle smancerie da divo belloccio. Basterebbe capirlo.

lunedì 26 ottobre 2009

Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo (The Imaginarium of Dr. Parnassus)

Il 4° Festival di Roma ha vissuto una delle esperienze certamente più attese e di maggior richiamo con la proiezione all'Auditorium dell'ultimo film di Terry Gilliam "The imaginarium of Doctor Parnassus". Un progetto segnato da grandi ambizioni e da un'attenzione ovviamente ampilificata a dismisura dalla morte di Heath Ledger.


Gilliam fa scelte coraggiose, forse incaute, per tutto il film. Un'esaltazione quasi religiosa del colore accecante e del kitsch più assurdo che dietro lo specchio magico del Dr. Parnassus prendono forme viste raramente prima. Un esercizio megalomane alla ricerca dell'immagine surreale perfetta, un mondo interposto a quello che tutti conosciamo, dove gli avventori dell'Imaginarium rifocillano le loro anime oppresse e danno sfogo, ognuno a modo suo, a sogni e incubi, sempre costretti a scegliere tra diavolo e acqua santa. Anche Gilliam entra nell'Imaginarium, e perde subito il controllo del materiale che ha in mano. Esalta i propri pregi, evidenziando al contempo i difetti.

La sua inclinazione innata nel provocare l'immaginazione dello spettatore, gettandolo in pasto a elucubrazioni quasi infantili, tocca qui l'apice. E allora il film sarà un viaggio all'interno di storie assurde, immortali, sempre interrotte dall'inizio di un'altra più avvincente, di personaggi rubati qua e là alle favole, alla tragedia, alla mitologia (Faust su tutti) e al cinema di genere.

E proprio qui viene fuori il Gilliam che non sa controllarsi, quello che non riesce a domare nemmeno il mondo che è al di qua dello specchio magico. Il regista, allucinato anch'egli da un progetto forse scappatogli presto dalle mani, non sa rendersi conto che per continuare a stuzzicare la fantasia degli spettatori bisogna far credere loro che vi sia ancora un sottile cordone ombelicale che tiene la storia, o almeno i personaggi, attaccati ad una parvenza di realtà che rende il tutto davvero magico e senza tempo, evitando di porgere il fianco ad una punta d'irritabilità che qualcuno potrebbe palesare in più di due ore di deliri.

Bisognava asciugare, sfoltire tutto il 'troppo' gilliamiano, e ce n'è davvero tanto, rinvigorendo così le ottime idee da cui si era partiti. Dall'omaggio metaforico su cui poggia tutto fatto all'arte, che altro non è che il mondo dietro lo specchio, la porta per noi tutti verso una piacevole deriva dove tutto è lecito, per arrivare conseguentemente alla mitologica figura dell'artista che non riesce mai a godere appieno del proprio talento.

La prematura scomparsa di Ledger non ha certamente aiutato la compatteza della pellicola, che in mezzo a tutto quel frastuono propone anche la trasfigurazione del personaggio di Tony che, aldilà dello specchio, prenderà i volti del solito Johnny Depp, di un Jude Law assolutamente fuori ruolo e di un buon Colin Farrell. Nonostante la scaltrezza di chi ha preso questa decisione, assolutamente plausibile analizzando la storia, cresce proprio in questo suo ultimo film il rammarico, cinefilo più che misericordistico, per la scomparsa di Ledger, qui magnetico e camaleontico come avremmo voluto rivederlo altre volte.

Se è vero che il troppo stroppia, comunque è innegabile che gli eccessi destano anche grandi curiosità, e questo è quello che merita il film di Gilliam, tanta sana curiosità ed ammirazione, con la lucida consapevolezza che si sarebbe potuto fare di meglio semplicemente aggiustando il tiro in un paio di scelte.

