lunedì 26 ottobre 2009

Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo (The Imaginarium of Dr. Parnassus)

Il 4° Festival di Roma ha vissuto una delle esperienze certamente più attese e di maggior richiamo con la proiezione all'Auditorium dell'ultimo film di Terry Gilliam "The imaginarium of Doctor Parnassus". Un progetto segnato da grandi ambizioni e da un'attenzione ovviamente ampilificata a dismisura dalla morte di Heath Ledger.


Gilliam fa scelte coraggiose, forse incaute, per tutto il film. Un'esaltazione quasi religiosa del colore accecante e del kitsch più assurdo che dietro lo specchio magico del Dr. Parnassus prendono forme viste raramente prima. Un esercizio megalomane alla ricerca dell'immagine surreale perfetta, un mondo interposto a quello che tutti conosciamo, dove gli avventori dell'Imaginarium rifocillano le loro anime oppresse e danno sfogo, ognuno a modo suo, a sogni e incubi, sempre costretti a scegliere tra diavolo e acqua santa. Anche Gilliam entra nell'Imaginarium, e perde subito il controllo del materiale che ha in mano. Esalta i propri pregi, evidenziando al contempo i difetti.

La sua inclinazione innata nel provocare l'immaginazione dello spettatore, gettandolo in pasto a elucubrazioni quasi infantili, tocca qui l'apice. E allora il film sarà un viaggio all'interno di storie assurde, immortali, sempre interrotte dall'inizio di un'altra più avvincente, di personaggi rubati qua e là alle favole, alla tragedia, alla mitologia (Faust su tutti) e al cinema di genere.

E proprio qui viene fuori il Gilliam che non sa controllarsi, quello che non riesce a domare nemmeno il mondo che è al di qua dello specchio magico. Il regista, allucinato anch'egli da un progetto forse scappatogli presto dalle mani, non sa rendersi conto che per continuare a stuzzicare la fantasia degli spettatori bisogna far credere loro che vi sia ancora un sottile cordone ombelicale che tiene la storia, o almeno i personaggi, attaccati ad una parvenza di realtà che rende il tutto davvero magico e senza tempo, evitando di porgere il fianco ad una punta d'irritabilità che qualcuno potrebbe palesare in più di due ore di deliri.

Bisognava asciugare, sfoltire tutto il 'troppo' gilliamiano, e ce n'è davvero tanto, rinvigorendo così le ottime idee da cui si era partiti. Dall'omaggio metaforico su cui poggia tutto fatto all'arte, che altro non è che il mondo dietro lo specchio, la porta per noi tutti verso una piacevole deriva dove tutto è lecito, per arrivare conseguentemente alla mitologica figura dell'artista che non riesce mai a godere appieno del proprio talento.

La prematura scomparsa di Ledger non ha certamente aiutato la compatteza della pellicola, che in mezzo a tutto quel frastuono propone anche la trasfigurazione del personaggio di Tony che, aldilà dello specchio, prenderà i volti del solito Johnny Depp, di un Jude Law assolutamente fuori ruolo e di un buon Colin Farrell. Nonostante la scaltrezza di chi ha preso questa decisione, assolutamente plausibile analizzando la storia, cresce proprio in questo suo ultimo film il rammarico, cinefilo più che misericordistico, per la scomparsa di Ledger, qui magnetico e camaleontico come avremmo voluto rivederlo altre volte.

Se è vero che il troppo stroppia, comunque è innegabile che gli eccessi destano anche grandi curiosità, e questo è quello che merita il film di Gilliam, tanta sana curiosità ed ammirazione, con la lucida consapevolezza che si sarebbe potuto fare di meglio semplicemente aggiustando il tiro in un paio di scelte.

