lunedì 16 febbraio 2009

Recensione: Questo piccolo grande amore


È San Valentino, e la Medusa ha deciso di ricordarcelo a modo suo, scagliando in sala “QPGA”, acronimo di quei versi della canzone di Claudio Baglioni (Questo piccolo grande amore) che tempo addietro fecero sospirare giovani generazioni d’innamoratini da prima volta.
L’esordio di Riccardo Donna, fino ad oggi artigiano della fiction patinata per mamma Rai, ricostruisce l’Italia degli anni ’70. I capelli lunghi, i pantaloni a zampa, l’amore libero, la rivoluzione culturale.
Giulia e Carlo vengono da quartieri diversi, ed hanno vite diverse. Liceale perbene e perfettina lei, universitario libertino lui. Quando s’incontrano cambia tutto, e il concept album di Baglioni del ’72 scrive la loro storia, passando per Portaportese, Piazza del Popolo e la stazione Termini, laddove si consuma la parabola del loro menage.
Un’ennesima prova d’immaturità per il cinema italiano, un film che prende tutto quel che può da “Across the universe” di Julie Taymor, non sapendone cogliere, tralasciando l’impietoso accostamento musicale, il reale valore: il saper contestualizzare l’opera dei Beatles, reinterpretandola in lungo e in largo. Invece il Baglioni di QPGA è ancor più banale dell’originale, se possibile, le atmosfere sanno di primo bacio rubato a13 anni, sanno dell’amore impossibile e maledetto, che poi impossibile non sarebbe nella realtà, visto e rivisto.
Ogni tassello del puzzle è un passo nel baratro, l’ambientazione, la sceneggiatura, i personaggi, tutto è preconfezionato. Eppure il marchio è lo stesso del primo “Notte prima degli esami”, che, senza bisogno che ci si strappino i capelli per gli elogi, risulta incredibilmente meglio congegnato, e riporta in quegli anni ’80 con uno spirito sanamente nostalgico, giocando meglio con musiche e storia.
Anche le facce a cui Donna si affida, gli esordienti Mary Petruolo e Emanuele Bosi, risultano troppo standardizzate e pulitine, meglio sarebbe stato sporcare di più i personaggi, ed evitare quel sapore da spot che glassa la pellicola, e che, ahinoi, intraprende il suo crescendo nella primissima scena.
Un film affrettato, banale, privo di ironia, iperglicemico ed indigeribile. Forse i teen-ager più sensibili potranno ritrovare le loro idealizzazioni sullo schermo, e rivivere la fugace emozione della prima volta, della corsa in motorino con l’amata, della gelosia che ti chiude lo stomaco. Ma sorge qualche dubbio anche in merito vista l’epoca, d’altronde Baglioni non può più avere la stessa presa di un tempo.
VOTO 40/100

lunedì 2 febbraio 2009

Recensione: Operazione Valchiria


Verso la fine del conflitto mondiale il Colonnello dell’esercito nazista Claus von Stauffenberg, di servizio in Nord Africa, rimane ferito gravemente ed abbandona il fronte. Di ritorno a Berlino la sfida più importante della sua esistenza è lì ad aspettarlo: prenderà infatti parte, diventandone ben presto il perno, ad un attentato alla vita del cancelliere tedesco.
“Mi trovo circondato da uomini che non vogliono, o non sono capaci, di affrontare la realtà: Hitler non è solo il peggior nemico del mondo intero, ma il peggior nemico della Germania”.
Da sempre la massa dell’opinione pubblica internazionale si è chiesta come avesse fatto la popolazione tedesca a sopportare Hitler e la sua nefasta dittatura che ha fatto sì che la Germania si inimicasse il mondo intero. Come avesse fatto un popolo intero a permettere tutto questo. “Operazione Valchiria” è lì per dire che questo in realtà non successe mai, che in primis gli alti ranghi dell’esercito covavano malumori mai realmente soffocati.
La storia di uno dei tanti attentati che il Fuhrer subì è qui riportata con modesta solerzia storica, ma con una buona conduzione generale della pellicola. Il Bryan Singer che firmò, prima di crogiolarsi nelle rendite ultramilionarie come regista di cinefumetti Marvel con “X-Men”, quel “I soliti sospetti” che ha lasciato un ottimo ricordo in tutti quelli che, dal 1995 ad oggi, lo hanno visto, evidenzia oggi una regia salda e matura, sviscerando all’interno di un impianto classico la discesa-ascesa-discesa di un personaggio dal forte tasso di eroismo. Classicismo ed eroismo allora saranno i vessilli di un film che trova nel solito Tom Cruise, carismatico ma mai del tutto convincente, un personaggio in fin dei conti mal investigato, semplicemente messo lì a fare ciò che deve, senza troppe indagini introspettive a renderlo vicino allo spettatore o a rendere lo spettatore stesso partecipe della parabola narrativa che viene intrapresa. Il complotto, l’attentato, la fugace gloria, il baratro.
Il limite sta nell’eccessivo inscatolamento predefinito d’ogni personaggio, pedina di un thriller comunque dotato d’impatto, ma assolutamente anemico dal lato della verve stilistica e della ricerca cinematografica. Il classicismo formale e narrativo lo si sarebbe potuto, anzi dovuto, metter al servizio di un canovaccio meglio strutturato.
Le sequenze concitate dell’attentato godono di un gran piglio sul grande schermo, ma sembrano essere uno dei pochi picchi, soprattutto perché un pressoché impalpabile approfondimento delle motivazioni e del substrato culturale da cui prendeva linfa il movimento finisce per dare la sensazione di star davanti a un’azione cinematografica avventata e d’intrattenimento, perlopiù nei confronti di un Hitler qui quantomai tipicizzato e macchiettistico. Anche allora il semplificato ‘platonico’ duello personale tra von Stauffenberg e il Fuhrer perde di tutta quella veemenza drammaturgica che avrebbe meritato.
A conti fatti ci si trova davanti ad un’opera che porta con sé un esclusivo valore d’intrattenimento di stampo classico, distorcendo anche la storia che vorrebbe raccontare e portare alla massa, restando nel limbo dei film riusciti a metà su cui però ci si sarebbero potuti spendere sforzi, soprattutto nella sceneggiatura, meglio mirati. Una visione è consigliata,lo schermo attaccherà il pubblico alla poltrona, in attesa di conoscere il finale, ma di certo tutto cadrà ben presto nel dimenticatoio.
VOTO 61/100