VOTO 58/100


Terry Gilliam ricorda Heath Ledger


Il genio ex Monty Phyton sbarca al Festival di Roma per presentare "The imaginarium of Dr. Parnassus", ultimo film interpretato dallo scomparso Heath LedgerDifficile soffermarsi su un film, anche se dell'importanza di "The imaginarium of Dr. Parnassus", quando questo porta con sé la struggente testimonianza di una vita, e una carriera, interrotte bruscamente. Ed infatti l'incontro con Gilliam torna spesso, quasi sempre, al ricordo dell'attore americano. "Per me era un attore, un uomo e un amico straodinario. Pieno di vita e di humour, dotato anche di un pizzico di sarcasmo, e poi una cosa che mi impressionava di lui era la saggezza che portava con sé. Ho sempre pensato che nelle sue vene scorresse sangue aborigeno, aveva 247 anni quando è morto".Nella pellicola le scene che Ledger non è riuscito ad intepretare sono state affidate a Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell, tre illustri amici di Heath: "Johnny, Jude, Colin hanno voluto collaborare e prendere parte al film perchè sono sempre stati molto vicini a lui. E io trovo che questo loro conoscerlo così bene lo abbiano portato anche nelle loro interpretazioni. Anche l'entourage di Tom Cruise ha proposto il suo assisitito per sostituire Heath, ma io non ho accettato perchè si conoscevano poco. Volevo solo amici stretti di Heath sul set".Ovviamente la morte di Ledger ha messo tutti di fronte ad una serie di scelte da fare: "Abbiamo deciso - dice il regista - di non cambiare assolutamente lo script, di realizzare il film così come lo avevamo immaginato con Heath".E proprio questa dichiarazione sposta l'attenzione sulla passione che l'interprete aveva per la regia, della quale avrebbe voluto fare il proprio lavoro un domani: "Era così deciso a diventare un regista, sul set non faceva altro che apprendere e la sua voglia di imparare era inesauribile. Voleva cambiare continuamente le scene e addirittura modificava le proprie battute. La sua presenza era così forte sul set che avevamo anche pensato di co-firmare la regia. Devo essere sincero neanche io spesso riuscivo a stare dietro a tutta la sua energia, era incredibile quando lavorava".
E questa energia sul set era forse una delle sue caratteristiche fondamentali, quello che lo stanno immortalando nel ricordo di tutti come un personaggio incredibilmente carismatico e pieno di vita: "Rideva continuamente, ci sorprendeva davvero in ogni momento, riempiva tutti di scherzi. E la cosa incredibile che lui faceva tutto questo sempre nell'ottica della continua costruzione del suo personaggio. Cambiava accento e modi a seconda dell'oggetto della sua seduzione. Questa natura camaleontica che ha contribuito a creare un personaggio davvero complesso son certo che ha aiutato l'opera di Depp, Law e Farrell che hanno potuto reinterpretare a loro modo un personaggio dalle mille facce".

Recensione: Viola di mare



Presentato all'Auditorium il primo film italiano in concorso. Prodotto dalla Cucinotta, che si ritaglia anche un piccolo ruolo, e distribuito da Medusa, il film della Maoirca si ispira ad un romanzo di Giacomo Pilati, "Minchia di Re", che racconta il percorso e l'amore omosessuale di due giovani donne in un'isoletta sicula di meta '800. L'approccio alla tematica e l'ingresso di questa in un ambiente iperconservatore e patriarcale non erano dei più comodi, ed infatti il film della Maiorca si sgretola ben presto. La storia, pur se tratta da un episodio (dicono) realmente accaduto, viene soffocata sotto il peso delle innumerevoli sovrastrutture che vi si creano sopra, ancora una volta la complessità di un romanzo rovina l'intenzione di un film. Gli spunti interessanti non mancano, vedi la coraggiosa scelta registica manifestata da inquadrature non convenzionali e poco televisive (rischio scongiurato vista la militanza dell'autrice nel piccolo schermo) e la colonna sonora di Gianna Nannini, che sporca e attualizza il costume ottocentesco. Ma non basta. Le scelte voluttuose che accompagnano tutto il rapporto tra le due, una buona Solarino, che esce alla lunga, e un'impacciata Ragonese, meno in palla rispetto a "Tutta la vita davanti", intasano il gusto di chi guarda il film, paralizzano il percorso intrapreso all'interno dell'ipocrisia popolare e sottocategorizzano il tutto ad un melò ambiguamente realizzato. Un melò nel quale il motto è: "C'è solo un modo per volersi bene" (Angela a Sara). D'altro canto però il repentino cambio di rotta che "Viola di mare" vive, che non anticipiamo, lascia il campo al teatro del paradosso, desta la curiosità dei più attenti e fa crescere il rammarico. Il vero punto di forza dell'intero progetto sarebbe dovuto essere quello di analizzare le reazioni e le relazioni sociali che una bomba ad orologeria come il rapporto tra Angela (Solarino) e Sara (Ragonese) e le sue conseguenze avrebbero potuto avere. Questo soprattutto all'interno di un ambiente del genere, e lo sfruttare meglio l'ambientazione dell'isola, che in questi esperimenti aiuta eccome (Abrams docet), avrebbe rafforzato l'impianto metaforico e la riuscita della pellicola. Invece quel che rimane è un melodrammone troppo elaborato che vive soprattutto dell'interpretazione della Solarino e della singolarità comunque riconoscibile della tematica, il tutto deliziato da alcune scene erotiche d'impatto che esaltano sinuosità e asperità fiscihe delle due protagoniste, modelli di bellezze agli antipodi tra loro.