VOTO 58/100


Terry Gilliam ricorda Heath Ledger


Il genio ex Monty Phyton sbarca al Festival di Roma per presentare "The imaginarium of Dr. Parnassus", ultimo film interpretato dallo scomparso Heath LedgerDifficile soffermarsi su un film, anche se dell'importanza di "The imaginarium of Dr. Parnassus", quando questo porta con sé la struggente testimonianza di una vita, e una carriera, interrotte bruscamente. Ed infatti l'incontro con Gilliam torna spesso, quasi sempre, al ricordo dell'attore americano. "Per me era un attore, un uomo e un amico straodinario. Pieno di vita e di humour, dotato anche di un pizzico di sarcasmo, e poi una cosa che mi impressionava di lui era la saggezza che portava con sé. Ho sempre pensato che nelle sue vene scorresse sangue aborigeno, aveva 247 anni quando è morto".Nella pellicola le scene che Ledger non è riuscito ad intepretare sono state affidate a Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell, tre illustri amici di Heath: "Johnny, Jude, Colin hanno voluto collaborare e prendere parte al film perchè sono sempre stati molto vicini a lui. E io trovo che questo loro conoscerlo così bene lo abbiano portato anche nelle loro interpretazioni. Anche l'entourage di Tom Cruise ha proposto il suo assisitito per sostituire Heath, ma io non ho accettato perchè si conoscevano poco. Volevo solo amici stretti di Heath sul set".Ovviamente la morte di Ledger ha messo tutti di fronte ad una serie di scelte da fare: "Abbiamo deciso - dice il regista - di non cambiare assolutamente lo script, di realizzare il film così come lo avevamo immaginato con Heath".E proprio questa dichiarazione sposta l'attenzione sulla passione che l'interprete aveva per la regia, della quale avrebbe voluto fare il proprio lavoro un domani: "Era così deciso a diventare un regista, sul set non faceva altro che apprendere e la sua voglia di imparare era inesauribile. Voleva cambiare continuamente le scene e addirittura modificava le proprie battute. La sua presenza era così forte sul set che avevamo anche pensato di co-firmare la regia. Devo essere sincero neanche io spesso riuscivo a stare dietro a tutta la sua energia, era incredibile quando lavorava".
E questa energia sul set era forse una delle sue caratteristiche fondamentali, quello che lo stanno immortalando nel ricordo di tutti come un personaggio incredibilmente carismatico e pieno di vita: "Rideva continuamente, ci sorprendeva davvero in ogni momento, riempiva tutti di scherzi. E la cosa incredibile che lui faceva tutto questo sempre nell'ottica della continua costruzione del suo personaggio. Cambiava accento e modi a seconda dell'oggetto della sua seduzione. Questa natura camaleontica che ha contribuito a creare un personaggio davvero complesso son certo che ha aiutato l'opera di Depp, Law e Farrell che hanno potuto reinterpretare a loro modo un personaggio dalle mille facce".

Muccino vs Tornatore


Continua l'iter del Festival di Roma nel presentare al pubblico duetti (o duelli?) d'eccezione, le poltrone della Sala Petrassi che l'anno scorso erano riservate a Toni Servillo e a Carlo Verdone passano quest'anno alla coppia di autori Gabriele Muccino - Giuseppe Tornatore. Una chiacchierata piacevole, a tratti, un po' tediosa in altri, ripercorre attraverso le scene più significative dei loro film, che sono state scelte a vicenda, l'opera dei due. Due visioni di cinema formalmente diverse, sostanzialmente no. Entrambi amanti di una coralità partecipata, di uno sguardo multiforme e sempre in movimento, le scene di "Malena" e di "Come te nessuno mai" ne provano l'efficacia, si incontrano senza scontrarsi. Ciononostante le premesse erano sembrate diverse, pronti-via e Muccino attacca Tornatore: "Sei ridondante nei tuoi film, alla fine in quel marasma non arrivi al cuore della questione che vuoi raccontare". E Tornatore, meno frizzante e istrionico del collega balbuziente romano nell'eloquio, ma dotato di retorica da vecchia volpe, ribatte secco: "Me lo dicono in tanti, mai pensato che è semplicemente il mio stile?". Le acque, ahinoi, si quietano ben presto. I due si cullano l'uno nell'altro, sviolinate per il quantomeno discutibile "Baarìa" da una parte, buonismo da venditore dall'altra. Tornatore, addirittura ribattezzato Peppuzzo da Muccino in un'occasione, descrive così il cinema del romano: "La sua costante credo sia raccontare in modo effervescente, brillante, generazioni diverse. Mi sembra che tutti i protagonisti dei suoi film vadano verso quello che è anche il titolo di una delle sua pellicole: La ricerca della felicità". E va realmente vicino a quello che per l'Italia è stato Muccino, dimenticandosi presto però di quello che sta invece facendo oltreoceano, dove accetta di stordire gli spettatori con i patemi tutti hollywoodiani di Mr. Will Smith. Nella cinematografia del siciliano è palese, anche troppo, il continuo omaggio al cinema, "Nuovo Cinema Paradiso" e "L'uomo delle stelle" su tutti, mentre in Muccino questo aspetto non si riscontra, anche se lui si definisce, divertendo il pubblico, uno "che sa cosa ruba e a chi. Anche per rubare ci vuole un'arte". Tra scene di "Sette anime" e "La ricerca della felicità" ci si imbatte in un Polanski attore d'eccezione per una sequenza, quella del suicidio di Depardieau, di "Una pura formalità". Occasione imperdibile, visti i recenti accadimenti legati alla carcerazione del genio polacco, per Tornatore che corregge il tiro alle dichiarazioni da lui lasciate giorni addietro: "Molti hanno frainteso il senso delle mie parole in suo favore. Non volevo avallare gli 'stupri d'autore', come alcuni hanno voluto interpretare, ma solo dimostrare il mio affetto per Roman. La giustizia deve fare il suo corso, ma finora con lui le cose sono andate in maniera un po' strana". E Mario Sesti, e la sala tutta, si è stretta idealmente intorno a Roman, che finirà il suo "Ghost" in carcere per presentarlo alla Berlinale 2010. Anche questa volta l'incontro tra due grandi del cinema italiano di oggi ha fatto centro, soprattuto perchè il reale merito di un progetto di questo tipo è quello di trasformare lo spettatore occasionale in (neo)cinefilo, e questo per noi è sempre un bene, facendolo entrare inconsapevolmente in una forma mentis che non aveva prima.