martedì 27 gennaio 2009

Intervista al regista e al cast di Italians


Giovanni Veronesi torna al cinema, lascia i patemi d’amore e i viaggi chiarificatori post-maturità per puntare il suo obiettivo su tutti quegli italiani che, per motivi personali o per lavoro, vivono o si trovano temporaneamente all’estero. Proprio fuori dai confini diamo contemporaneamente il nostro meglio e il nostro peggio, croce e delizia dell’italianità. Il regista toscano ce li racconta così: “Nel film ci sono 4 tipologie completamente diverse di italiani all’estero, abbiamo scelto quelle che potevano risultare più divertenti pur essendo sostanzialmente persone normali. In realtà penso anche di esser stato troppo buono, in alcuni casi la condizione degli italiani all’estero è a dir poco stravagante, particolarmente di quelli che si trovano in Russia, che noi raccontiamo nel secondo episodio”.
C’è comunque stato un cambiamento nelle motivazioni che spingono gli italiani ad emigrare, soprattutto perché nel dopoguerra si cercava una situazione sostenibile dove lavorare e magari fare anche fortuna: “Gli italiani che adesso vanno all’estero – dice Veronesi – sono di ceto sociale decisamente più alto, e più che altro cercano buoni affari. Hanno però una caratteristica comune che ci accomuna da sempre: l’italiano all’estero da sempre si porta con sé un grado d’italianità molto più alto rispetto alle altre nazionalità. Nel film appare una frase pubblicata sul New York Times: ‘Gli italiani sono il popolo che suona di più al metal detector’, e penso che la nostra italianità è talmente forte e caratterizzante che suoneremmo sotto il metal detector anche nudi. Poi noi sappiamo adattarci meglio, e ci facciamo sempre riconoscere, questo è vero, ma non solo per l’essere caciaroni, anche perché abbiamo sempre un’umanità e una positività che viene sempre e comunque apprezzata”.


La pensa così anche Riccardo Scamarcio: “Credo davvero che in Italia ci sia una sorta di umanità che viene sempre fuori. Ad esempio basta andare in America e vedere quanta violenza c’è, se solo si pensa alla polizia statunitense la nostra polizia e i carabinieri ci fanno simpatia. L’umanità è la nostra migliore qualità, tutto il resto è un casino, qui nessuno rispetta le regole e il più delle volte fa come gli pare”.
Interprete del film anche Ksenia Rappoport, che fa uno strano confronto tra italiani e russi: “I nostri popoli trovo abbiano davvero molto in comune, soprattutto quando vanno all’estero. I russi quando sono fuori sono incredibilmente impacciati, non parlano una parola d’inglese e fanno casino. Da noi in Russia gli uomini italiani sono sinonimo di amore, passione e sole, li vediamo così”.