Mp News incontra Valeria Solarino, Isabella Ragonese, Donatella Maiorca, Maria Grazia Cucinotta e Gianna Nannini

(alla regista) La voglia di rappresentare un amore irrituale, che poi alla fine risulta essere l'unico sentimento sincero, a cosa è dovuta?

Donatella Maiorca: "Viola di mare è una grande storia d'amore e di libertà, la libertà di poter scegliere chi amare. Angela è una donna che s'innamora solo di sara, non di tutte le donne. E proprio per questo che la storia tra di loro, essendo universale, era attuale allora ed è attuale oggi.

Poi mi interessava smascherare un virus latente nell'essere umano: il razzismo e la violenza nei confronti dei diversi. Un altro aspetto che rende attuale il film".

(alle attrici) Come avete approcciato i vostri personaggi non facili? Avete mai pensato di scambiarveli?

Valeria Solarino: "Non avrei mai ceduto il mio ruolo, ero fortemente attaccata al personaggio di Angela. Ho sempre avuto chiara in mente una sola cosa: Angela ama Sara in qualsiasi momento della storia. Perciò qui parliamo dell'amore come dovrebbe essere considerato: due esseri umani che si incontrano senza dover rientrare in dei cliché stabiliti o dover riempire delle tabelle già scritte".

Isabella Ragonese: "Il personaggio di Sara l'ho lavorato in maniera meno evidente ed esposta rispetto a quello di Valeria. Ho dovuto intraprendere un percorso più soottile, prima di girare ho cercato di dimenticare ogni cosa attinente all'attualità, ho pensato ad una ragazza ingenua e normale cercando di capire cosa potesse scattare in lei, di cosa si fosse innamorata.

E secondo me Sara si innamora dell'amore che Angela prova per lei, più che di Angela stessa. Il film racconta quanto è potente una passione quando è reale".

(alla produttrice) Come commenta la bocciatura della legge contro l'omofobia?

Maria Grazia Cucinotta: "Non parlo mai di politica, ne parlano tutti oggi ed è una cosa grave perchè così si confonde la gente. Io faccio solo cinema, e così affronto il problema. Facendo il mio lavoro e portando avanti un film del genere. Per realizzarlo ho preso molte porte in faccia e ringrazio fortmente la Medusa che ha creduto nel progetto".

(alla realizzatrice della colonna sonora) Ti sei divertita nel comporre la colonna sonora per Viola di mare?

Gianna Nannini: "Per me quando faccio una colonna sonora è sempre importantissimo parlare con il regista. Questa volta vista l'ambientazione fortemente caratterizzata volevo uscire dal luogo comune della musica popolare, e siccome oggi il rock è la musica popolare per eccellenza il passaggio per me è stato molto vicino. Inoltre ho voluto recarmi personalmente sui luoghi dove tutto è accaduto e tutto è stato girato. Alla fine ho inserito delle sonorità di chitarra molto acide, che appartenessero al luogo e ai suoi sapori, che ho campionato stando lì".

sabato 29 novembre 2008

Intervista ad Oliver Stone per W.