Recensione: Tra le nuvole

Clooney incanta il Festival con un personaggio che gli si cuce addosso, e il film piace a tutti

Ancora a Roma, ancora una full immersion nel microcosmo di personaggi anticonvenzionali per un Jason Reitman che, se è vero che tre indizi fanno una prova, dopo "Thank you for smoking" e "Juno" dichiara sommessamente al mondo cinefilo di essere bravo. E lo è per molti motivi, tanto per cominciare perchè con lui gli attori danno sempre il meglio, Aron Eckhart prima, Jennifer Paige poi, ancora si cullano e raccolgono i frutti delle loro esperienze reitmaniane. Lo è perchè il suo registro agrodolce ingenera risate sempre più intelligenti, pennellando favolette nere mai ridondanti.

Oggi la sua preda è la crisi profonda delle aziende statunitensi, che, costrette a ridurre drasticamente il personale, devono affidarsi a tagliatori di teste professionisti. Gente senza scrupoli e senza fissa dimora, che divora chilometri per licenziare i poveri disgraziati. E nella squadra hollywoodiana degli attori di mezz'età nessuno meglio del ragazzaccio dagli occhi languidi George Clooney poteva imbarcarsi in un ruolo non scontato come questo. Ed allora il mostro di Reitman prende presto forma, un uomo fissato con le carte fedeltà delle compagnie aeree, del noleggio auto, delle grandi catene alberghiere (e qui il product placement si spreca), che vive la sua esistenza, vuota, tra licenziamenti lampo e convegni nei quale promuovere un filosofia di vita tutta sua e alquanto deprimente. Tutto questo tra sequenze che ammiccano risate mai scontate.

Reitman si conferma abile domatore di stranezze, il film scorre e diverte, merito da dividere con Clooney questo, a volte è addirittura irresistibile, con un occhio sempre attaccato all'attualità degli Stati Uniti, e ai vizi di una società che da qualche tempo, Obama a parte, sembra essere arrivata ad un punto di saturazione preoccupante.
E' forse qui il merito maggiore di "Up in the air", nel forsennato andirivieni e avvicendarsi delle città degli States, l'occhio del protagonista attraversa in lungo e in largo un Pese intero, e quello dell'autore, parallelamente, va a fondo di un impianto sociologico dal denominatore comune.

Il film non si esaurisce qui, i personaggi si ritrovano inconsapevoli passeggeri di un percorso che porterà (quasi tutti) ad una risoluzione, o perlomeno maturazione, che segnerà il continuo delle loro esistenze. E Ryan (Clooney) sarà il collante, il deus ex machina che avvierà ogni processo interno ai personaggi che lo affiancano, trovando quell'amara consapevolezza che chiude il sipario.
Tutto è veloce, i ritmi incalzano lo spettatore. Un film da vedere, un gioiellino per il Festival di Roma.