Sembra proprio che tutti abbiano una precisa e propria idea sugli italiani all’estero, anche Carlo Verdone ce la racconta: “Gli italiani che lavorano e vivono all’estero sono la parte migliore del nostro Paese. Io ho avuto molte occasioni per confrontarmi con questa gente, e mi sono accorto che qualsiasi lavoro facciano portano un carica e un bagaglio di genialità che altri non hanno. Genialità che possono ben confluire, cosa che non succede qui, anche grazie al rispetto e all’osservanza delle regole e ai mezzi di cui dispongono altre società straniere. Se questo accadesse anche in Italia, se ci fosse un minimo di rispetto per le regole in più tutto potrebbe girare per il verso giusto”.
Verdone, aderendo maggiormente ad “Italians”, racconta l’esperienza con Veronesi, unico regista, a parte naturalmente sé stesso, da cui da un po’ di anni si fa dirigere: “Giovanni è un mio amico anche nella vita privata, e dopo aver fatto i due manuali d’amore ho pensato che non ci potesse essere due senza tre. Ho quindi accettato il ruolo volentieri, anche perché ogni tanto mi fa bene fermarmi e far anche l’attore senza far l’autore. Veronesi poi ormai capisce e conosce i miei tempi, riesce a dare spazio ai miei tic e alle mie caratteristiche. Gli ho chiesto di mettere in imbarazzo il mio personaggio spesso, infatti quando sono in imbarazzo riesco a dare il mio meglio. Poi nel film da una prima parte in cui sono impacciato ed imbranato, passo ad una temperatura meno comica e più poetica, scoprendo nella casa-famiglia quei valori meno effimeri che forse cercavo veramente”.


Anche Sergio Castellitto fa parte felicemente del cast di “Italians”, misurandosi con la commedia, come poche volte gli era successo in carriera: “Io sono uno che frequenta poco la commedia. Già feci “Silenzio si nasce” con Giovanni in compagnia di Paolo Rossi, ed avevo un bel ricordo, poi sono stato battezzato al genere proprio da Carlo in “Stasera a casa di Alice” a fianco di Ornella Muti, perciò mi allettava l’idea di tornarci su. Essendo anche io regista quando lavoro per altri sono molto obbediente, un ospite gentile ed educato nel mondo dell’altro regista. Per Veronesi gli attori sono gli effetti speciali dei suoi film, e ovviamente contribuiscono di loro alla storia e alla sceneggiatura, ad esempio nel nostro episodio nel piccolo dialogo sul mutuo, che trovo di una forza incredibile, ho collaborato alla scrittura”.
L’attore romano confida di aspettare ansioso la reazione del pubblico meno navigato: “Sono davvero molto curioso di vedere la reazione dei ragazzi giovani. Questo è un film che cerca di portare un’analisi abbastanza approfondita sulla natura e l’essenza del nostro essere, inserendo questi elementi riflessivi all’interno di una commedia. D’altronde se guarderai alla commedia potrai sempre trovare un’analisi sociologica di fondo, invece guardando alla sociologia difficilmente ci troverai della commedia”.
All’interno di “Italians” c’è un elemento, per alcuni disturbante, per altri riuscito, che si emancipa completamente dalla produzione di genere: il personaggio di Dario Bandiera muore, Veronesi ce lo spiega: “Questa volta sono voluto andare un po’ oltre, inserendo la morte di Bandiera. Volevo vedere se il pubblico continuava a seguirmi, perché inserire un elemento del genere in un film di questo tipo non è assolutamente facile da digerire. Infatti la prima sensazione è quella di aspettarsi che il personaggio rispunti fuori da qualche parte, o che non sia lui l’assassinato. Lo spettatore poi se ne capacita, il film cambia completamente, e si è portati a ricercare un senso di quiete e pace, che parzialmente si ritrova nella parte finale del film e nella casa famiglia”.
Il presidente Filmauro Aurelio De Laurentiis, spiazzando anche lo stesso Veronesi che aveva appena detto: “Il prossimo che farò non sarà un film ad episodi, ma non voglio dirvi altro…”, ha annunciato che è di prossima produzione la nuova fatica del regista toscano: “genitori e Figli – Istruzioni per l’uso”.

Tommaso Ranchino

Recensione di Italians


Si apre con “Tarareando” dell’Orchestra di Piazza Vittorio l’ultimo di Veronesi, degli stranieri che fanno musica in Italia dischiudono così quelle folkloristiche danze che gli italiani che si trovano in terra straniera sembrano saper cadenzare come nessun altro popolo.
Due episodi raccontano un’italianità da esportazione, soprattutto cafona, ma anche misercordistica, godereccia prima, umanitaria poi. Quattro le facce da italiano che il regista plasma, trasforma, umanizza. Facce da Scamarcio, da Castellitto, da Verdone, da Bandiera, prodotti diversi di un cinema invece davvero poco esportabile, che si riferisce, Veronesi è garanzia in tal senso, ad un innalzamento esponenziale delle cariche emozionali di avvenimenti in realtà di poco conto. Una poetica alla quale il regista ci ha iniziato con i due manuali per innamorati scemi, e che sembra coltivare anche in questo “Italians”, arricchendola dell’interessante idea di metterci tutti un po’ in discussione, in una sorta di simil“Sorpasso” nel primo episodio, che scatena una riflessione on the road tutta all’italiana. Un cinema attaccato ad una filosofia becera, delle pisciate chiarificatrici nel deserto e del sex tourism che tanti connazionali sembrano apprezzare, che però perde aderenza quando si vuole mostrare romanzo di formazione, sfornando in un tripudio iperglicemico di buonismo due finali così così, uno pessimo per il vero. A quel punto meglio ancora sarebbe stato continuare la strada intrapresa, scandagliando più a fondo la nostra fissazione per le donne leggere e straniere, per il soldo facile che spesso cerchiamo all’estero, occultando la parte sin troppo umanizzata che distrae e confonde le idee, completando un ritratto a quel punto sì manierato e sin troppo vincolato alla drammaturgia del cinema spicciolo.


