
Tutto il film è pervaso da una forte presenza di opere d’arte moderna, sia nelle varie esposizioni che si susseguono, sia nell’arredamento degli interni. Della realizzazione di queste si è occupato Gianni Dessì: “Dessì è un amico dello sceneggiatore del film Angelo Pasquini – dice Rubini

Anche gli attori si sono dovuti confrontare in prima persona col mondo dell’arte, Scamarcio racconta il suo confrontarsi con l’arte sempre da profano: “Quella del film è stata la mia prima volta alla Biennale. Il mio rapporto con l’arte è abbastanza superficiale. Mia madre è una pittrice, quindi ho delle nozioni di base sugli artisti più importanti, comunque il mio interesse è stato sempre occasionale non assiduo”.
Colpo d’occhio è un’opera che esula dalle tecniche interpretative a cui il cinema italiano ci ha abituato negli ultimi anni, le prove degli attori sembrano forzate e troppo accentuate a volte. Rubini ha fatto questa scelta ispirandosi a cinematografie estere: “Siamo abituati a questo naturalismo, neorealismo, a questo finto buttato lì. Non siamo abituati alla teatralità, che invece troviamo in molte cinematografie estere. Pensavo che questo film avesse bisogno di una forte struttura interpretativa”.

Vittoria Puccini descrive il suo personaggio: “Sergio mi ha presentato un personaggio che sa intuire la verità, senza però essere mai creduta, un personaggio ambiguo, ma alla fine dei conti comunque positivo. Amo interpretare ruoli che si muovano sul sottile filo tra razionalità e follia”.
Anche Riccardo Scamarcio si sente soddisfatto di essere uscito dai binari che la sua carriera stava percorrendo: “In questo film Sergio mi ha darto la possibilità di lavorare in una vera costruzione del personaggio. Venivo da film le cui cose migliori scaturivano dall’improvvisato, da quel buttato lì di cui parlava anche Sergio”.

Sergio Rubini racconta alla stampa la genesi della sua opera: “Conosco da un po’ Scamarcio, sapevo che nutriva stima per me, ma non avevo ancora un ruolo per lui. Allora ho voluto incontrarlo e, mentre lo aspettavo, mi sono messo a pensare cosa sarebbe successo se dietro quella sua stima per me si fosse nascosto il desiderio di rubarmi tutto quello che so e che ho. E da lì è nato tutto. Poi ci siamo messi a parlare e a confrontarci su cosa sarebbe potuto uscirne fuori. All’inizio avevamo pensato ad un musicista, un direttore d’orchestra, poi Riccardo mi proposto di farne un artista, un pittore, come sua madre, e abbiamo infine convenuto sulla scelta di uno scultore”.
Nel film è totalizzante il rapporto tra critico e artista, Rubini la pensa così a riguardo: “Credo molto nel rapporto conflittuale, ma sempre necessario, tra critico e artista. In fondo sono entrambi presuntuosi, si attraggono e si respingono. Infatti tutto il film si può riassumere nel rapporto dell’uomo con la propria ombra”. Inevitabile un parallelo con il rapporto del regista con la critica cinematografica: “Sinceramente nello scrivere il film non abbiamo pensato assolutamente al critico cinematografico. Abbiamo lavorato maggiormente su un tratto psicologico dei personaggi, slegato dal mondo in cui è contestualizzato, così che tutti ci si potessero ritrovare”.
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