
Gilliam fa scelte coraggiose, forse incaute, per tutto il film. Un'esaltazione quasi religiosa del colore accecante e del kitsch più assurdo che dietro lo specchio magico del Dr. Parnassus prendono forme viste raramente prima. Un esercizio megalomane alla ricerca dell'immagine surreale perfetta, un mondo interposto a quello che tutti conosciamo, dove gli avventori dell'Imaginarium rifocillano le loro anime oppresse e danno sfogo, ognuno a modo suo, a sogni e incubi, sempre costretti a scegliere tra diavolo e acqua santa. Anche Gilliam entra nell'Imaginarium, e perde subito il controllo del materiale che ha in mano. Esalta i propri pregi, evidenziando al contempo i difetti.
La sua inclinazione innata nel provocare l'immaginazione dello spettatore, gettandolo in pasto a elucubrazioni quasi infantili, tocca qui l'apice. E allora il film sarà un viaggio all'interno di storie assurde, immortali, sempre interrotte dall'inizio di un'altra più avvincente, di personaggi rubati qua e là alle favole, alla tragedia, alla mitologia (Faust su tutti) e al cinema di genere.
E proprio qui viene fuori il Gilliam che non sa controllarsi, quello che non riesce a domare nemmeno il mondo che è al di qua dello specchio magico. Il regista, allucinato anch'egli da un progetto forse scappatogli presto dalle mani, non sa rendersi conto che per continuare a stuzzicare la fantasia degli spettatori bisogna far credere loro che vi sia ancora un sottile cordone ombelicale che tiene la storia, o almeno i personaggi, attaccati ad una parvenza di realtà che rende il tutto davvero magico e senza tempo, evitando di porgere il fianco ad una punta d'irritabilità che qualcuno potrebbe palesare in più di due ore di deliri.
Bisognava asciugare, sfoltire tutto il 'troppo' gilliamiano, e ce n'è davvero tanto, rinvigorendo così le ottime idee da cui si era partiti. Dall'omaggio metaforico su cui poggia tutto fatto all'arte, che altro non è che il mondo dietro lo specchio, la porta per noi tutti verso una piacevole deriva dove tutto è lecito, per arrivare conseguentemente alla mitologica figura dell'artista che non riesce mai a godere appieno del proprio talento.
La prematura scomparsa di Ledger non ha certamente aiutato la compatteza della pellicola, che in mezzo a tutto quel frastuono propone anche la trasfigurazione del personaggio di Tony che, aldilà dello specchio, prenderà i volti del solito Johnny Depp, di un Jude Law assolutamente fuori ruolo e di un buon Colin Farrell. Nonostante la scaltrezza di chi ha preso questa decisione, assolutamente plausibile analizzando la storia, cresce proprio in questo suo ultimo film il rammarico, cinefilo più che misericordistico, per la scomparsa di Ledger, qui magnetico e camaleontico come avremmo voluto rivederlo altre volte.
Se è vero che il troppo stroppia, comunque è innegabile che gli eccessi destano anche grandi curiosità, e questo è quello che merita il film di Gilliam, tanta sana curiosità ed ammirazione, con la lucida consapevolezza che si sarebbe potuto fare di meglio semplicemente aggiustando il tiro in un paio di scelte.
Terry Gilliam ricorda Heath Ledger

E questa energia sul set era forse una delle sue caratteristiche fondamentali, quello che lo stanno immortalando nel ricordo di tutti come un personaggio incredibilmente carismatico e pieno di vita: "Rideva continuamente, ci sorprendeva davvero in ogni momento, riempiva tutti di scherzi. E la cosa incredibile che lui faceva tutto questo sempre nell'ottica della continua costruzione del suo personaggio. Cambiava accento e modi a seconda dell'oggetto della sua seduzione. Questa natura camaleontica che ha contribuito a creare un personaggio davvero complesso son certo che ha aiutato l'opera di Depp, Law e Farrell che hanno potuto reinterpretare a loro modo un personaggio dalle mille facce".
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