Il Verdone sempre impasticcato ed ipernevrotico dei film di Veronesi torna, dopo prove agrodolci, a far ridere di gusto; pur se ingabbiato in un personaggio scritto malino, l’attore romano si ispira alla commedia all’italiana, cosa che difficilmente in un passato fatto di macchiette e manierismo aveva provato a fare, riproponendosi in una veste che, lui assicura, sarà quella definitiva d’ora in poi. Dopo aver lasciato il proprio testamento artistico in “Grande, grosso e Verdone” si rimette in pista puntando sull’esperienza e la conoscenza che la maturità gli ha donato, ed è un godimento la scena che regala nel secondo episodio.
Di contro poco graffiante la prova di un immenso interprete quale Sergio Castellitto, che evidenzia, e conferma, scarsa propensione genetica per lo scorrimento comico di film del genere, risultando sempre forzato quando cerca il sorriso del pubblico, ed invece incredibilmente bravo e magnetico quando ne cerca la riflessione o la reazione emotiva. Di suo Scamarcio fa lo Scamarcio, forse ancor meno ispirato del solito, che sfoggia ahinoi un imbarazzante accento romano, e Bandiera conferma una potenzialità d’istrione ancora poco indagata e spremuta a dovere dall’industria dello showbiz nostrano.


Comunque va dato atto a Veronesi, e ad “Italians”, di metter in circolo un cinema a metà tra la boiata commerciale e la commedia impegnata, pendendo meritevolmente più per la seconda, almeno nelle intenzioni, restituendo solo parzialmente quella dignità che il genere ha conosciuto tempo fa. La strada da fare è tanta, ma pare che la buona volontà, sotto tanti aspetti, ci sia.

VOTO 55/100
Tommaso Ranchino

martedì 20 gennaio 2009

Recensione di Imago mortis


Bruno studia regia alla Murnau, una scuola internazionale di cinema del torinese, e la sua vita viene tormentata da una serie di visioni raccapriccianti e lugubri, in coincidenza col momento in cui riuscirà ad ottenere il lavoretto di custode dell’archivio cinematografico della scuola per pagarsi la retta. Tra l’incredulità e lo scetticismo di chi lo circonda riporterà a galla avvenimenti oscuri, ed oscurati, di anni prima, legati agli esperimenti del pazzoide Fumagalli. Scienziato del 1600 che era riuscito, attraverso il tanatoscopio, una sorta d’elmetto omicida alla “Saw”, a ricavare dai bulbi oculari l’utima immagine registrata dalla vittima dell’orpello infernale. Tutto questo anni prima dell’apparizione della fotografia.


Anche in Italia scocca l’ora della rivalutazione e rivisitazione del genere horror. L’effetto traino scatenato dalla florida rinascita iberica, capitanata da Amenàbar, Balaguerò, Del Toro e l’ultimo Bayona di “El orfanato”, trova il suo corrispondente nell’ultimo lavoro di Stefano Benussi. Si parte da dove si era terminato, si potrebbe dire così. Uno degli ultimi registi cimentatosi con successo nell’esercizio del genere è stato Pupi Avati, ritornato a metter paura anche col recente “Il nascondiglio”, e Benussi proprio di Avati è stato aiuto dal ’98 al 2001.
Accantonato il contesto ed il momento favorevole a livello europeo, “Imago mortis” non riesce di fatto a rilanciare un genere, qui, in disuso, anzi. Paralizzato da un’inspiegabile voglia di ‘internazionalità’, che porta a coinvolgere personaggi inquietanti, quali Geraldine, figlia di Charlotte, Chaplin e figlia, il film si appoggia su di un’idea interessante, quella di volersi addentrare nell’ossessione della razza umana di voler spasmodicamente fermare il tempo attraverso le immagini istantanee, assurgendo l’ultima immagine impressa sulla retina prima della morte ad esempio metaforicamente coinvolgente di vita, morte e tempo. Ma l’idea non trova respiro in quest’opera sconclusionata ed a tratti persino farraginosa.