VOTO 76/100

Recensione: Viola di mare



Presentato all'Auditorium il primo film italiano in concorso. Prodotto dalla Cucinotta, che si ritaglia anche un piccolo ruolo, e distribuito da Medusa, il film della Maoirca si ispira ad un romanzo di Giacomo Pilati, "Minchia di Re", che racconta il percorso e l'amore omosessuale di due giovani donne in un'isoletta sicula di meta '800. L'approccio alla tematica e l'ingresso di questa in un ambiente iperconservatore e patriarcale non erano dei più comodi, ed infatti il film della Maiorca si sgretola ben presto. La storia, pur se tratta da un episodio (dicono) realmente accaduto, viene soffocata sotto il peso delle innumerevoli sovrastrutture che vi si creano sopra, ancora una volta la complessità di un romanzo rovina l'intenzione di un film. Gli spunti interessanti non mancano, vedi la coraggiosa scelta registica manifestata da inquadrature non convenzionali e poco televisive (rischio scongiurato vista la militanza dell'autrice nel piccolo schermo) e la colonna sonora di Gianna Nannini, che sporca e attualizza il costume ottocentesco. Ma non basta. Le scelte voluttuose che accompagnano tutto il rapporto tra le due, una buona Solarino, che esce alla lunga, e un'impacciata Ragonese, meno in palla rispetto a "Tutta la vita davanti", intasano il gusto di chi guarda il film, paralizzano il percorso intrapreso all'interno dell'ipocrisia popolare e sottocategorizzano il tutto ad un melò ambiguamente realizzato. Un melò nel quale il motto è: "C'è solo un modo per volersi bene" (Angela a Sara). D'altro canto però il repentino cambio di rotta che "Viola di mare" vive, che non anticipiamo, lascia il campo al teatro del paradosso, desta la curiosità dei più attenti e fa crescere il rammarico. Il vero punto di forza dell'intero progetto sarebbe dovuto essere quello di analizzare le reazioni e le relazioni sociali che una bomba ad orologeria come il rapporto tra Angela (Solarino) e Sara (Ragonese) e le sue conseguenze avrebbero potuto avere. Questo soprattutto all'interno di un ambiente del genere, e lo sfruttare meglio l'ambientazione dell'isola, che in questi esperimenti aiuta eccome (Abrams docet), avrebbe rafforzato l'impianto metaforico e la riuscita della pellicola. Invece quel che rimane è un melodrammone troppo elaborato che vive soprattutto dell'interpretazione della Solarino e della singolarità comunque riconoscibile della tematica, il tutto deliziato da alcune scene erotiche d'impatto che esaltano sinuosità e asperità fiscihe delle due protagoniste, modelli di bellezze agli antipodi tra loro.

Mp News incontra Valeria Solarino, Isabella Ragonese, Donatella Maiorca, Maria Grazia Cucinotta e Gianna Nannini

(alla regista) La voglia di rappresentare un amore irrituale, che poi alla fine risulta essere l'unico sentimento sincero, a cosa è dovuta?

Donatella Maiorca: "Viola di mare è una grande storia d'amore e di libertà, la libertà di poter scegliere chi amare. Angela è una donna che s'innamora solo di sara, non di tutte le donne. E proprio per questo che la storia tra di loro, essendo universale, era attuale allora ed è attuale oggi.

Poi mi interessava smascherare un virus latente nell'essere umano: il razzismo e la violenza nei confronti dei diversi. Un altro aspetto che rende attuale il film".

(alle attrici) Come avete approcciato i vostri personaggi non facili? Avete mai pensato di scambiarveli?

Valeria Solarino: "Non avrei mai ceduto il mio ruolo, ero fortemente attaccata al personaggio di Angela. Ho sempre avuto chiara in mente una sola cosa: Angela ama Sara in qualsiasi momento della storia. Perciò qui parliamo dell'amore come dovrebbe essere considerato: due esseri umani che si incontrano senza dover rientrare in dei cliché stabiliti o dover riempire delle tabelle già scritte".

Isabella Ragonese: "Il personaggio di Sara l'ho lavorato in maniera meno evidente ed esposta rispetto a quello di Valeria. Ho dovuto intraprendere un percorso più soottile, prima di girare ho cercato di dimenticare ogni cosa attinente all'attualità, ho pensato ad una ragazza ingenua e normale cercando di capire cosa potesse scattare in lei, di cosa si fosse innamorata.