Oliver Stone ha presentato a Torino il suo ultimo e controverso lavoro, “W.”. Una parodia ragionata sul Presidente degli Stati Uniti dal gradimento popolare più basso della storia, ma che non bisogna dimenticare che è stato comunque eletto due volte, che ha trovato dappertutto un muro distributivo dovuto alla troppa vena politica e all’impellente ed onerosa attualità del tema.
Fare un film sul Presidente in carica è stato problematico, sia per la figura controversa del
Presidente stesso, sia per la situazione politica che tendeva a mutare in continuazione.
Stone ci descrive le difficoltà nel fare un film su Bush: “Durante le riprese poteva verificarsi un attacco terroristico oppure gli Stati Uniti, come effettivamente avevano intenzione di fare, avrebbero potuto dichiarare guerra all’Iran. Poi il crollo dell’economia ha smorzato i toni dell’amministrazione Bush, che ha dovuto rivedere i propri piani, e ha danneggiato McCain che i sondaggi davano in vantaggio prima del 16 settembre”.
Come si diceva “W.” è una pellicola che porta con sé grandi problemi legati alla distribuzione: “In America il film è stato accolto abbastanza bene ma la crisi economica forse ci ha in parte
danneggiato perché è diventata protagonista dell’attualità americana più del Presidente
stesso. Per gli americani Bush è «morto» il 16 settembre. Tuttavia, nutro grandi speranze
per il film di ottenere dei riconoscimenti e di avere una vita lunga oltre alle proiezioni nelle
sale. Credo che possa essere ben apprezzato anche in Europa dove Bush non è mai stato
molto amato. Per quanto riguarda la distribuzione italiana del film, è probabile che verrà acquistato da una casa di distribuzione piccola, indipendente e molto forte che crede profondamente nel
film. E nonostante in Italia l’amore per il cinema non si traduca più in una visione nelle
sale, il film potrà comunque continuare a vivere in DVD o essere trasmesso da qualche
emittente”.
Josh Brolin si è caricato onori ed oneri di interpretare il ruolo di Bush, Oliver Stone ci racconta le singolari motivazioni della scelta: “Josh Brolin è un meraviglioso caratterista che nel 2007, grazie in particolare a Non è un paese per vecchi è riuscito a far conoscere le sue doti. Fino a quel momento non riusciva a sfondare a Hollywood, per questo ho riscontrato un’analogia col Presidente perchè a 40 anni entrambi avevano fallito, l’uno come attore, l’altro come politico, presidente di una squadra di baseball e uomo d’affari. Un’altra analogia era la figura ingombrante del padre,
un famoso attore sposato con Barbra Streisand. Brolin inizialmente si è quasi risentito di
queste analogie ma io gli ho proposto immediatamente il ruolo perchè vedevo in lui un
atteggiamento texano che si è manifestato nell’accento ben costruito e nella camminata. È
una sorta di cow-boy alla John Wayne. Abbiamo girato il film in sequenza cronologica per seguire i cambiamenti nella vita di Bush. Nello scegliere il cast abbiamo pensato ad attori che non avessero somiglianze fisiche con i reali personaggi ma che potessero in qualche modo sentirsi quei personaggi”.
Vedremo come e dove verrà distribuito questo film che, per onestà intellettuale, dovrebbe esser visto, criticato e discusso in tutto il mondo.

Incontro con Roman Polanski



Il regista, intervistato da Nanni Moretti, parla del suo cinema, in occasione della retrospettiva dedicatagli al Torino Film Fest


A Roman Polansky è stata dedicata un’intera retrospettiva, che ha ripercorso la sua intera militanza di filmaker, dall’esordio nel ’51 con “Morderstow” per arrivare all’ultimo cortometraggio “Chacun son cinéma” del 2007. Uno spostamento, dall’essere europeo e americano al contempo, che ha caratterizzato il suo cinema, attraversato dallo smarrimento e dall’angoscia di non poterne uscire mai.
Nella chiacchierata a 360° con Nanni Moretti Polanski ammette di aver molto amato il nostro cinema, ma di esser sconcertato sul momento attuale: “Mi ricordo che da studente aspettavo con ansia il film successivo di De Sica o Rossellini mentre negli anni ’60 seguivo i giovani registi italiani (Pasolini, Olmi, Bellocchio, Bertolucci, De Seta) sia come collega sia come spettatore. Mi chiedo cosa sia successo al vostro cinema dopo. Sarà colpa della televisione”.
Ma anche per la Nouvelle Vague francese ha una parola dura: “I film della Nouvelle Vague sono spesso inguardabili. A parte forse Truffaut”. Il suo approccio singolare al cinema ha fatto sì che spesso i suoi film, pur avendo avuto gran successo, non siano stati interpretati come lui se lo aspettava: “Spesso scopro cose del tutto inaspettate o che non avevo immaginato. Specialmente riguardo alla comicità. A volte il pubblico ride senza che io ne capisca il motivo o invece non sembra divertirsi in momenti che per me sono comici. A volte. Per esempio per me L’inquilino del terzo piano era un film comico, ma il pubblico l’ha inteso diversamente”.
La retrospettiva, fortemente voluta dal regista ossessionato dalla Sacher, è andata bene, attraversando l’intera manifestazione ha riscosso anche un discreto interesse del pubblico.