La capacità di portare a termine un horror, o qualcosa che gli somigli assai, non la si acquisisce da un giorno all’altro, ed evidentemente in Italia non siamo ancora pronti, o almeno Benussi e compagnia ancora non lo sono. La regia si rivela ben presto invadente, facendo scelte visive radicali, quali l’epifania continua dello spettro sottolineata violentemente da un’invadente colonna sonora, eliminando luce in maniera del tutto arbitraria. Ogni stanza (impeccabilmente e per niente plausibilmente impolverata e stravecchia), antro o corridoio della scuola di cinema è illuminato al massimo da una lampadina, e chi guarda ha la sensazione di un ambiente davvero troppo forzatamente distorto. Forzatura che culmina, e dà il colpo di grazia a tutta la credibilità di “Imago mortis”, nella costruzione dei personaggi. Manierati ed insopportabilmente pilotati, anche nella recitazione, maschere quali quella della contessa proprietaria della scuola, inquietantemente spettrale, quella del direttore della fotografia che, impazzito, ha deciso saggiamente di vivere rinchiuso in una stanza della fatiscente struttura della Murnau, il preside-professore, regista attempato che vive l’immortalare immagini in modo ossessivo e compulsivo. Insomma una carrellata di macchiette improbabili, che trascinano pian piano il film verso la propria involontaria, tuttavia la migliore, natura grottesca.


“The orphanage” è qui lontano anni luce, la coerenza, in primis stilistica ed in secundis narrativa, viene disattesa, a favore della facile veemenza visionaria di una commistione continua di elementi paranormali e simbolismi pregni di futili metafore. Passato/presente. Sogno/realtà. Vita/morte. Tutti dualismi che vengono snocciolati a raffica, in uno svolgersi che ridurrà in maniera didascalica tutte le premesse ad una semplice ricerca del colpevole, dell’aguzzino, del carnefice invasato dall’arte e dall’ossessione per l’immagine eterna, cinematografica o fotografica che sia.
Resta comunque un bene aver cercato di riportare in voga il genere in Italia, speriamo che qualcuno, di meglio ispirato, colga il segnale e s’impegni a ricostruire una tradizione che da Argento, Bava (entrambi) e appunto Avati non ha più regalato un sano brivido all’italiana al pubblico, non solo connazionale.

VOTO 45/100
Tommaso Ranchino

domenica 18 gennaio 2009

Intervista al regista e al cast di Imago mortis


“Imago mortis” tenta di rinverdire la produzione di film di genere in Italia, soprattutto in relazione all’onda d’urto del fenomeno spagnolo, e a tal proposito il co-sceneggiatore della pellicola Luis Berdejo è proprio colui che scrisse, assieme a Balaguerò, lo script di “Rec”.


Il regista Stefano Bessoni ci racconta il suo rapporto con l’horror: “La mia scelta nasce dalla mia inesauribile passione per il genere, che fu proprio quella che mi spinse ad intraprendere la carriera nel cinema. Sin dall’inizio ho voluto affrontare questo genere, pur rendendomi conto delle difficoltà che ci sono in Italia nella produzione di opere gotiche ed horror. Fortunatamente dopo una collaborazione di due anni con la Pixstar siamo finalmente riusciti a fare il film che volevamo fare”.
La realizzazione del film, tra riferimenti e passaggi di testimone, ha nascosto più di un’insidia, soprattutto in fase di scrittura: “Aldilà del lavoro finale con la Pixstar- dice Bessoni - la gestazione di Imago mortis è stata lunghissima, durata parecchi anni, in cui si sono avvicendati innumerevoli sceneggiatori, ci sono state circa 30-35 riscritture. Quella definitiva, che arriva al cinema, è quella mia e di Luis Berdejo, per l’appunto. Il riferimento al cinema tedesco espressionista è stato un passaggio obbligato per me, così come lo è per tutti quelli che approcciano l’horror. Poi ovviamente la scena attuale spagnola, tra Balaguerò ed Amenabar, ed uno sguardo al cinema nazionale di genere di cui, pur non citando direttamente, mi porto qualcosa visceralmente dentro. Voglio creare un genere come accaduto in Spagna ed in Francia”.


Nel film sono presenti due donne, eredi di un nome a dir poco oneroso, Gerladine Chaplin, già vista proprio in “The orphanage”, e sua figlia Oona. La ragazza, che vive a Londra, racconta l’esperienza sul set con la madre: “E’ la seconda volta che lavoro con mia madre, mentre la prima fu una cosa voluta, che abbiamo scelto e portato avanti insieme, questa volta, credetemi, è stato tutto figlio di un puro caso. Stefano è arrivato a me attraverso un agente di Londra. Qualche giorno più tardi, parlando al telefono con mia madre le stavo raccontando che avrei dovuto girare un film a Torino, e abbiamo scoperto di essere entrambe nel cast dello stesso film. La cosa più assurda è che Stefano inizialmente non sapeva nemmeno che eravamo parenti, tantomeno madre e figlia”.