E secondo me Sara si innamora dell'amore che Angela prova per lei, più che di Angela stessa. Il film racconta quanto è potente una passione quando è reale".

(alla produttrice) Come commenta la bocciatura della legge contro l'omofobia?

Maria Grazia Cucinotta: "Non parlo mai di politica, ne parlano tutti oggi ed è una cosa grave perchè così si confonde la gente. Io faccio solo cinema, e così affronto il problema. Facendo il mio lavoro e portando avanti un film del genere. Per realizzarlo ho preso molte porte in faccia e ringrazio fortmente la Medusa che ha creduto nel progetto".

(alla realizzatrice della colonna sonora) Ti sei divertita nel comporre la colonna sonora per Viola di mare?

Gianna Nannini: "Per me quando faccio una colonna sonora è sempre importantissimo parlare con il regista. Questa volta vista l'ambientazione fortemente caratterizzata volevo uscire dal luogo comune della musica popolare, e siccome oggi il rock è la musica popolare per eccellenza il passaggio per me è stato molto vicino. Inoltre ho voluto recarmi personalmente sui luoghi dove tutto è accaduto e tutto è stato girato. Alla fine ho inserito delle sonorità di chitarra molto acide, che appartenessero al luogo e ai suoi sapori, che ho campionato stando lì".

giovedì 15 ottobre 2009

I photoreporter boicottano Paz Vega e Christopher Lee


Le acque si sono subito agitate nella giornata d'apertura del Festival, e questa volta non sono state nè le star capricciose nè gli organizzatori in cerca di visibilità per la kermesse a smuoverle, bensì i fotografi accreditati alla manifestazione. Un po' mestieranti, un po' artisti hanno mandato a vuoto il primo photocall del Festival, quello di "Triage". La bella iberica Paz Vega, il mostro sacro Christopher Lee e il regista serbo già premio Oscar per "No man's land" Danis Tanovic sono rimasti a bocca asciutta, nessun flash e nessun richiamo casereccio del genere: "Paz facce un soriso" hanno deliziato la mattinata all'Auditorium delle primissime star sbarcate al Festival. Singolare la notizia soprattutto se si tiene conto che nel film in questione i protagonisti sono due fotografi di guerra inviati in Kurdistan, i quali, tenendoci alla larga, non fanno un fine idilliaca. Dalla sua la FPA (Fotoreporter Professionisti Associati) sostiene, e a ragione, che gli spazi dedicati ai fotografi sono inadatti al numero di questi, e perciò le condizioni in cui si lavora sono inaccetabili. Nel comunicato diffuso i fotoreporter sfatano il mito secondo il quale "sarebbe stato lo stesso Renzo Piano a proibire la costruzione per i photocall", registrando la smentita degli architetti del team di Piano.

La magia della musica marocchina pervade il primo giorno del Festival di Roma

Presentato al Festival del Cinema di Roma come proiezione speciale il documetario "Sound of Morocco" di Giuliana Gamba. Un mockumetary che delinea delicatamente il panorama musicale del Paese marocchino, raccontandone la magia e la magneticità ereditati dalla tradizione, attraverso la gita a Zri Zrat, culla del movimento musicale marocchino più antico, e motivandone la crescita e la consacrazione attraverso l'incontro con Omar Sayed, leader degli storici Nass El Ghiwane, definiti da Scorsese i 'Rollin' Stones d'Africa'. Il Cicerone di questo viaggio all'interno dei suoni di un Paese incredibile come il Marocco sarà Nour Eddine, che da vent'anni vive e suona in Italia, e che qui farà da tramite tra il nostro modo di pensare e quello di un Paese in fervida trasformazione. Questi pretesti hanno aiutato la regista a raccontare meglio il panorama odierno, attraversando le città di Tangeri, Ouazzan, Meknes, Casablanca e Essaouira (dove ogni anno si svolge il Festival di musica Gnawa). Un affresco complesso e coinvolgente, che lascia all'improvvisazione dei musicisti coinvolti, vedi il freestyle improvvisato dai rapper di Casablanca e gi urli delle donne ad una festa tradizionale, le redini del racconto di un popolo che vive un momento di grande orgoglio e rivendicazione, attingendo da ieri per costruirsi un domani accettabile.

mercoledì 14 ottobre 2009

Recensione: Nemico pubblico


John Dillinger era per gli Stati Uniti della Grande Depressione l’antieroe di un popolo intero, l’inafferrabile rapinatore di banche, romantico, metteva in ginocchio, colpo su colpo, proprio quegli istituti che in quegli anni affondavano l’economia di un Paese intero. L’uomo che da solo mise in crisi e in discussione l’efficienza e l’effettiva utilità della neonata FBI. Colui che sfidò l’intero sistema, mettendo a segno evasioni e rapine da costa a costa.