Il protagonista maschile è il giovane spagnolo Alberto Amarilla, che racconta il momento spagnolo così: “Trovo che Spagna e Italia siano cugini di primo grado, ci sono infinite affinità tra i nostri due paesi. Oggi la Spagna sta vivendo un vero e proprio risorgimento: dal cinema per l’appunto, per arrivare sino allo sport, stessa cosa che, soprattutto parlando di cinema, l’Italia ha passato anni fa. E spero davvero che in Italia possa accadere oggi lo stesso che accade da noi, soprattutto perché durante le riprese ho potuto confrontarmi con un cast tecnico dotato di un talento cinematografico davvero fuori dal comune”.

Tommaso Ranchino

lunedì 12 gennaio 2009

Recensione di Ti amerò sempre


Il romanziere francese Philippe Claudel, penna apprezzata soprattutto in patria, si cimenta per la prima volta dietro la macchina da presa e, per la verità, riesce finalmente a dare pieno sfogo ad una passione che coltiva dagli anni del liceo. Naturalmente scritto da lui, “Ti amerò per sempre” inquadra la propria attenzione sulla conformazione del rapporto tra due sorelle: Lèa, donna dall’incredibile fragilità che mal si concilia con la propria innata voglia di vivere, e Juliette, la maggiore, appena tornata in libertà dopo aver scontato 15 anni per l’omicidio del proprio figlio. L’incontro fra le due, allontanatesi dopo la condanna, e forse anche prima, riesumerà emozioni e percezioni, legate soprattutto al crimine di Juliette, che porgeranno momenti di instabile intensità, mai eccessivamente energica comunque, allo spettatore. L’amore, quello misterioso ed enigmatico fra sorelle, quello viscerale e in qualche caso anche distruttivo di una madre per il proprio figlio, sono, qui, gli elementi facili di una storia come tante. Storia che in ogni caso avrebbe potuto generare due ore di gran film, asciugando qui e lì, smontando le troppe barriere socio-culturali che “Ti amerò per sempre” propone, adoperando modelli di decodifica ben più scarni ma efficaci.
Gli spettatori invece si ritrovano sbatacchiati all’interno di un ambiente intellettualoide, con evidenti puzze varie sotto al naso, dove, tra figli vietnamiti adottati (l’adozione è un tema qui sviscerato con una superficialità pressoché sconcertante) e spossanti dibattiti pregni di citazioni autoreferenziali, l’antipatia già fenomenale dei francesi diventerà praticamente leggendaria, addirittura nel film un personaggio ammette di esser dovuto scappare da Parigi perché vi erano troppo parigini, e forse Nancy non è stata la scelta più oculata in quest’ottica.
Un contorno che, al contrario, meglio si sarebbe sposato con la struttura di un’opera narrativa. In poche parole un romanzo per lo schermo, le pagine si evolvono in fotogrammi, distorcendone la qualità prìncipe, dove i personaggi non possiedono alcun vantaggio rispetto ai ‘videolettori’, ed anche in questo Claudel palesa la propria spiccata sensibilità da autore di romanzi, scavandosi la propria fossa cinematografica. Tempistiche di un libro, perlopiù descritte aggrappandosi ai particolari, alle piccolezze, che ci portano immagini di un cinema lento e spoglio d’impeto patetico.
Complessivamente nulla qui è troppo male, pulite le interpretazioni, addirittura eccezionale Kristin Scott Thomas, che si porta a casa anche l’EFA come migliore attrice protagonista, una sceneggiatura senza particolari picchi o cadute, che oggi è già qualcosa, ma la totalità rimane comunque priva di un quid cinematografico che ce la possa rendere indelebile, o quantomeno lodabile. Tutto insieme non funziona.
Che non ci si potesse aspettare granché da un esordio lo si immaginava a priori, ma Claudel evidenzia anche una modesta padronanza del mezzo, esibendo una regia didascalica e piatta, che, di suo, non aggiunge nulla. Si vuole sobbarcare l’onere di scrivere un libro di celluloide, dimenticandosi della varietà dello strumento con cui si sta relazionando. Il cinema vive di innumerevoli aspetti che la composizione di uno scritto non prevedono. Claudel non se n’è accorto, o non è riuscito a seguire tutte le fasi (scrittura, prepoduzione, riprese, montaggio, postproduzione, rifinitura) come avrebbe dovuto. Tutto qui.
In sintesi un film senza sprint, senza un proprio stile ben definito, che s’inserisce con poco entusiasmo nel filone autoriale francese, in un marasma ormai davvero grigio, sbiadito, per riscattarsi esclusivamente in un finale che restituisce un minimo di senso filmico al lavoro.

VOTO 51/100
Tommaso Ranchino

giovedì 1 gennaio 2009

Recensione film: Ultimatum alla terra


Una sfera mastodontica è atterrata a Manhattan, Central Park. Il mondo è atterrito, il Presidente Usa se l’è già data a gambe e Klatuu, ambasciatore alieno, è uscito allo scoperto per avvertire il genere umano che la Terra non gli appartiene, visto l’animo distruttivo della nostra specie.
Il remake di “Ultimatum alla Terra” arriva al cinema, a 57 primavere di distanza dall’originale firmato Robert Wise, cineasta sperimentatore che ha attraversato innumerevoli generi (“Elena di Troia”, “West Side Story”, “Tutti insieme appassionatamente”, “Star Trek”). La mano contemporanea dell’inesperto Scott Derrickson (“The exorcism of Emily Rose”, “Hellraiser V”) connota l’intenzione del film su di un altro strato, se nel ’51 il messaggio pacifista insigniva il valore dell’opera, oggi la vena scolasticamente ambientalista di questo ennesimo remake, isterica tendenza hollywoodiana che sta prendendo sempre più, ne tarpa le ali e le facoltà narrative. Nella realizzazione formale poi questa natura di mezzosangue trova il suo solare esibirsi: alla fotografia ed agli approcci cromatici dal gusto retrò che si lasciano intravedere qui e lì non viene dato il giusto spazio, ripiegando sulla scialuppa di salvataggio, nonostante effetti speciali ben gestiti, di una formalità meticcia, tra il b-movie falsamente ricreato e il distaster movie d’oggi.
In uno scorrere affrettato, a tratti televisivo, la pellicola molesta la visione con la assoluta decostruzione di personaggi manierati e scribacchiati. Il cast inabissa assieme alle proprie maschere, il solo Keanu Reeves sguazza in un ruolo che ben gli si cuce. La sua inespressività viscerale, che si porta dietro dagli esordi, trova un completo adempimento nella disgregazione emotiva di un personaggio alieno. Il completo firmato e la pelle grigiastra fanno il resto.
Il sorvolare sbrigativo del film poco riporta alla forza che avrebbe meritato la sensazione claustrofobica di un’isteria di massa, egregiamente vista in “E venne il giorno”, un contorno onnipresente che a giochi fatti risulta il fulcro delle intenzioni di sceneggiatura e girato. Tendenzialmente “Ultimatum alla Terra” decide di non sporcarsi le mani, di fare un passo indietro, di riportare un genere in recessione come la sci-fi ad una risoluzione semplicistica e scevra di complessità. Un buco nell’acqua per la cinematografia odierna, che con le ottime prove di Shyamalan e di Danny Boyle (“Sunshine”) ha nel suo arco le frecce giuste per ricominciare a centrare il bersaglio nel largo bacino di fan, disillusi, della fantascienza.
Il singolare nucleo famigliare composto da Jennifer Connelly e Jaden (figlio di Willie) Smith si specchia falso e distorto in una mendace riproposizione di un’integrazione condivisa, oppure è semplicemente un raggiro mediatico imposto dal babbo alla Fox in una clausolina di chissàquale faraonico contratto. Fatto sta che è un ulteriore elemento minante, manifesto di uno sconclusionato lavoro di preproduzione.
“Ultimatum alla Terra” non merita una visione, godendosi qualche buon risultato visivo non si giustifica una completa disattenzione nei confronti della storia, a tratti mortalmente tediosa, a tratti nauseatamente già vista. Peccato per un genere nobile, che meriterebbe un rispetto reverenziale capace di bloccare velleità produttive come questa.