Dozzine di romanzi e produzioni se ne sono occupati prima, ma qui ci si trova di fronte a qualcosa di visceralmente diverso.

È questo il pretesto, non da poco, da cui Mann parte: un terreno di contenuti dove il regista si muove a dir poco a suo agio, quello della definizione, quasi epica, di vita, morte e miracoli di cattivi dal cuore d’oro. Assassini dal carisma incontenibile sullo schermo, come il Tom Cruise di Collateral, o i poliziotti corrotti di Miami Vice, che l’affermazione planetaria di Michael Mann permette di veder interpretati da star di prim’ordine.

Stavolta è il turno di un Depp nella sua interpretazione perfetta, che accantona, almeno fino al 2011, i panni di pirata fulminato, e si ritrova magnetico protagonista di un gangster movie girato, ovviamente, alla Mann.

Proprio la coppia Depp-Mann sarà il motore di “Public enemies”, inquadrature con telecamera a spalla al servizio di un’interpretazione vecchia scuola, dove non per forza bisogna trasformarsi, ingrassare, imbruttirsi, invecchiarsi o prendersi in giro per richiamare amori di pubblico, critica e Academy.

Il resto, seppur ben curato, è un contorno che qui diviene di poco conto: il Bale inespressivo relegato ad un ruolo volutamente secondario, la descrizione di un’epoca vista ormai troppe volte al cinema, il crogiolarsi su facili stereotipi che la vita da ladro gentiluomo e un’ottima spalla femminile quale ‘Edith Piaf’ Marillon Cotillard porgono facilmente.

Il salto di qualità rispetto ad un buon film lo fa fare la, riconosciuta, vena registica di Michael Mann, che mette su un classico gangster-movie girato all’interno di un registro cinematografico che lui, prima e meglio di altri, incarna perfettamente. L’esperienza di un’immagine realistica, con una fotografia naturale spinta quasi al limite, sensazioni che i nuovi media come internet (vedi youtube) hanno insegnato a digerire come pane quotidiano, ma che sul grande schermo stravolgono lo spettatore. Lo lanciano nell’azione a fianco del Depp di turno, attraverso un’immaginaria telecamera nascosta nei covi dei criminali degli anni ’20.

Ed allora giù il cappello per Mr. Mann che, nell’epoca del 3D a tutti i costi, zittisce tutti e si conferma assoluto padrone del cinema d’avanguardia tecnologica ad alto budget. “Public enemies” funziona su tutta la linea (cast, sceneggiatura, scenografie, costumi), è un gangster-movie di primo livello, dove però sembra che il girato sia quello del backstage di una webtv indipendente inviata sul posto a dar fastidio e non quello ufficiale della major di turno (Universal).

VOTO 80/100


sabato 26 settembre 2009

Presentata la 4° edizione del Festival del Cinema di Roma



Apre i battenti anche quest’anno il Festival Internazionale del Cinema di Roma. Per la prima volta interamente curato e diretto da Rondi, dopo l’edizione last minute dell’anno scorso.

Tanta carne al fuoco, prodotti interessanti ed iniziative lodabili. Forse l’anno della consacrazione, forse semplicemente una crescita rispetto al 2008.

Cominciando a puntare l’occhio sul concorso giungono subito le note liete per i cinefili che affolleranno l’Auditorium dal 15 al 23 ottobre.

In concorso: "Alza la testa" di Alessandro Angelini, "L'uomo che verra"di Giorgio Diritti, "Viola di mare" di Donatella Maiorca, "Up in the air" di Jason Reitman con George Clooney, "Triage" di Danis Tanovic con Colin Parrel e Christopher Lee, "After" di Alberto Rodriguez, "Broterhood" di Nicolo Donato, "Chaque jour est une fete" di Dima El-Horr, "Dawson Isla 10" Miguel Littin, "The last station" di Micheal Hoffman con Helen Mirren, "Plan b" di Marco Berger, "Qingnian" di Geng Jun, "Les Regrets" di Cèdric Kahn, "Vision" di Margarethe Von Trotta.

Prodotti che, più delle altre edizioni, potranno dare luce ad un concorso che a Roma, per dirla tutta, ha sempre fatto storcere la bocca al pubblico, ma soprattutto alla critica, lasciando il meglio del materiale alla sezione Premiére.

Da tener sott’occhio quindi i tre italiani che concorreranno al Marco Aurelio d’Oro: Angelini e Castellitto fieri del loro “Alza la testa”, quell’apprezzato Giorgio Diritti già autore di “Il vento fa il suo giro”, e l’amore saffico narrato dalla Maiorca in “Viola di mare” messo in scena dall’interessante trio femminile Cucinotta-Ragonese-Solarino.

Prestigiose le firme del Premio Oscar Tanovic che aprirà la manifestazione col suo “Triage” con Colin Farrell, le opere della Von Trotta e di uno dei giovani maestri della commedia nera come Jason Reitman, vincitore dell’edizione 2007 col sorprendente “Juno”, che porterà nella capitale il suo “Up in the air” con un protagonista che farà discutere al Festival non solo per la sua interpretazione, George Clooney (confermato per il red carpet).

Fuori Concorso i protagonisti indiscussi sono, ovviamente, i Cohen che presenteranno “A serious man”. Nonostante la direttrice Detassis li avrebbe visti (e chi non lo avrebbe fatto?) perfetti per il concorso, i cineasti statunitensi, come era semplice prevedere, hanno declinato la proposta, regalando però al Festival la loro presenza sul tappeto scarlatto. Buone speranze anche per l’ultimo di James Ivory e per la commedia “Julia & Julia” che culminerà l’omaggio a Meryl Streep e che chiuderà la kermesse.

Per l’appunto gli omaggi di quest’anno saranno dedicati all’attrice statunitense, all’impegnato Richard Gere e allo scomparso Heath Ledger, del quale verranno proiettati l’ultimo film a cui ha partecipato come interprete “The Imaginarium of Doctor Parnassus” di Terry Gilliam e alcuni cortometraggi da lui scritti e diretti, mai visti prima. Verdone e Servillo lasceranno le poltrone della Sala Petrassi per l’incontro-scontro a Gabriele Muccino e Giuseppe Tornatore. Altri incontri con lo scrittore Paulo Cohelo, che presenterà un insolito film, e con la più casereccia Asia Argento.

Anche quest’anno, purtroppo, il popolo del Festival dovrà sopportare i deliri adolescenziali post-pubertà degli invasati fan della saga firmata dalla Meyer, 20 minuti di “New moon” verranno presentati, e la presenza dei divi-vampiri non è ancora stata confermata, né tantomeno, ovviamente, smentita.

Molto è affidato sulle spalle di Mario Sesti e della sua sezione L’Altro Cinema, che nelle scorse edizioni si è rivelata fiore all’occhiello della manifestazione, portando alla ribalta e spostando dal cono d’ombra, come lui stesso lo definisce, prodotti davvero sorprendenti, uno su tutti quel “Man on wire” Premio Oscar come Miglior Documentario l’anno passato.

Le premesse sono buone, da notare la maggior compattezza e coerenza della manifestazione, che, da calderone scoordinato ed affrettato che era l’anno passato, sembrerebbe aver assunto un’identità, se buona o meno ancora non è lecito saperlo, quantomeno delineata.

Info utili: I biglietti sono acquistabili dal 28 settembre: all'Auditorium (luogo principale dove si svolge il festival), su internet, in altri punti vendita autorizzati. Per tutte le informazioni ed il programma c'è il sito www.romacinemafest.org.