VOTO 45/100
Tommaso Ranchino

giovedì 25 dicembre 2008

Recensione di The Spirit


Basato sulla graphic novel di Will Eisner che quando uscì, parliamo del lontano 1940, disse fortemente la sua su ciò che sarebbe venuto dopo, “The Spirit” è il primo film personalmente diretto da Frank Miller, reduce dalla stretta ed ottima collaborazione con Robert Rodriguez per “Sin City”. Ed è proprio da lì che si parte, dall’esperienza che Miller ha avuto sul set con Rodriguez, dove ha capito che avrebbe potuto disegnare i propri film, girare le scene sul green screen, e poi unire il materiale girato alle proprie illustrazioni.
In questi anni, proprio grazie a Miller, ci troviamo di fronte ad una commistione, cinema e fumetto, che verrà ricordata come una delle più fruttuose mai strette tra due arti visive. Prodotti che difficilmente possono essere definiti film, o semplice animazione, qualcosa che prende dal mondo del cinema la cinetica e la dinamicità che un foglio non potrà mai avere, ma che strappa dalle pagine di Miller, o meglio dalla versione milleriana del lavoro di Eisner, quella incredibile creatività cromatico-stilistica a cui un regista canonico non potrebbe mai aspirare. Qui il merito infinito del talento di Miller, un talento così prepotente da portarlo ad eccellere in campi così complessi e diversificati quali il disegno, la scrittura e una schizzata ossessione per i personaggi, tanto per dirne una la striscia di Batman “The Dark Knight” che ha fatto la fortuna del cinefumetto, definizione per la verità strettina in questo caso, meglio riuscito di tutti tempi porta la sua eccellente firma.
Certo la conduzione di un film è altra cosa, “The Spirit” sembra rubare troppo a “Sin City”, distorcendo la natura più pop, alla “Watchmen” diciamo, del lavoro di Eisner. Ed allora l’impatto visivo, che in assoluto è ottimo, poco e male si amalgama con la storia dell’ex poliziotto innamorato della sua città. E più in generale tutto risulta troppo frazionato, riducendosi ad un insieme di siparietti, singolarmente riusciti, ma che uno appresso all’altro lasciano tante perplessità.
Il fiore all’occhiello del primogenito di Frank Miller è l’ironia che lo attraversa in lungo e in largo, il cupo noir di “Sin City” è qui dolce e demenziale, il ‘villain’ Octopus (Samuel L. Jackson), alter ego maligno del protagonista inscenato dal poco carismatico Gabriel Macht, attira le benevolenze dei lettori/spettatori nella sua spasmodica delirante ricerca del superuomo, passando goduriosamente per i travestimenti nazisti che ricordano più il naziporno “La bestia in calore” che “Schindler’s list”. Un teatro dell’assurdo, quello di Samuel L. Jackson, sarcastico e parodico, dotato di una vivace cromaticità che avremmo voluto vedere lungo tutta la pellicola. Splendida anche la Send Saref di Eva Mendes, esplosa più che mai in tutto il suo intrigante fascino, donna che preferisce, e di gran lunga, i diamanti alla vita vera, gli amori d’interesse a quello vero. E proprio sugli amori e sui continui colpi di fulmine del protagonista la novel si riderà addosso più volte, facendoci rider di gusto anche a noi per la verità.
Un risultato agrodolce, che pende comunque verso una promozione con riserve, che risente in malomodo dell’onda lunga del riuscito “Sin City”, scimmiottandolo eccessivamente, invece di coglierne gli elementi che avrebbero potuto essere utili a rendere al meglio il messaggio di Will Eisner, dove la città è l’unico vero amore del protagonista, su cui tra l’altro ci si sarebbe potuti scervellare di più in fase di casting. Qui invece quella che dovrebbe essere un’immaginaria New York, altro grande amore, assieme alle donne, di Frank Miller, fa solo da sfondo e da musa dei deliranti monologhi narranti del suo ‘spirito’ di superomino, altra fotocopia di “Sin City”.

VOTO 58/100
Tommaso Ranchino

lunedì 22 dicembre 2008

Recensione film: Lissy - Principessa alla riscossa


Era il 2007 quando l’acuto Michael Bully Herbig regalò al pubblico tedesco “Lissi und der wilde Kaiser”, un cartoon digitale che, partendo dai lavori Dreamworks e arrivando anche a prendersene gioco, si poggiava sulla forte caratterizzazione del suo creatore, che ha prestato volto e voce alla protagonista femminile. Una pellicola per adulti, pregna di una valenza locale nel suo humour che le ha consentito di comandare la bundesliga del box office a lungo.
Qui in Italia il discorso è diverso. Michael Herbig non è uno degli showman più seguiti ed amati, anzi è un perfetto sconosciuto. Una comicità che si prende gioco delle fissazioni e delle caratteristiche grottesche di alcuni tedeschi avrebbe trovato una naturale indifferenza nel nostro panorama culturale. Ed allora la Moviemax, che distribuisce il film, ha deciso di ritoccare profondamente la natura dell’opera, edulcorandone i toni, riscrivendo per intero battute e doppi sensi inadattabili. Quello che ci arriva è un cartoon in pieno stile Dreamworks, con la piacevole aggiunta di una comicità a sfondo sessuale che nei prodotti d’oltreoceano non si vede mai, viste le storture conservatrici che caratterizzano lo stomaco degli Stati Uniti.
Un prodotto che rubacchia alle opere che hanno segnato il genere: lo Yeti che, in una sorta di singolare par condicio, si colloca perfettamente a metà tra il Sully di “Monsters & co.” e Shrek, la vena parodica di prodotti quali lo stesso “Shrek”, “Cenerentola e gli 007 nani” e “Cappuccetto Rosso e gli Insoliti Sospetti”.
Il vizio della rivisitazione italiana è proprio quello di prendersi troppe libertà nei confronti dell’originale, ci si trova sovente di fronte ad un esito che sa di rimpastato e disarmonico. La voglia di accontentare tutti, bimbi e genitori, finisce per disilludere entrambi: né il pubblico più giovane potrà godere di una sintonia con i personaggi e con la storia, né gli adulti potranno ridere di gusto come avrebbero potuto. Si è voluta imboccare una strada cerchiobottista, forse per non perdere le potenzialità di un prodotto d’animazione dalle spiccate qualità tecniche, nulla a che invidiare ai lavori Pixar, che verrà lanciato appena dopo le feste, facendo leva sulle nostalgie delle incantevoli atmosfere natalizie appena nate e già finite.
“Lissy – Principessa alla riscossa” resta comunque qualcosa di nuovo, nella sua accezione originaria, e un prodotto che arriva invece in immenso ritardo rispetto ai modelli statunitensi, meritandosi comunque una visione per un paio di trovate particolarmente riuscite.
VOTO 50/100