domenica 19 aprile 2009

Recensione: Earth


La Disney Nature è pronta a prenderci per mano, ed immergerci nella natura incontaminata e mozzafiato che ricopre le zone (a noi) remote del pianeta. Un’esperienza rigenerante ed incredibile quella che la voce di Paolo Bonolis ci racconta, una visione che, però, ci scaraventa anche di fronte alle nostre responsabilità. La posizione di predominanza che la nostra specie ha naturalmente assunto ci ha portato, sempre naturalmente, a distruggere la Terra che ci ospita, nelle modalità più disparate possibili, riempiendoci la bocca, perlopiù nei momenti di relax, di parole e progetti “per l’ambiente” mai realizzati o fortemente perseguiti dalla comunità internazionale. Il documentario che la Disney e la Bbc confezionano si affida ad una potenza visiva che vale, da sé, la visione. Storie di animali in difficoltà per la sopravvivenza, una ‘famiglia’ di orsi polari, un elefante e due megattere saranno protagonisti di dure odisee, alla ricerca di quell’habitat che riscaldamento globale ed inquinamento hanno sottratto loro. Il Polo, il deserto e l’oceano allora diventeranno le vere star del docu-film, gli attori non accreditati di un urlo di dolore corale che arriva dal cuore della Terra. Tutto decodificato attraverso la percezione umana del concetto di famiglia e amore verso i figli, al quale “Earth” rimarrà forse un po’ troppo appeso per tutta la sua durata. Avremmo preferito un’emancipazione totale dalla voglia di umanizzare ogni espressione della natura, particolarmente disneyana, prediligendo il messaggio ambientalista che un tuffo nella natura nuda e cruda avrebbe saputo sopportare meglio. Resta la qualità tecnica della pellicola a renderne giustizia, gli amanti della natura rimarranno senza parole di fronte a cotante virtù del nostro pianeta, raramente immortalate così dall’occhio umano. Rimanere a guardare la divina perfezione di un ecosistema in crisi sarà il compito di chi guarda, cominciare ad attivarsi nel proprio piccolo, con tutto quello che un’assennata economia domestica può apportare, il compito di chi, oltre a guardare, sa anche rifletterci su. Un buon esperimento, sia dal punto di vista del puro entertainment, che da quello del messaggio globale, quello di “Earth”, che, se da un lato appare un po’ troppo demagogico e generalizzato, dall’altro ci mette di fronte ad una bellezza che ignoriamo, ad una maestosità al cospetto della quale dovremmo, intimoriti, chinare il capo (avvenimenti recenti ce lo insegnano), e non perseguire la falsa chimera di un benessere a breve gittata, senza saper guardare al (dopo)domani.

VOTO 71/100


martedì 7 aprile 2009

Recensione: Gli amici del Bar Margherita

Continua l’Odissea nostalgica di Pupi Avati all’interno del suo cinema, di quelle atmosfere che ha vissuto e raccontato anni orsono. “Gli amici del Bar Margherita” è proprio per questo un film che racconta un’Italia che il cineasta bolognese conosce bene, impreziosito da una carrellata di personaggi, perlopiù macchiette, raccontati con umorismo cinico e sardonico.
Il filtro surreale che Avati sceglie genera nello spettatore una sensazione duplice, da un lato lo isola rispetto alle storie che, vista l’insolita attitudine di chi le trama e le vive, si succedono piuttosto rapidamente e con leggerezza, dall’altro mitizza l’epoca in cui il tutto si svolge, obbligando lo spettatore a rimanerne assolutamente affascinato e devoto. Ecco il motivo della riuscita del film di Avati, usciti dalla sala ci si trova di fronte all’irresistibile magnetismo di un periodo in cui tutto era ancora ben delineato, dove quello che facevi era legato indissolubilmente con chi eri e la costruzione della propria immagine aveva una valenza ancora di riconoscimento sociale. Da qui gli inganni, i tradimenti, le truffe, la mistificazione della propria natura che si alternano con intermittenza incalzante, disegnando un’umanità piccola e falsa con rara ispirazione descrittiva dell’autore.
A dispetto di questo buono che “Gli amici del Bar Margherita” evidenzia la pellicola soffre di una disarmonia generale che, alla lunga, tende a sfilacciare l’intero impianto. Le troppe storie che s’incrociano sono evidentemente un limite, si racconta troppo, facendolo male. Per mettere tanta carne al fuoco si perde per strada l’integrità stilistica che il film avrebbe meritato.
A conti fatti Pupi Avati si coccola un film che gli cuce bene addosso, in una versione di sé stesso (per fortuna) meno austera del solito, con un risultato complessivamente godibile, ma che balbetta quando lo si guarda nel complesso, a mente fredda, troppo legato alla natura episodica delle storie che lo compongono.
VOTO 65/100